lunedì 21 settembre 2026

Road to Bologna: Cechia da sballo, gli USA vanno a casa e l'Italia trema (con l'ombra del forfait di Sinner)




Che weekend pazzesco per la Coppa Davis. Il secondo turno dei Qualifiers ha decretato le sette sorelle che raggiungono l’Italia per le Final Eight di Bologna (24-29 novembre).

Il capolavoro assoluto porta la firma della Repubblica Ceca. A Praga, sotto 1-2 contro il gigante USA dopo il doppio, la giovanissima squadra ceca firma il miracolo ribaltando la sfida per 3-2. Con Menšík e Lehečka in uno stato di grazia, la Cechia diventa la favorita numero uno per il titolo sul veloce indoor della BolognaFiere Arena.

In casa azzurra le prospettive impongono riflessioni: Jakub Menšík arriverà a Bologna riposato, mentre Jannik Sinner affronterà la tournée asiatica, il Six Kings Slam e il logorio psicofisico delle Finals di Torino. Un calendario d'acciaio che potrebbe costringerlo al forfait in Davis per il secondo anno di fila. In tal caso, l'Italia dovrebbe aggrapparsi al cuore della vecchia guardia con Berrettini e Sonego (oppure Musetti - che sicuramente si è riposato parecchio durante la stagione, subito dopo aver quantificato mezzo milione di dollari con i quarti degli Australian Open - e Cobolli) per tentare l'impresa.

Ecco l'esito completo delle qualificazioni:

  • Cechia - USA 3-2: Lehečka da applausi e Menšík eroico nel singolare decisivo contro Shelton.

  • Cile - Spagna 0-3: Spagnoli straripanti a Santiago anche senza Alcaraz, grazie ai giovani Mérida e Jódar.

  • Germania - Croazia 3-1: Zverev fa il leader ad Hannover e guida i tedeschi alle Finals.

  • Gran Bretagna - Ecuador 4-0: Passeggiata a Londra, qualificazione già chiusa il sabato.

  • Austria - Belgio 3-1: Miracolo austriaco a Vienna con Rodionov che stende Bergs.

  • Corea del Sud - India 3-1: I coreani s'impongono a Seul e si confermano la vera mina vagante.

  • Canada - Francia 3-2: Shapovalov e Auger-Aliassime piegano i francesi al doppio decisivo.

Domani il sorteggio dei quarti a Bologna. La Cechia fa paura, e per l'Italia la strada si preannuncia decisamente in salita.

In mezzo a tanta grande Davis, nel mio piccolo sono riuscite a prendermi la mia personalissima soddisfazione di tappa: incamerata un'altra vittoria in torneo, che aggiorna il mio pallottoliere a 20 finali giocate con 7 sigilli portati a casa. Non sarà Bologna, ma il sapore del trofeo alzato al cielo è sempre deliziosamente lo stesso.

venerdì 18 settembre 2026

"La fine di Oak Street" e la fine del Cinema: autori, stop al brodo in streaming e ridate un senso ai film




C’è un dolore quasi fisico nell'andare al cinema, sedersi in sala con quel misto di sacra aspettativa e speranza, per poi guardare due giganti come Ewan McGregor e Anne Hathaway trascinati a forza dentro un disastro senza capo né coda. Quando ho visto La fine di Oak Street — tra dinosauri lanosi catapultati negli anni '80 a colpi di walkman arancioni, portali temporali usati come porte scorrevoli e paradossi risolti con la disinvoltura di un video su TikTok — ho sentito una stretta allo stomaco. È la sensazione amara di un’arte che sta smarrendo la sua bussola, sacrificata sull'altare del vuoto.

Oggi, allora, voglio rivolgermi direttamente a voi. Sì, proprio a voi: autori, sceneggiatori, produttori, creativi di questa enorme macchina da guerra dell'intrattenimento.

Fermatevi. Ve lo chiediamo con il cuore in mano: fermatevi.

Ci avete sopraffatti. Ci avete riempito le giornate e le serate di un flusso ininterrotto di serie TV, miniserie, spin-off, prequel e reboot, fino a farci venire la nausea. Aprire una piattaforma streaming è diventato un atto di pura fatica mentale. Ci troviamo di fronte a un catalogo infinito di tessere colorate e, invece di provare desiderio, sentiamo solo un’apatica saturazione. Non c'è più la gioia della scelta, ma la noia della quantità. Avete trasformato la narrazione in una catena di montaggio, dove la qualità viene diluita in otto, dodici, venti episodi pensati solo per trattenere l'utente davanti allo schermo qualche minuto in più, a scapito della consistenza.

E la cosa più grave è cosa sta succedendo nel frattempo al grande schermo.

Il cinema, quello con la C maiuscola, sta diventando il luogo dei cliché stanchi e delle idee bizzarre assemblate senza anima. Si prendono attori straordinari, capaci di muovere le corde più intime dell'animo umano con un solo sguardo, e li si catapulta dentro sceneggiature che sembrano parodie involontarie, un puzzle impazzito dove gli elementi nostalgici — i vestiti anni '80, le bici, la musica d'epoca — non sono scelte stilistiche, ma meri stereotipi usati come specchietti per le allodole.

Il grande schermo non può essere il cestino dei rifiuti di idee scartate o la caricatura di un romanzo di genere montato al contrario. Il cinema è — o almeno dovrebbe tornare a essere — il luogo della magia condensata. È il posto dove una storia di due ore può cambiarti la vita, farti uscire dalla sala con le gambe che tremano e il cuore pieno di domande, meraviglia o malinconia.

