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| E' QUESTO IL PROBLEMA |
Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: fa quasi tenerezza vedere un intero Paese col fiato sospeso, a pregare tutti i santi del calendario perché abbiamo paura della Bosnia. Ma davvero siamo arrivati a questo punto? Stiamo qui a fare i calcoli col pallottoliere sperando di strappare un biglietto per il Mondiale, ma poi, una volta lì, che ci andiamo a fare? A fare le comparse nel teatro dei grandi mentre gli altri ballano?
Il punto non sono i piedi dei giocatori. Togliamoci dalla testa l'idea che servano per forza undici alieni per fare strada. Guardate il Marocco nello scorso Mondiale: sono arrivati in semifinale non perché avessero i cloni di Maradona in ogni ruolo, ma perché avevano fame, organizzazione e un’identità precisa. Correvano il doppio, credevano in un progetto. Noi, invece, siamo rimasti fermi al "speriamo che qualcuno tiri fuori il coniglio dal cilindro".
Il vero dramma è che stiamo cercando di costruire un attico di lusso su delle fondamenta che marciscono. La struttura, la gestione, la visione a lungo termine... sono concetti che dalle parti della FIGC sembrano arabo. Sono dieci anni che ai vertici si alternano persone che sembrano più preoccupate di mantenere la poltrona che di seminare per il futuro. Se chi comanda non capisce che bisogna favorire la crescita dei talenti, dare basi solide ai settori giovanili e smetterla di vivere di rendita sui successi del passato (che ormai hanno la muffa), non andremo mai da nessuna parte.
Andare al Mondiale per puro caso, magari grazie a un rimpallo fortunato al 90', sarebbe quasi un danno. Sarebbe l'ennesimo velo pietoso steso su un sistema che ha bisogno di un reset totale. È inutile "shippare" la Nazionale se dietro c'è il vuoto cosmico. O cambiamo marcia, o cambiamo le teste al comando, oppure continueremo a tremare ogni volta che incontriamo una squadra organizzata, fosse anche la Bosnia o il dopolavoro ferroviario.
Rinnovamento non è una brutta parola, è l'unica via d'uscita. Senza quello, il Mondiale è solo un altro viaggio premio per chi non se lo merita.


