martedì 21 luglio 2026

Governo - Opposizioni e il mercato del consenso: quando i problemi diventano propaganda




È un senso di stanchezza sottile, ma profondo, quello che si avverte di fronte alle ultime vicende di cronaca. Un senso di nausea di fronte al solito, prevedibile teatrino politica-media che scatta puntuale ad ogni tragedia. Basta. Basta usare fatti complessi e dolorosi come clava per un pugno di voti in più.

Guardiamo in faccia la realtà e prendiamo due casi che hanno infiammato le piazze e i dibattiti: la vicenda del gioielliere Mario Roggero e quella di Abderrahim Fakir.

Mario Roggero: dalla ferita del passato al baratro

Da un lato abbiamo Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour. Un uomo di 68 anni con il volto segnato da una vita di lavoro, ma anche dalle cicatrici di un passato violento. Nel 2015, la sua bottega fu devastata da una rapina feroce: Roggero venne picchiato a sangue, lasciandolo a terra con tre costole rotte, legato e terrorizzato insieme alla moglie e alla figlia. Un trauma profondo, di quelli che ti scavano dentro, alimentando un senso di impotenza ed esasperazione strisciante.

Quando il 28 aprile 2021 tre uomini sono entrati di nuovo nel suo negozio minacciando i suoi cari, qualcosa in lui si è spezzato. Nel panico e nella rabbia ha impugnato l'arma ed è passato al punto di non ritorno: ha inseguito i rapinatori all'esterno e li ha freddati in strada mentre tentavano la fuga. La legge ha parlato chiaro con una condanna a 14 anni e 9 mesi: non ci si può fare giustizia da soli. Inseguire e sparare a chi sta ormai scappando non è legittima difesa, e il risarcimento dovuto alle famiglie dei deceduti nasce dal rispetto sacro per la vita umana, per quanto quei rapinatori si fossero messi da soli in una condizione di rischio estremo.

Eppure, per la destra, quest'uomo è diventato istantaneamente un eroe da sventolare senza sfumature, un simbolo con cui giustificare la legge del taglione e la giungla urbana.

Abderrahim Fakir: il confine fragile tra ordine e tragedia

Dall'altro lato c'è la storia di Abderrahim Fakir, 43 anni, operaio marocchino da tempo in Italia, con alle spalle una vita non semplice segnata da alcuni precedenti di polizia e da problemi di salute fragili, tra asma e cardiopatia. Durante una giornata di profonda alterazione nel quartiere Pilastro di Bologna, Fakir dà in escandescenze: danneggia un'auto della polizia, strattona e si scaglia contro gli agenti intervenuti per fermarlo.

Per immobilizzarlo, le forze dell'ordine usano lo spray al peperoncino e lo bloccano a terra a pancia in giù, ammanettandolo. Nei video girati dai residenti si sentono le sue grida disperate, prima del malore fatale che lo stronca a terra prima dell'arrivo dei soccorsi. Un fatto tragico su cui la magistratura e le perizie autoptiche devono fare piena luce per chiarire l'eventuale nesso tra le tecniche di contenimento e il decesso.

Ma la sinistra non ha aspettato la giustizia: ha già la sentenza pronta in tasca. Subito in piazza, cortei, accuse sommarie di abuso di potere sistemico e gogna mediatica verso le forze dell'ordine, prima ancora di aver ricostruito la dinamica dei fatti.

La resa della politica

Vedere la classe politica buttarsi a capofitto su queste vicende fa semplicemente schifo. Nessuno cerca soluzioni concrete per il territorio. Nessuno che si interroghi su come proteggere un commerciante prima che la disperazione lo trasformi in un assassino, né su come dotare le forze dell'ordine di strumenti e formazione adeguati per gestire situazioni di fermo ad altissimo rischio senza che ci scappi il morto.

No: l'unico obiettivo reale è grattare quel misero punto percentuale nei sondaggi della domenica.

Entrambi gli schieramenti sono i primi responsabili della profonda sfiducia che gli elettori nutrono verso di loro. L'interesse primario della politica dovrebbe essere la gestione matura del Paese, non il consenso facile. Basta con questi inutili teatrini. Basta strumentalizzare chi vede nella violenza l'unico modo di esprimersi e basta usare toni censori o autoritari per imporre la propria narrazione ideologica. Il Paese ha bisogno di responsabilità, non dell'ennesima tifoseria.

lunedì 20 luglio 2026

La Spagna come Trionfo dello Sport contro l’Antisport Argentino



Il calcio, a volte, sa essere un giudice giustissimo. Ti mette davanti a uno specchio e ti costringe a guardare cosa sei diventato. E l’epilogo di questo torneo non è stato solo il verdetto di un tabellone, ma la netta vittoria di una visione del mondo su un’altra. Da una parte lo sport nella sua essenza più pura, dall'altra una concezione quasi primitiva del rettangolo verde.

