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| Avete Capito Chi E' |
Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.
La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.
Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:
Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.
La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).
La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.
Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".
Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.
(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

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