martedì 12 maggio 2026

Il "Modello Como" e la deriva del Calcioscommesse: l'esempio negativo che affossa il calcio italiano



Dobbiamo smetterla di farci abbagliare dai capitali stranieri e dai successi costruiti a tavolino, spacciandoli per "modelli esemplari". La recente narrazione intorno al Como, dipinto come il nuovo miracolo calcistico da imitare, nasconde una realtà che è l'esatta antitesi di ciò di cui ha bisogno il nostro movimento. Non è un modello da copiare, è il sintomo di un sistema che ha perso la bussola, dove persino i risultati sul campo iniziano a sollevare dubbi che definire "ambigui" è un eufemismo.

Guardatevi intorno: stiamo parlando di una realtà di provincia che, per sua natura, ha un bacino d’utenza e uno sviluppo popolare necessariamente limitato. Eppure, viene celebrata come un’eccellenza. Ma eccellenza di cosa? Di una proprietà straniera che arriva e costruisce una struttura che parla tutto tranne che italiano, mentre intorno il fetore del calcioscommesse torna a farsi sentire con dinamiche di gioco che sfidano ogni logica sportiva.

Un'identità smarrita tra capitali e ombre

Il campo non mente. Vediamo una squadra formata quasi esclusivamente da stranieri, guidata da un allenatore straniero. È questo il modo in cui pensiamo di rilanciare la nostra Nazionale? Al contrario, questa gestione giustifica e alimenta la totale mancanza di italianità. E mentre si elogia la "gestione esemplare", assistiamo a partite dai finali grotteschi che sembrano scritte da uno sceneggiatore di bassa lega piuttosto che dal destino sportivo.

Prendete Parma-Roma di domenica scorsa. All’86° minuto il Parma conduceva 2-1. Una partita chiusa? No. Al 100° minuto il risultato recitava 2-3. Per darvi un'idea dell'assurdità:

  • Prima del 93° minuto (gol del 2-2 di Rensch), la quota per la vittoria della Roma era schizzata oltre 25.00, un evento dato per impossibile dai mercati.

  • Eppure, dopo il pareggio e un rigore concesso al 98°, ecco il ribaltone. Casualità? Nel calcio moderno, la linea tra "miracolo" e "anomalia" è diventata pericolosamente sottile.

La farsa di Napoli-Bologna

Non è andata meglio ieri sera al "Maradona" in Napoli-Bologna. Una partita che per il Bologna non valeva nulla, mentre per il Napoli significava la certezza matematica della Champions League. La dinamica è stata un insulto all'intelligenza dei tifosi: 0-2 fulmineo, rimonta fino al 2-2 e poi, nel pieno del recupero, il 2-3 finale di Rowe.

  • Quota inizio partita: La vittoria del Bologna era data a circa 6.00, considerata un'impresa improbabile contro una squadra di Conte motivata dal traguardo Champions.

  • Dopo il 2-2: Nel finale, con il Napoli che spingeva per il gol qualificazione, la quota del Bologna vincente era praticamente fuori mercato (sopra 15.00/20.00), eppure è arrivato il gol che ha gelato lo stadio.

Il calcio italiano non ha bisogno di questo

Non basta vincere un campionato di Primavera 2 se la struttura portante ignora il prodotto interno e i risultati della prima squadra puzzano di bruciato. Il modello Como, unito a queste dinamiche di campo indecifrabili, è l’esempio perfetto di come si possa fare calcio in Italia senza fare calcio italiano.

Accettare passivamente questa visione significa firmare la resa definitiva. Invece di copiare chi compra il successo con passaporti esteri e partecipa a partite dai finali "estrosi", dovremmo tornare a chiederci cosa resti di autentico. Il calcio è della gente; se diventa un esercizio finanziario per pochi o, peggio, un terreno di caccia per flussi di scommesse anomali, abbiamo già perso tutti.

Il calcio italiano non riparte dai milioni stranieri o dai risultati ribaltati al centesimo minuto. Riparte se ha il coraggio di essere, finalmente e orgogliosamente, sé stesso.

domenica 10 maggio 2026

Chi non vive l'amicizia per quello che è ma solo per sentirsi superiore è una vera "merda" e come tale va scaricata






C’è un silenzio strano che cala quando ti rendi conto che qualcuno che credevi vicino, in realtà, stava solo prendendo le misure della tua vita per capire se la sua fosse più lunga, più larga, più splendente. È una sensazione amara, un retrogusto di cenere che sporca la bellezza di quello che, per definizione, dovrebbe essere il sentimento più libero del mondo: l’amicizia.

Ma è mai possibile che questo legame debba essere costantemente inquinato dalla competizione?