Diciamocelo con franchezza, senza girarci troppo intorno: vedere giocare l'Argentina negli ultimi tempi è diventato un esercizio di pura sofferenza estetica. Al di là del genio intramontabile di Messi — che dipinge calcio anche quando intorno a lui c'è il deserto — il resto della squadra sembra aver scambiato il pallone per una rissa da strada.

Prendiamo un esempio su tutti: Leandro Paredes.

L'espressione perennemente accigliata, lo sguardo di chi cerca la provocazione prima ancora della palla. Quando entra in campo l'atmosfera si fa subito pesante, quasi torbida. Non vedi la ricerca dello spazio, vedi spintoni gratuiti, gomitate a palla lontana, calcioni intimidatori. È l'archetipo del bullo di periferia prestato al calcio d'élite, una figura che trasuda un'aggressività cieca che fa male agli occhi e allo spirito di questo gioco. È veramente indecente.

L'Illusione Tattica e il Peso del Genio

Ma il problema non è solo l'atteggiamento muscolare e provocatorio. C'è un vuoto pneumatico alle spalle. La critica che il grande Diego Armando Maradona mosse a suo tempo a Lionel Scaloni risuona oggi più vera che mai. Maradona, che di anima ed estro se ne intendeva, definì Scaloni un allenatore limitato. E come dargli torto?

In questa squadra non c'è traccia di un'idea collettiva, non c'è una struttura. La "tattica" si riduce a un unico spartito, ripetuto fino alla noia:

  • Cercare disperatamente Messi.

  • Aspettare che crei superiorità numerica scambiando nello stretto sulla destra.

  • Cercare il cross o il classico taglio centrale per la sponda di ritorno.

Fine della storia. Se togli l'estro divino del numero dieci, resta il nulla cosmico. I successi passati, alla luce di questo vuoto, appaiono sempre più come il miracolo personale di un singolo uomo piuttosto che il frutto di un progetto tecnico.


La Lezione Spagnola: Il Collettivo e la Bellezza

Dall’altro lato del campo, ieri come oggi, c’è la Spagna. Entrare in uno stadio dove giocano le Furie Rosse significa respirare un'aria completamente diversa. Qui la filosofia è nobile, antica, radicata profondamente in decenni di cultura sportiva.

È l'idea che si difende offendendo, che non ci si barrica dietro la linea della palla sperando in un errore altrui, ma si scende in campo per imporre il proprio codice genetico, la propria forza e la propria bellezza.

Questa identità non nasce dal nulla. È figlia diretta del calcio totale olandese, filtrata poi attraverso la rivoluzione "Sacchiana" che in Italia ha ridefinito il concetto di armonia e sincronismo. In questa visione la squadra è un organismo unico:

Valore FondanteEspressione in Campo
Il CollettivoIl singolo è al servizio del gruppo, la palla si muove a un tocco.
L'Estro FunzionaleIl talento individuale (i vari Yamal o Nico Williams) non è un'isola, ma la gemma che impreziosisce una struttura già perfetta.
Mentalità ProattivaControllo del gioco, pressing alto e coraggio costante.

Guardare le facce dei giocatori spagnoli durante i momenti di massima pressione restituisce l'immagine di una serenità concentrata, ben lontana dalle smorfie di rabbia dei rivali. C'è il sorriso di chi si diverte a fare le cose per bene, c'è il rispetto per l'avversario e per il pubblico.

Per fortuna, questa volta, il calcio ha scelto la strada della luce. Ha vinto la memoria storica, ha vinto la coralità, ha vinto il coraggio. Ha vinto lo SPORT.

sabato 18 luglio 2026

Il rumore tardivo del ricordo: Bagnoli, perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

 


L’ho fatto di nuovo. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere i social e mi sono ritrovato sommerso da un’ondata di affetto, rispetto e commozione. Immagini in bianco e nero, video di repertorio con quella musica malinconica di sottofondo, articoli firmati dalle firme più prestigiose del giornalismo sportivo, aneddoti commoventi che spuntano da ogni angolo del web. Tutto per lui, per lo "Schopenhauer della Bovisa", l'uomo del miracolo di Verona, l'allenatore di un calcio pane e salame che non c'è più. Osvaldo Bagnoli se n'è andato, e improvvisamente il mondo si è ricordato di quanto fosse immenso, integro, unico.

