lunedì 13 aprile 2026

(Sappilo !!! ) Il Tuo Sorriso ogni oltre Spazio

 

(Verso 1)
C’è una luce che scende stasera
Mentre il mondo rallenta la corsa
Guardo in alto e ti vedo lì, vera
Quella luna ha il tuo viso.
Splende bianca nel buio profondo
Un riflesso che poi svanirà
E racconta al mio mondo
Quello che il tempo non cancellerà.

(Coro - Armonie vellutate, ritmo sincopato)
È il tuo sorriso, baby... luminoso
Quello senza suono, ma che dice tutto
Come la luna che brilla nel cielo (splende per noi)
E ci dona un sentiero da seguire
Solo tu... quel sorriso.

(Verso 2)
I tuoi occhi, due gemme di luce
Labbra socchiuse, un accenno d’amore
Quelle fossette, la mia sola pace
Le porto scritte dentro al mio cuore.
Anche se resti un’immagine impressa
Nella mia mente continui a sognare
La notte non è mai davvero riflessa
Senza quel raggio che sai sprigionare.

(Ponte - Voce sussurrata, quasi parlata)
Lo vedi? La luna è lì per te.
Per far ricordare a chiunque guardi in su...
Che nessuno rideva come ridevi tu.

(Outro - Sfumando con il beat)
Il tuo sorriso...
Sempre nella mia mente.
Like the moon in the night...
Just like that.


VORREI DARE ALLA LUNA IL TUO SORRISO

PERCHE' CHIUNQUE LO POSSA GUARDARE

NELLA NOTTE

E TROVARE TE

( caro Tiziano quella strofa io l'avevo scritta nel 1994, su di un diario azzurro) 

La Tavola e la Luna




 (Andamento: Inizia piano con un pianoforte o una chitarra acustica, poi cresce di intensità nel ritornello)

[Intro]
(Note: Do - Lam7 - Fa - Sol)
[Strofa 1]
Vorrei essere quella tavola
che sotto i tuoi piedi nudi
sfiora il ciglio delle onde
mentre il mondo fuori affonda.
Prendo velocità nel tuo respiro
inseguo il vento, il cielo e il tiro
di una corrente che ci culla
mentre intorno non esiste nulla.
[Pre-Chorus]
Arriva all’apice, un salto nel vuoto
torna in basso, un brivido ignoto.
Si assesta il cuore, riprende vigore
per spingere ancora verso il sole...
(Note: Rem - Sol7 - Do - Lam)
[Ritornello]
E spingere nuovamente per restare
dentro quest'estasi senza confine,
vivere attimi in mezzo al mare
senza chiederci mai della fine.
E se il destino ci sfida o ci inganna
noi cercheremo la nostra capanna
lì dove il mare si fa d’argento
sotto il riflesso della luna.
(Note: Fa - Sol - Do - Lam / Fa - Sol - Do)
[Bridge]
(Qui la musica si fa più incalzante)
Sconfinata estasi, pelle contro legno
siamo un disegno che non ha ritegno.
Tra la schiuma bianca e la sabbia bruna
abbiamo sfidato la nostra fortuna
guardando negli occhi la faccia della luna.
[Outro]
(Note: Do - Lam7 - Fa - Sol - Do)
Riprende vigore...
Per vivere insieme...
Sotto la luna.

mercoledì 8 aprile 2026

Trump ed il teatrino delle borse: quando l'avidità diventa l'ultima barriera della stupidità umana








Guardiamoci allo specchio, ma facciamolo senza il filtro rassicurante della nostra presunta evoluzione. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, tra le mosse teatrali di Trump e i mercati che sussultano a comando, non è politica: è una pantomima grottesca, un gioco di prestigio orchestrato per pochi eletti che hanno già le carte segnate. Siamo rimasti fermi all'archetipo di Gordon Gekko, ma con una tecnologia che rende quel cinismo anni Ottanta un gioco per dilettanti. Se allora il "mantra" era l'avidità, oggi siamo passati a una dipendenza patologica, un bisogno ossessivo di accumulare materia e potere che somiglia più a un disturbo neurologico che a una strategia economica.

È quasi stucchevole osservare come certe figure — il "pel di carota" di turno — riescano a spostare enormi flussi di capitali azionari con una battuta, mentre dietro le quinte i veri squali, quelli che non compaiono mai nei selfie, hanno già posizionato i loro milioni. È successo con la difesa, succede con l'energia, succederà ancora. Il punto, però, non è solo la corruzione del sistema, ma l'infinita, imbarazzante stupidità di un'umanità che si ostina a pensarsi sopraelevata, quasi fosse un'entità distaccata dalle leggi della natura.

Mi chiedo spesso quando abbiamo deciso che un numero su uno schermo valesse più dell'equilibrio biologico che ci tiene in vita. Ci muoviamo in uffici climatizzati, con le luci fredde dei monitor che illuminano i nostri volti pallidi, convinti di aver domato il mondo, mentre fuori la natura ci osserva con la pazienza di chi sa che l'ultima parola non spetta a un broker. Il vero nemico è questa droga invisibile: l'idea che l'accumulo sia la soluzione all'insicurezza cronica della nostra specie. Siamo piccoli pesci che sognano di essere squali in un acquario che si sta svuotando, eppure continuiamo a lottare per le briciole di un banchetto che ci sta avvelenando. Finché il successo sarà misurato dalla capacità di sottrarre e non di creare armonia, resteremo intrappolati in questo loop ridicolo. Forse, dopotutto, la nostra vera condanna non è la cattiveria, ma questa mediocrità spirituale travestita da ambizione, che ci rende ciechi davanti all'ovvio: non siamo i padroni di casa, siamo solo inquilini arroganti che hanno smesso di pagare l'affitto e pensano di aver comprato il palazzo.