Ieri ero a San Siro. Un regalo alla mia compagna, certo, ma anche un dovere morale da compiere prima che la storia decida di abbattere le sue mura per far spazio al futuro. Ma mentre guardavo il campo, mi sono ritrovato ad assistere a un film già visto, a una vera e propria ossessione collettiva.
Il bersaglio di turno? Pervis Estupiñán.
Ogni singolo pallone toccato dall'ecuadoriano — sì, ecuadoriano, titolarissimo e colonna della sua Nazionale — si trasformava nell'innesco per un'esplosione di nevrosi di massa. Fischi sordi, sbeffeggi, insulti sparsi ad ogni tocco, fino al "gran finale": una bordata di fischi da tutto lo stadio al momento del cambio.
E la cosa paradossale? Ha giocato una partita del tutto decorosa (un 6,5 abbondante, sfiorando il 7): attento, puntuale nel chiudere i buchi e nell'eseguire le diagonali per metterci una pezza dove il compagno di reparto — un De Winter palesemente ancora privo della necessaria lucidità tattica e di esperienza — si concedeva amnesie difensive. Estupiñán ha coperto la linea e si è pure buttato negli spazi.
Ma a San Siro non importa. Se finisci nel mirino, la realtà dei 90 minuti si annulla.
Una maledizione lunga vent'anni
Chi frequenta questo stadio lo sa bene: la fascia sinistra a San Siro è una trappola psicologica, una specie di tribunale permanente senza possibilità di appello. Sarà per il fantasma ingombrante di Paolo Maldini, o per la memoria di Andreas Brehme dall'altra sponda del Naviglio, sta di fatto che le due tifoserie condividono lo stesso brutto vizio: trovare il terzino sinistro di turno e farlo a pezzi.
Guardando Estupiñán stasera, mi sono passati davanti agli occhi tutti i "dannati" della corsia mancina degli ultimi vent'anni:
I fantasmi rossoneri: Da Taiwo, accolto tra i boati per le sue diagonali fuori tempo, fino alle stizzite proteste riservate a Ricardo Rodríguez, "colpevole" di non puntare mai l'uomo e di riappoggiare sempre la palla all'indietro per evitare rischi. Passando per il povero Kévin Constant, adattato a terzino da Allegri e finito stritolato dai mugugni ad ogni palla persa, fino alla triste parabola di Mattia De Sciglio, massacrato di fischi fino all'addio.
Le ferite nerazzurre: Dall'incubo Greško, diventato un trauma psichico collettivo, ai cross sballati di Pierre Womé, fino ad Álvaro Pereira e alle sue sbilenche cavalcate. E che dire delle ultime stagioni di Nagatomo, o dell'inquietante caso Dalbert, entrato in un loop di panico dove persino uno stop elementare sembrava scatenare l'apocalisse sugli spalti?
E persino i mostri sacri: Ricordiamocelo sempre, persino un certo Roberto Carlos pagò dazio al Meazza. Messo fuori ruolo da Roy Hodgson e inghiottito dal brusio di uno stadio impaziente prima di essere regalato al Real Madrid per farne la storia.
Per non parlare di ciò che hanno fatto a Mauro Milanese, letteralmente crocifisso e inghiottito dalla stronzaggine di quel pubblico.
Il cortocircuito di Estupiñán
Ed eccoci arrivati a oggi. A questo accanimento contro Estupiñán che ha davvero del grottesco.
Facciamo un bagno di realtà: Estupiñán è un calciatore integro, rapido, generoso. Va bene, concediamolo: forse non avrà i piedi delicatissimi di un trequartista preso in prestito sulla fascia, ma ha corsa, posizionamento e uno spirito di sacrificio enorme.
La domanda da farsi è semplice: ma cosa pretendiamo esattamente?
Se fosse stato un fenomeno assoluto, un "Maradona della fascia", probabilmente oggi giocherebbe da titolare inamovibile al Real Madrid, al Manchester City o al Paris Saint-Germain. Non farebbe il binario in una squadra da metà classifica del campionato italiano.
San Siro sembra aver dimenticato che il calcio è fatto anche di mestiere, di terzini che devono correre a coprire i buchi lasciati dai compagni meno esperti e garantire equilibrio. Pretendere che ogni proprietario della maglia numero 3 metta la palla all'incrocio o pennelli cross perfetti da 40 metri è diventato un cortocircuito tossico.
Continuare a scaricare la propria frustrazione sul terzino sinistro di turno non rende la squadra più forte; crea solo un clima di ansia da prestazione in cui persino uno stop normale diventa una montagna da scalare. Non trovate?