Avete presente quelle coppie che passano l'anno a lanciarsi piatti in cucina, a guardarsi con il broncio sul divano e a lamentarsi con gli amici di quanto sia diventato invivibile il rapporto? Quelle che guardi da fuori e pensi: "Ok, tempo tre giorni e ognuno per la sua strada". Ecco, immaginate la mia perplessità quando, dopo mesi di musi lunghi, sguardi spenti davanti alle telecamere e una costante frustrazione per una macchina che non rispecchiava il suo indiscutibile talento, Charles Leclerc si siede davanti ai microfoni e dichiara, con un sorriso d'ordinanza: "La Ferrari è casa mia", firmando il rinnovo di contratto.
Lì per lì ammetto di aver vacillato. Ho pensato che forse, sotto sotto, noi da fuori non capiamo nulla, che l'amore per la scuderia della vita cancella ogni colpo di sottosterzo.
Poi, però, arriva il Gran Premio successivo. E la magia svanisce più velocemente di un treno di gomme soft su una pista abrasiva. "Non ho nessuna fiducia in questa macchina", dice testualmente via radio. Un fulmine a ciel sereno? Nemmeno per idea, semmai un brusco ritorno alla realtà.
Ed è qui che la trama, da film romantico, si trasforma in un thriller psicologico dalle tinte decisamente grottesche. Gara successiva: una corsa passata nell'anonimato, lontana anni luce dal podio, condita da un battibecco via radio degno di una sitcom. Il pilota si lamenta, chiede spiegazioni sul perché lo abbiano richiamato ai box subito dopo la Safety Car – mossa che, di fatto, gli ha fatto scontare la penalità di Hamilton facendogli perdere posizioni – e, nel bel mezzo del nervosismo, la frittata è fatta. Finisce dritto contro il muro, tradito da una zona di asfalto visibilmente deteriorata da giri, visibile a tutti tranne, evidentemente, a chi in quel momento guidava con la mente offuscata dai fumi della frustrazione.
Rimango a guardar lo schermo, a Gran Premio finito, con una sola, gigantesca domanda che mi frulla in testa: ma perché?
È un paradosso che razionalmente non riesco a decifrare. Da un lato abbiamo una scuderia, la Ferrari, che manda segnali contrastanti, dando l'impressione di non credere più ciecamente e incondizionatamente in quel pilota, gestendo le strategie in pista con una disattenzione che rasenta l'apatia. Eppure, gli offre un rinnovo blindato. Dall'altro abbiamo un pilota che sembra vivere ogni weekend di gara come un calvario, scontento di come viene gestito e palesemente deluso dalle prestazioni del mezzo. Eppure, firma e giura fedeltà eterna.
Forse la risposta non sta nella logica sportiva, ma nel cinismo del business moderno. A volte, un matrimonio di facciata conviene a entrambi. La Ferrari mantiene il suo "predestinato", l'uomo copertina che scalda il cuore dei tifosi a prescindere dai risultati; Leclerc mantiene il sedile più prestigioso del mondo, convinto che prima o poi la ruota girerà, o forse semplicemente consapevole che le alternative vincenti, là fuori, al momento non esistono.
Resta il fatto che guardare questa soap opera a 300 all'ora è diventato stancante. Tra dichiarazioni d'amore eterno il giovedì e accuse al veleno la domenica, l'unica certezza è che quel muro, alla fine, lo ha colpito un pilota che non ha più la serenità necessaria per guidare al limite. E finché continueranno a fare finta che vada tutto bene, temo che i pezzi di carbonio da raccogliere sull'asfalto saranno ancora parecchi.
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