giovedì 2 aprile 2026

Film: Il Maestro - L’Essere oltre la Materia: Il Tennis come Specchio dell’Anima




La luce del campo da tennis a fine giornata ha un modo tutto suo di mettere a nudo la verità. È radente, allunga le ombre e, se hai appena finito di giocare, sembra quasi voler illuminare i detriti emotivi che ti sei lasciato alle spalle tra una linea e l’altra. Oggi, uscendo dalla sala dopo aver visto Il Maestro, ho provato quella stessa sensazione di stordimento e lucidità.

Il film di Pierfrancesco Favino e del giovanissimo Tiziano Meninchelli non è solo un racconto sullo sport; è una disamina spietata e dolcissima di quello che siamo quando siamo soli davanti a un ostacolo.


Mi è capitato spesso, e so che è capitato anche a molti di voi, di vivere quel paradosso assurdo del "secondo set". Perdi il primo 6-0. Sei annichilito, svuotato. Eppure, improvvisamente, nel secondo set inizi a dominare. Perché?

Credo che la risposta risieda in un momento di rottura psicologica che il film dipinge magnificamente nel rapporto tra il Maestro (un Favino monumentale, capace di trasmettere il peso di ogni singolo rimpianto con un solo sguardo contratto) e il bambino (un Meninchelli che è pura istintività).

Quando tocchi il fondo, accade qualcosa di magico: l'inibizione muore.

  • L'addio all'assillo: Non hai più nulla da perdere. L’ossessione del risultato, quel rumore bianco che ti sporca il gesto tecnico, svanisce perché il "peggio" è già accaduto.

  • Il colpo leggero: Senza il peso del pensiero, il braccio si scioglie. Non è più la materia — la racchetta, la pallina, il muscolo — a comandare, ma l'Essere.

  • L'estraniazione: Ti guardi da fuori e, in quell'assenza di giudizio verso te stesso, diventi finalmente efficace.


Nel film, il legame tra Favino e Meninchelli è il cuore pulsante di questa teoria. Il Maestro porta sul campo le sue cicatrici, le sue paure che sono diventate corazze rigide; il bambino, invece, è ancora in quella fase in cui la paura è un’emozione fluida, non ancora trasformata in blocco.

Vederli interagire è stato come osservare due fasi della stessa vita che provano a comunicare. Il Maestro insegna la tecnica, ma è il bambino a ricordare al Maestro (e a noi) che il tennis, come l'esistenza, diventa complesso solo quando smettiamo di accettarne la semplicità.

Il tennis è uno sport terribile perché ti costringe al monologo interiore costante. Ma è proprio in quel dialogo, a volte feroce, che scopriamo che la vittoria non è mai un punteggio, ma il momento in cui smettiamo di combattere contro noi stessi e iniziamo, semplicemente, a colpire.

Uscendo dal cinema, mi sono portato dietro una certezza: siamo tutti quel Maestro stanco che cerca di ritrovarsi, e siamo tutti quel bambino che colpisce la palla senza chiedersi dove andrà a finire, finché non scopre che, proprio non chiedendoselo, la palla finisce esattamente dove deve stare.

In fondo, la vita è tutta qui: un set perso malamente e la forza, meravigliosa e illogica, di ricominciare il successivo con la leggerezza di chi non ha più paura di sbagliare.

mercoledì 1 aprile 2026

Non ci sono parole - solo PAROLACCE

 



Comunque una cosa la volevo aggiungere, e lo dico spontaneamente e senza alcun forma di intento diverso. Ho apprezzato molto le parole del direttore di Skyspot( non è uno sbaglio, meno pubblicità per favore) Ferri e di Fabio Caressa, che hanno manifestato un disappunto figlio non solo di critiche ma votato al bisogno di trovare una soluzione concreta, manifestando comunque totale sdegno ed incomprensione verso una persona che negli anni non ha dimostrato alcuna dignità e rispetto verso il popolo italiano

L'UNICO VERO DILETTANTE SEI TU


In una recente conferenza stampa tenutasi il
1° aprile 2026 (a seguito della mancata qualificazione ai Mondiali), il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha discusso del ruolo del calcio rispetto agli altri sport, affrontando il tema della differenza tra professionismo e dilettantismo
. 
Ecco un estratto significativo delle sue dichiarazioni:
"L'Italia vince in altri contesti e non nel calcio? Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità.

martedì 31 marzo 2026

Bosnia-Italia: Se non rifacciamo le fondamenta, il Mondiale è solo un’altra figurina vuota

E' QUESTO IL PROBLEMA




Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: fa quasi tenerezza vedere un intero Paese col fiato sospeso, a pregare tutti i santi del calendario perché abbiamo paura della Bosnia. Ma davvero siamo arrivati a questo punto? Stiamo qui a fare i calcoli col pallottoliere sperando di strappare un biglietto per il Mondiale, ma poi, una volta lì, che ci andiamo a fare? A fare le comparse nel teatro dei grandi mentre gli altri ballano?

Il punto non sono i piedi dei giocatori. Togliamoci dalla testa l'idea che servano per forza undici alieni per fare strada. Guardate il Marocco nello scorso Mondiale: sono arrivati in semifinale non perché avessero i cloni di Maradona in ogni ruolo, ma perché avevano fame, organizzazione e un’identità precisa. Correvano il doppio, credevano in un progetto. Noi, invece, siamo rimasti fermi al "speriamo che qualcuno tiri fuori il coniglio dal cilindro".

Il vero dramma è che stiamo cercando di costruire un attico di lusso su delle fondamenta che marciscono. La struttura, la gestione, la visione a lungo termine... sono concetti che dalle parti della FIGC sembrano arabo. Sono dieci anni che ai vertici si alternano persone che sembrano più preoccupate di mantenere la poltrona che di seminare per il futuro. Se chi comanda non capisce che bisogna favorire la crescita dei talenti, dare basi solide ai settori giovanili e smetterla di vivere di rendita sui successi del passato (che ormai hanno la muffa), non andremo mai da nessuna parte.

Andare al Mondiale per puro caso, magari grazie a un rimpallo fortunato al 90', sarebbe quasi un danno. Sarebbe l'ennesimo velo pietoso steso su un sistema che ha bisogno di un reset totale. È inutile "shippare" la Nazionale se dietro c'è il vuoto cosmico. O cambiamo marcia, o cambiamo le teste al comando, oppure continueremo a tremare ogni volta che incontriamo una squadra organizzata, fosse anche la Bosnia o il dopolavoro ferroviario.

Rinnovamento non è una brutta parola, è l'unica via d'uscita. Senza quello, il Mondiale è solo un altro viaggio premio per chi non se lo merita.