E per l’ennesima volta, insieme alla tristezza, ho avvertito quel solito, fastidioso nodo allo stomaco. Una domanda che continua a bussare alla mia testa e a cui non riesco a dare una risposta logica: perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

È una dinamica che trovo profondamente ingiusta, quasi ipocrita. Perché copriamo d'oro la memoria di chi non può più sentirci, mentre lasciamo che le stesse persone, negli ultimi anni della loro vita, scivolino lentamente ai margini, dimenticate nei loro silenzi e nella nebbia del tempo che passa? Bagnoli era un uomo schivo, fiero delle sue origini operaie, uno che si era ritirato presto perché in quel calcio moderno fatto di urla e telecamere ossessive non si riconosceva più. Ma questo non significa che l'oblio sia una scelta felice per chiunque. A chi si è distinto, a chi ha scritto pagine indelebili della nostra cultura o del nostro sport, non farebbe piacere tornare al centro di quell'abbraccio mediatico quando è ancora in grado di sorriderne? Non sarebbe più umano riempire lo stadio di striscioni per un uomo anziano che cammina a fatica, invece di intitolargli l'impianto quando la terra gli è già lieve?

Purtroppo, la storia è piena di questi risvegli tardivi. È come se la nostra società soffrisse di un'amnesia cronica, curabile solo dal lutto.

  • Ennio Morricone: Un genio assoluto, le cui note fanno parte del DNA emotivo di chiunque abbia amato il cinema. Eppure, l'Academy di Hollywood si è ricordata di tributargli un Premio Oscar alla carriera solo nel 2007, dopo averlo ignorato per decenni nelle categorie competitive, e la vera pioggia di intitolazioni di piazze, auditorium e teatri in Italia è esplosa solo dopo il 2020.

  • Gigi Riva: L'eroe silenzioso della Sardegna. Finché era in vita, protetto dal suo proverbiale e dignitoso isolamento a Cagliari, l'affetto era immenso ma spesso privato, confinato nell'isola. C'è voluta la sua scomparsa per vedere i telegiornali nazionali dedicargli edizioni straordinarie, per ascoltare i grandi opinionisti rispolverare la sua epopea e per avviare le procedure burocratiche per intitolargli lo stadio di Cagliari.

  • Mia Martini: Il caso forse più doloroso e lampante del nostro panorama culturale. Una delle voci più straordinarie della musica italiana, letteralmente emarginata, isolata e ferita da voci infamanti diffuse dal suo stesso ambiente. Solo dopo la sua tragica scomparsa il mondo dello spettacolo ha fatto "mea culpa", istituendo il Premio della Critica a suo nome a Sanremo e trasformandola nel mito indiscusso che avrebbe meritato di essere difesa e celebrata da viva.

  • Paolo Rossi: L'uomo che fece piangere il Brasile nell'82 e che unì una nazione intera. Negli ultimi anni lavorava come opinionista, trattato spesso con la normale familiarità che si riserva a un ex atleta. La notte in cui se n'è andato, il Paese si è improvvisamente risvegliato orfano di un simbolo patriottico, dando il via a una corsa per intitolargli lo stadio di Vicenza e persino lo stadio Olimpico di Roma, in un impeto di celebrazione che ha il sapore del rimpianto.

Questa tendenza a glorificare i defunti nasconde una pigrizia emotiva spaventosa. Da vivi, i grandi personaggi sono "ingombranti", hanno opinioni, spigoli, difetti. Richiedono uno sforzo di coerenza da parte nostra. Da morti, invece, diventano perfetti. Diventano icone malleabili, che possiamo gestire sui nostri schermi senza il rischio di essere smentiti. Il loro silenzio definitivo ci dà il permesso di parlare per loro, di appropriarci dei loro aneddoti.

Bagnoli guardava il calcio moderno con il distacco saggio del pensatore, protetto dalle mura della sua casa di Verona. Oggi lo piangiamo e lo definiamo "l'ultimo romantico". Ma se vogliamo davvero onorare la sua lezione di umiltà e concretezza, dovremmo imparare a cambiare prospettiva. Cominciamo a celebrare il talento, l'integrità e la bellezza quando sono ancora qui, stringendo le mani a chi ha fatto la storia finché quelle mani sono calde. Non aspettiamo che cali il sipario per accorgerci che lo spettacolo era straordinario.