Se avete letto il mio precedente articolo sulle ombre dietro
i Monopoli di Stato e le figure storiche come Raffaele Ferrara, avrete capito
che la burocrazia è solo una facciata. Oggi facciamo un passo avanti. Andiamo
dritti al cuore del meccanismo: il lobbismo politico che ha blindato il
settore del gioco d'azzardo in Italia.
Perché parliamo di un mercato inattaccabile? Perché le sue
fondamenta poggiano su quello che i critici hanno ribattezzato come uno dei più
grandi "colpi di spugna" della storia repubblicana.
La tecnica del dossieraggio e la "Sanatoria delle
Slot"
Quando a metà anni 2000 la Corte dei Conti e la Guardia di
Finanza contestarono ai concessionari privati 98 miliardi di euro di
penali per aver tenuto le slot machine staccate dalla rete pubblica (impedendo
di fatto il controllo sul gettito fiscale), la reazione delle lobby non fu la
difesa nei tribunali. Fu l'assalto ai corridoi del Parlamento.
Il lobbismo del gioco d'azzardo in Italia ha ridefinito le
regole della pressione politica:
- Emendamenti
"sartoriali": Negli anni, decreti-legge omnibus e leggi di
bilancio sono stati sistematicamente farciti di micro-norme scritte quasi
sotto dettatura, utili a far slittare i pagamenti, ridurre i canoni di
concessione o dilazionare le sanzioni.
- Il
ricatto del gettito erariale: L'argomento forte usato dai lobbisti con
i vari Governi è sempre lo stesso: "Se stringete troppo i freni,
noi chiudiamo i rubinetti e lo Stato perde miliardi di entrate
immediate".
Il capolavoro del 2013: la firma del Governo Letta
Ma chi c'era al timone della politica quando si è consumato
il ridicolo compromesso dei 335 milioni di euro al posto dei 98 miliardi
iniziali? La firma su questo capolavoro del lobbismo porta la data dell'ottobre
2013, sotto il Governo Letta.
L'esecutivo di larghe intese guidato da Enrico Letta, con
Fabrizio Saccomanni al Ministero dell'Economia e delle Finanze, si trovava
nella disperata caccia a coperture finanziarie per mantenere una promessa
elettorale cruciale per la tenuta della maggioranza: l'abolizione della
prima rata dell'IMU sulla prima casa.
La soluzione fu inserita nel Decreto Legge n. 102 del 31
agosto 2013. La Corte dei Conti aveva già ridimensionato in primo grado la
richiesta shock dei PM a 2,5 miliardi di euro. Il Governo Letta offrì alle
multinazionali la scappatoia perfetta: estinguere definitivamente qualsiasi
contenzioso pagando appena il 25% della sanzione di primo grado. Le società
corsero a firmare, versando all'erario appena 335 milioni di euro. Lo
Stato incassò le briciole per coprire un buco di bilancio immediato, concedendo
in cambio un colpo di spugna tombale a un intero settore.
E oggi? Chi comanda davvero nell'era delle multinazionali
Quel sistema politico-normativo ha creato un oligopolio
inaccessibile. Se vent'anni fa i protagonisti erano imprenditori italiani
spregiudicati e faccendieri dai nomi in codice fantasiosi, oggi la torta
miliardaria è in mano a fondi d'investimento e colossi globali quotati in
Borsa.
Prendiamo un esempio emblematico per capire come è cambiato
il vento: William Hill.
Lo storico marchio britannico, icona globale delle
scommesse, oggi in Italia fa parte del gruppo Evoke plc (il colosso
internazionale precedentemente noto come 888 Holdings). Chi lo
controlla adesso? Evoke plc, una multinazionale quotata alla Borsa di
Londra con quartier generale a Gibilterra, che gestisce parallelamente brand
del calibro di 888casino e Mr Green.
In termini di peso sul nostro mercato, i marchi di punta del
gruppo Evoke in Italia (l'accoppiata William Hill e 888) detengono una quota
di mercato complessiva superiore all'8%, confermandosi tra i player
internazionali più aggressivi del comparto online, nonostante le continue
pressioni fiscali che spingono ciclicamente il gruppo a valutare mosse
strategiche per i propri asset europei.
La morale
Il filo conduttore non è mai cambiato. I burocrati d'ufficio
firmano i regolamenti informatici, ma le regole economiche del miliardario
business del gioco d'azzardo in Italia continuano a essere scritte a monte:
ieri dai lobbisti d'assalto nei corridoi del Parlamento per compiacere le
esigenze di cassa della politica, oggi dai consigli di amministrazione delle
multinazionali a Londra o New York.

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