L’ho fatto di nuovo. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere i social e mi sono ritrovato sommerso da un’ondata di affetto, rispetto e commozione. Immagini in bianco e nero, video di repertorio con quella musica malinconica di sottofondo, articoli firmati dalle firme più prestigiose del giornalismo sportivo, aneddoti commoventi che spuntano da ogni angolo del web. Tutto per lui, per lo "Schopenhauer della Bovisa", l'uomo del miracolo di Verona, l'allenatore di un calcio pane e salame che non c'è più. Osvaldo Bagnoli se n'è andato, e improvvisamente il mondo si è ricordato di quanto fosse immenso, integro, unico.
E per l’ennesima volta, insieme alla tristezza, ho avvertito quel solito, fastidioso nodo allo stomaco. Una domanda che continua a bussare alla mia testa e a cui non riesco a dare una risposta logica: perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?
È una dinamica che trovo profondamente ingiusta, quasi ipocrita. Perché copriamo d'oro la memoria di chi non può più sentirci, mentre lasciamo che le stesse persone, negli ultimi anni della loro vita, scivolino lentamente ai margini, dimenticate nei loro silenzi e nella nebbia del tempo che passa? Bagnoli era un uomo schivo, fiero delle sue origini operaie, uno che si era ritirato presto perché in quel calcio moderno fatto di urla e telecamere ossessive non si riconosceva più.
Purtroppo, la storia è piena di questi risvegli tardivi. È come se la nostra società soffrisse di un'amnesia cronica, curabile solo dal lutto.
Ennio Morricone: Un genio assoluto, le cui note fanno parte del DNA emotivo di chiunque abbia amato il cinema. Eppure, l'Academy di Hollywood si è ricordata di tributargli un Premio Oscar alla carriera solo nel 2007, dopo averlo ignorato per decenni nelle categorie competitive, e la vera pioggia di intitolazioni di piazze, auditorium e teatri in Italia è esplosa solo dopo il 2020.
Gigi Riva: L'eroe silenzioso della Sardegna. Finché era in vita, protetto dal suo proverbiale e dignitoso isolamento a Cagliari, l'affetto era immenso ma spesso privato, confinato nell'isola. C'è voluta la sua scomparsa per vedere i telegiornali nazionali dedicargli edizioni straordinarie, per ascoltare i grandi opinionisti rispolverare la sua epopea e per avviare le procedure burocratiche per intitolargli lo stadio di Cagliari.
Mia Martini: Il caso forse più doloroso e lampante del nostro panorama culturale. Una delle voci più straordinarie della musica italiana, letteralmente emarginata, isolata e ferita da voci infamanti diffuse dal suo stesso ambiente. Solo dopo la sua tragica scomparsa il mondo dello spettacolo ha fatto "mea culpa", istituendo il Premio della Critica a suo nome a Sanremo e trasformandola nel mito indiscusso che avrebbe meritato di essere difesa e celebrata da viva.
Paolo Rossi: L'uomo che fece piangere il Brasile nell'82 e che unì una nazione intera. Negli ultimi anni lavorava come opinionista, trattato spesso con la normale familiarità che si riserva a un ex atleta. La notte in cui se n'è andato, il Paese si è improvvisamente risvegliato orfano di un simbolo patriottico, dando il via a una corsa per intitolargli lo stadio di Vicenza e persino lo stadio Olimpico di Roma, in un impeto di celebrazione che ha il sapore del rimpianto.
Questa tendenza a glorificare i defunti nasconde una pigrizia emotiva spaventosa. Da vivi, i grandi personaggi sono "ingombranti", hanno opinioni, spigoli, difetti. Richiedono uno sforzo di coerenza da parte nostra. Da morti, invece, diventano perfetti. Diventano icone malleabili, che possiamo gestire sui nostri schermi senza il rischio di essere smentiti. Il loro silenzio definitivo ci dà il permesso di parlare per loro, di appropriarci dei loro aneddoti.
Bagnoli guardava il calcio moderno con il distacco saggio del pensatore, protetto dalle mura della sua casa di Verona. Oggi lo piangiamo e lo definiamo "l'ultimo romantico". Ma se vogliamo davvero onorare la sua lezione di umiltà e concretezza, dovremmo imparare a cambiare prospettiva. Cominciamo a celebrare il talento, l'integrità e la bellezza quando sono ancora qui, stringendo le mani a chi ha fatto la storia finché quelle mani sono calde. Non aspettiamo che cali il sipario per accorgerci che lo spettacolo era straordinario.