L’amicizia non è una gara. Non è un podio su cui salire per mostrare i propri trofei o una vetrina dove esporre "quanto si ha" per suscitare l’approvazione o, peggio, l’invidia altrui. L’amicizia è condivisione pura. È quel desiderio quasi infantile e bellissimo di manifestare la propria gioia a chi senti complice, a chi vede il mondo con i tuoi stessi colori o, almeno, con la stessa luminosità. Quando questo specchio si incrina sotto il peso dell’esibizionismo, dell’arroganza o, peggio, della gelosia, ci troviamo anni luce distanti dal cuore pulsante di questo rapporto.

Spesso ci confondiamo. Pensiamo che l'amico sia solo colui che arriva con i fazzoletti quando piangiamo. Certo, la spalla è fondamentale, ma il vero banco di prova è la gioia. L’amico autentico è quello che si anima per te, che gode dei tuoi successi come se fossero i suoi, che vede la tua serenità e ne trae ossigeno. Non è chi osserva i tuoi post o i tuoi racconti cercando la crepa, il difetto o la prova di una felicità fittizia per sentirsi, nell'ombra, un po' meglio di te.

Esistono persone che si nutrono, quasi parassitariamente, dei tuoi stati di malessere. Persone che si sentono sicure solo finché tu sei nell'incertezza. Ma la verità è che chi ha davvero a cuore il tuo bene non può che compiacersi del tuo ritrovato stato di equilibrio. Se qualcuno usa il tuo vissuto per fare confronti, per sminuirti o per proiettare le proprie insicurezze sulla tua vita, non sta offrendo amicizia: sta solo cercando di nutrire il proprio ego.

Allontanare queste presenze non è un atto di cattiveria, è un atto di igiene mentale. È proteggere quella parte di noi che vuole ancora credere nella trasparenza degli sguardi. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, perché chi non vive l'amicizia in questo modo ma solo per confrontarsi avendone bisogno per sentirsi superiore è solo un vera "merda" e come tale va scaricato.

venerdì 8 maggio 2026

Ehi FIGLI e fatelo un "cazzo di piccolo sforzo" perché non sempre si deve solo dare!!!!



Leggete qui e fatelo un piccolo favore 


Ci sono momenti in cui la realtà ti colpisce in pieno volto, non per un evento eclatante, ma per la sottile freddezza di un gesto mancato. Ieri è successo proprio questo, e mi ha lasciato addosso un senso di amarezza difficile da scrollare via.

Immaginate la scena: una giornata normale, il lavoro in smart working che scorre tra le mura di casa, e una richiesta semplice. Antonella deve solo portare l'auto a fare il tagliando, a dieci minuti di strada. Chiede alla figlia di venticinque anni di accompagnarla, giusto il tempo di lasciarla lì e rientrare. La risposta? Un rinvio al pomeriggio. Ma quando arriva il momento di andare a ritirarla, ecco che spunta il muro: "Non posso staccarmi dal video, i capi mi controllano".

Ora, parliamoci chiaramente. Lo smart working, per sua natura, è un lavoro ad obiettivi. Non c’è un cartellino che ti incatena al secondo; c’è una flessibilità che ti permette di spalmare l'impegno, di gestire il tuo tempo con intelligenza. Dire di no per una manciata di minuti dietro a una scrivania virtuale non è solo una questione professionale, è una scelta di priorità.

Ma quello che mi fa davvero rabbia, quello che mi stringe il cuore, è il vuoto di consapevolezza che c'è dietro quel rifiuto.

Per capire il peso di quel "piccolo favore" negato, bisognerebbe fermarsi un secondo e leggere la storia di Antonella. Bisognerebbe vedere i solchi invisibili che la fatica ha lasciato nella sua anima, una donna che ha dovuto caricarsi sulle spalle il destino di due figlie praticamente da sola. Senza paracadute, senza un compagno accanto, e con il peso di una madre malata che, invece di aiutarla, era un altro cuore fragile di cui prendersi cura. Ha attraversato tempeste che avrebbero piegato chiunque, trovando una forza che definire eroica è poco, solo per garantire a Federica e Aurora un presente sereno.

Vedere questo sacrificio rispondere con l'indifferenza di un monitor acceso è disarmante. I figli dovrebbero conoscere il sentiero di spine che i genitori hanno calpestato per farli camminare sul velluto. Non si tratta di pretendere una venerazione costante, ma di restituire almeno un briciolo di quell'amore e di quella dedizione. È una questione di appartenenza, di rispetto, di umanità.

Se vi viene chiesto un favore, uno sforzo di dieci minuti, non guardate l'orologio o la webcam. Guardate chi avete davanti. Guardate quella madre che non ha mai detto "non posso" quando c'era da lottare per voi. Fate quel cazzo di piccolo sforzo. Perché un'auto si recupera sempre, ma il senso di solitudine che lasciate nel cuore di chi vi ama, quello resta. E fa male.