mercoledì 8 aprile 2026

Trump ed il teatrino delle borse: quando l'avidità diventa l'ultima barriera della stupidità umana








Guardiamoci allo specchio, ma facciamolo senza il filtro rassicurante della nostra presunta evoluzione. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, tra le mosse teatrali di Trump e i mercati che sussultano a comando, non è politica: è una pantomima grottesca, un gioco di prestigio orchestrato per pochi eletti che hanno già le carte segnate. Siamo rimasti fermi all'archetipo di Gordon Gekko, ma con una tecnologia che rende quel cinismo anni Ottanta un gioco per dilettanti. Se allora il "mantra" era l'avidità, oggi siamo passati a una dipendenza patologica, un bisogno ossessivo di accumulare materia e potere che somiglia più a un disturbo neurologico che a una strategia economica.

È quasi stucchevole osservare come certe figure — il "pel di carota" di turno — riescano a spostare enormi flussi di capitali azionari con una battuta, mentre dietro le quinte i veri squali, quelli che non compaiono mai nei selfie, hanno già posizionato i loro milioni. È successo con la difesa, succede con l'energia, succederà ancora. Il punto, però, non è solo la corruzione del sistema, ma l'infinita, imbarazzante stupidità di un'umanità che si ostina a pensarsi sopraelevata, quasi fosse un'entità distaccata dalle leggi della natura.

Mi chiedo spesso quando abbiamo deciso che un numero su uno schermo valesse più dell'equilibrio biologico che ci tiene in vita. Ci muoviamo in uffici climatizzati, con le luci fredde dei monitor che illuminano i nostri volti pallidi, convinti di aver domato il mondo, mentre fuori la natura ci osserva con la pazienza di chi sa che l'ultima parola non spetta a un broker. Il vero nemico è questa droga invisibile: l'idea che l'accumulo sia la soluzione all'insicurezza cronica della nostra specie. Siamo piccoli pesci che sognano di essere squali in un acquario che si sta svuotando, eppure continuiamo a lottare per le briciole di un banchetto che ci sta avvelenando. Finché il successo sarà misurato dalla capacità di sottrarre e non di creare armonia, resteremo intrappolati in questo loop ridicolo. Forse, dopotutto, la nostra vera condanna non è la cattiveria, ma questa mediocrità spirituale travestita da ambizione, che ci rende ciechi davanti all'ovvio: non siamo i padroni di casa, siamo solo inquilini arroganti che hanno smesso di pagare l'affitto e pensano di aver comprato il palazzo.

martedì 7 aprile 2026

Il Valzer dei Codici: Perché la tua schiena è un affare di Stato



Caro compagno di sventure, se stai leggendo questo post probabilmente hai due cose in comune con me: un dolore che sembra un trapano dimenticato acceso nella zona lombare e una pila di fogli protocollo che servono solo a ricordarti quanto sia creativo il sistema sanitario quando si tratta di lavarsi le mani.

Parliamo chiaramente. Hai la Spondiloartrite Anchilosante — quel nome così altisonante per descrivere il fatto che la tua colonna vertebrale ha deciso di trasformarsi in un pezzo unico di cemento armato — e, per non farti mancare nulla, una bella Stenosi Lombare, che è il modo elegante della medicina per dirti che lo spazio per i tuoi nervi è diventato stretto come un monolocale a Milano durante la settimana della moda.

Eppure, quando il dolore diventa quella sinfonia insopportabile che ti impedisce di allacciarti le scarpe, arriva il paradosso. Lo specialista, con quel sorrisetto di chi ha la soluzione in tasca, ti dice: "Le sedute osteopatiche sarebbero l'ideale per ridare mobilità a quel groviglio di ossa che chiami schiena". Tu esci speranzoso, vai alla cassa e... sorpresa! Il SSN e le assicurazioni ti guardano come se avessi chiesto di farti rimborsare un viaggio alle Maldive per curare la depressione.

Ecco dove scatta il disgusto. La tua salute, quella vera, quella che senti pulsare ogni volta che provi a fare un movimento brusco, non esiste se non ha un codice ministeriale stampato sopra. È una questione di lobby, di confini tracciati col righello tra ciò che è "scienza ufficiale" — ovvero ciò che ha un macchinario costoso dietro — e ciò che è "manipolazione". La Tecar o le Onde d'Urto sono passate perché c'è una macchina, un protocollo standardizzato e un fornitore di hardware che sorride. La Fisiokinesiterapia? Certo, è nel manuale del perfetto cittadino riabilitato dal 1970. Ma l'Osteopatia no. Troppo "umana". Troppo basata sulla sensibilità di un operatore che tocca i tessuti, capisce le tensioni e lavora su quella stenosi che ti sta spegnendo la gamba.