Avete tra le mani uno degli strumenti umani più potenti mai inventati per esplorare la complessità, l'empatia e la bellezza. Ridateci storie che abbiano un peso, un valore, un significato. Tornate a rischiare sulla profondità anziché sulla stravaganza fine a se stessa. Smettetela di allungare il brodo nelle serie e tornate a curare la sostanza di un film.

Noi siamo ancora qui, al buio, pronti a emozionarci. Ma voi tornate a darci un motivo per farlo. 

giovedì 17 settembre 2026

DAL GOVERNO LETTA ALL'IMPERO DELLE MULTINAZIONALI: COME LE LOBBY HANNO SCRITTO LE REGOLE DELLE SCOMMESSE ONLINE




Se avete letto il mio precedente articolo sulle ombre dietro i Monopoli di Stato e le figure storiche come Raffaele Ferrara, avrete capito che la burocrazia è solo una facciata. Oggi facciamo un passo avanti. Andiamo dritti al cuore del meccanismo: il lobbismo politico che ha blindato il settore del gioco d'azzardo in Italia.

Perché parliamo di un mercato inattaccabile? Perché le sue fondamenta poggiano su quello che i critici hanno ribattezzato come uno dei più grandi "colpi di spugna" della storia repubblicana.

La tecnica del dossieraggio e la "Sanatoria delle Slot"

Quando a metà anni 2000 la Corte dei Conti e la Guardia di Finanza contestarono ai concessionari privati 98 miliardi di euro di penali per aver tenuto le slot machine staccate dalla rete pubblica (impedendo di fatto il controllo sul gettito fiscale), la reazione delle lobby non fu la difesa nei tribunali. Fu l'assalto ai corridoi del Parlamento.

Il lobbismo del gioco d'azzardo in Italia ha ridefinito le regole della pressione politica:

  • Emendamenti "sartoriali": Negli anni, decreti-legge omnibus e leggi di bilancio sono stati sistematicamente farciti di micro-norme scritte quasi sotto dettatura, utili a far slittare i pagamenti, ridurre i canoni di concessione o dilazionare le sanzioni.
  • Il ricatto del gettito erariale: L'argomento forte usato dai lobbisti con i vari Governi è sempre lo stesso: "Se stringete troppo i freni, noi chiudiamo i rubinetti e lo Stato perde miliardi di entrate immediate".

Il capolavoro del 2013: la firma del Governo Letta

Ma chi c'era al timone della politica quando si è consumato il ridicolo compromesso dei 335 milioni di euro al posto dei 98 miliardi iniziali? La firma su questo capolavoro del lobbismo porta la data dell'ottobre 2013, sotto il Governo Letta.

L'esecutivo di larghe intese guidato da Enrico Letta, con Fabrizio Saccomanni al Ministero dell'Economia e delle Finanze, si trovava nella disperata caccia a coperture finanziarie per mantenere una promessa elettorale cruciale per la tenuta della maggioranza: l'abolizione della prima rata dell'IMU sulla prima casa.

La soluzione fu inserita nel Decreto Legge n. 102 del 31 agosto 2013. La Corte dei Conti aveva già ridimensionato in primo grado la richiesta shock dei PM a 2,5 miliardi di euro. Il Governo Letta offrì alle multinazionali la scappatoia perfetta: estinguere definitivamente qualsiasi contenzioso pagando appena il 25% della sanzione di primo grado. Le società corsero a firmare, versando all'erario appena 335 milioni di euro. Lo Stato incassò le briciole per coprire un buco di bilancio immediato, concedendo in cambio un colpo di spugna tombale a un intero settore.

E oggi? Chi comanda davvero nell'era delle multinazionali

Quel sistema politico-normativo ha creato un oligopolio inaccessibile. Se vent'anni fa i protagonisti erano imprenditori italiani spregiudicati e faccendieri dai nomi in codice fantasiosi, oggi la torta miliardaria è in mano a fondi d'investimento e colossi globali quotati in Borsa.

Prendiamo un esempio emblematico per capire come è cambiato il vento: William Hill.

Lo storico marchio britannico, icona globale delle scommesse, oggi in Italia fa parte del gruppo Evoke plc (il colosso internazionale precedentemente noto come 888 Holdings). Chi lo controlla adesso? Evoke plc, una multinazionale quotata alla Borsa di Londra con quartier generale a Gibilterra, che gestisce parallelamente brand del calibro di 888casino e Mr Green.

In termini di peso sul nostro mercato, i marchi di punta del gruppo Evoke in Italia (l'accoppiata William Hill e 888) detengono una quota di mercato complessiva superiore all'8%, confermandosi tra i player internazionali più aggressivi del comparto online, nonostante le continue pressioni fiscali che spingono ciclicamente il gruppo a valutare mosse strategiche per i propri asset europei.

La morale

Il filo conduttore non è mai cambiato. I burocrati d'ufficio firmano i regolamenti informatici, ma le regole economiche del miliardario business del gioco d'azzardo in Italia continuano a essere scritte a monte: ieri dai lobbisti d'assalto nei corridoi del Parlamento per compiacere le esigenze di cassa della politica, oggi dai consigli di amministrazione delle multinazionali a Londra o New York.

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