È deprimente vedere come il benessere di un cittadino venga catalogato in base agli interessi delle caste professionali. Se l'osteopatia è stata finalmente riconosciuta come professione sanitaria, perché siamo ancora nel limbo del "paga e taci"? Perché per lo Stato la tua spondiloartrite è una patologia seria solo se la curi con i farmaci che piacciono a loro, ma diventa un hobby privato se cerchi di gestirla con un approccio manuale che, guarda caso, funziona.

Siamo diventati dei codici a barre. Se la tua terapia non rientra in una griglia Excel predefinita da un burocrate che probabilmente non ha mai avuto un'infiammazione in vita sua, allora non è salute: è un lusso. È schifoso pensare che in un momento di fragilità, dove la tua colonna vertebrale ti sta letteralmente chiedendo pietà, tu debba anche fare i conti con chi decide quale parte del tuo dolore sia "rimborsabile" e quale debba restare un costo sul tuo estratto conto. Perché alla fine, tra specialisti che si guardano in cagnesco e assicurazioni che cercano il cavillo per non pagare, chi resta incriccato — in tutti i sensi — sei sempre tu.


giovedì 2 aprile 2026

Film: Il Maestro - L’Essere oltre la Materia: Il Tennis come Specchio dell’Anima




La luce del campo da tennis a fine giornata ha un modo tutto suo di mettere a nudo la verità. È radente, allunga le ombre e, se hai appena finito di giocare, sembra quasi voler illuminare i detriti emotivi che ti sei lasciato alle spalle tra una linea e l’altra. Oggi, uscendo dalla sala dopo aver visto Il Maestro, ho provato quella stessa sensazione di stordimento e lucidità.

Il film di Pierfrancesco Favino e del giovanissimo Tiziano Meninchelli non è solo un racconto sullo sport; è una disamina spietata e dolcissima di quello che siamo quando siamo soli davanti a un ostacolo.


Mi è capitato spesso, e so che è capitato anche a molti di voi, di vivere quel paradosso assurdo del "secondo set". Perdi il primo 6-0. Sei annichilito, svuotato. Eppure, improvvisamente, nel secondo set inizi a dominare. Perché?

Credo che la risposta risieda in un momento di rottura psicologica che il film dipinge magnificamente nel rapporto tra il Maestro (un Favino monumentale, capace di trasmettere il peso di ogni singolo rimpianto con un solo sguardo contratto) e il bambino (un Meninchelli che è pura istintività).

Quando tocchi il fondo, accade qualcosa di magico: l'inibizione muore.

  • L'addio all'assillo: Non hai più nulla da perdere. L’ossessione del risultato, quel rumore bianco che ti sporca il gesto tecnico, svanisce perché il "peggio" è già accaduto.

  • Il colpo leggero: Senza il peso del pensiero, il braccio si scioglie. Non è più la materia — la racchetta, la pallina, il muscolo — a comandare, ma l'Essere.

  • L'estraniazione: Ti guardi da fuori e, in quell'assenza di giudizio verso te stesso, diventi finalmente efficace.


Nel film, il legame tra Favino e Meninchelli è il cuore pulsante di questa teoria. Il Maestro porta sul campo le sue cicatrici, le sue paure che sono diventate corazze rigide; il bambino, invece, è ancora in quella fase in cui la paura è un’emozione fluida, non ancora trasformata in blocco.

Vederli interagire è stato come osservare due fasi della stessa vita che provano a comunicare. Il Maestro insegna la tecnica, ma è il bambino a ricordare al Maestro (e a noi) che il tennis, come l'esistenza, diventa complesso solo quando smettiamo di accettarne la semplicità.

Il tennis è uno sport terribile perché ti costringe al monologo interiore costante. Ma è proprio in quel dialogo, a volte feroce, che scopriamo che la vittoria non è mai un punteggio, ma il momento in cui smettiamo di combattere contro noi stessi e iniziamo, semplicemente, a colpire.

Uscendo dal cinema, mi sono portato dietro una certezza: siamo tutti quel Maestro stanco che cerca di ritrovarsi, e siamo tutti quel bambino che colpisce la palla senza chiedersi dove andrà a finire, finché non scopre che, proprio non chiedendoselo, la palla finisce esattamente dove deve stare.

In fondo, la vita è tutta qui: un set perso malamente e la forza, meravigliosa e illogica, di ricominciare il successivo con la leggerezza di chi non ha più paura di sbagliare.