mercoledì 15 aprile 2026

Basta- basta-basta ... ancora sto teatrino politico ??!!! Mettete Malagò e andate fuori dai coglioni voi ed i vostri affari




Ancora qui a parlare di poltrone, di veti incrociati e di nomi che sanno di naftalina mentre il nostro calcio è un cumulo di macerie fumanti. Fa quasi sorridere, se non fosse che viene voglia di piangere, vedere come il sistema riesca a ignorare la realtà anche quando questa ti urla in faccia da anni. Siamo diventati lo zimbello d'Europa, capaci di inciampare su Macedonia e Bosnia come se fossimo noi la piccola Cenerentola del girone, eppure l'unica cosa che sembra contare davvero nei palazzi del potere è chi si siede a capotavola.

La verità è che la Serie A è diventata un porto di mare dove l'identità è un concetto sbiadito. Quando tre quarti dei giocatori che scendono in campo sono stranieri, è inutile stupirsi se poi la Nazionale non trova più la bussola. Non è razzismo, è aritmetica: se non seminiamo nel nostro giardino, come possiamo pretendere di raccogliere frutti? Ma a certi dirigenti questo non interessa. Loro guardano i bilanci dei loro interessi privati e i giochi di sponda con la politica.

E ora ecco che spunta di nuovo Giancarlo Abete. Una mossa che puzza di vecchio, di conservazione, di quella politica che preferisce il controllo alla competenza. Candidarsi per sbarrare la strada a Giovanni Malagò è l'ennesimo schiaffo al merito. Malagò ha dimostrato coi fatti, al CONI, di saper gestire la macchina dello sport con una visione moderna; ma la logica del "nostro interesse sopra tutto" deve sempre prevalere. Vedere Lotito e compagni ancora lì a manovrare fili invisibili fa venire la nausea.

Siamo stanchi di sentirci inferiori a Svizzera o Norvegia, nazioni che un tempo guardavamo con la sufficienza dei grandi e che oggi ci danno lezioni di organizzazione e dignità. Vogliamo tornare a respirare l'odore dell'erba senza il retrogusto amaro dei compromessi da corridoio. Signori, fate un favore a questo sport: spazzatevi via. Lasciate che il merito torni a essere il motore di tutto. Andate a fare i vostri "affari" altrove, perché i tifosi hanno finito la pazienza e il calcio italiano ha finito il tempo.

martedì 14 aprile 2026

Quando a pagare sono gli altri e non gli incapaci che non sanno amministrare un cazzo




Ti è mai capitato di pensare che il tuo lavoro sia un porto sicuro, costruito su patti chiari e regole scritte? Immagina di svegliarti una mattina e scoprire che quel terreno, che credevi solido, sta iniziando a franare sotto i tuoi piedi. E la cosa più amara non è la frana in sé, ma la consapevolezza che a causarla non è stato un evento imprevedibile, ma la gestione approssimativa di chi, in quegli anni, sedeva nelle stanze del comando.

Parliamo di una situazione che ha dell’assurdo: una verifica amministrativa accende un faro su anni di gestione delle retribuzioni e scopre che qualcosa non torna. Indennità, premi, scatti che sembravano legittimi vengono bollati come "irregolarità". E qui accade il paradosso che ferisce nel profondo: mentre chi ha firmato quegli atti, chi ha deciso le strategie e chi doveva vigilare sembra svanire nel nulla, senza pagare alcuna conseguenza reale, la scure si abbatte sull'anello più esposto della catena. Il dipendente.

Chiedere a un lavoratore di restituire dieci anni di stipendio, o una parte significativa di essi, è un atto che va oltre il freddo tecnicismo burocratico; è un trauma che entra nelle case, che scompiglia i piani di una vita, che toglie il sonno a chi ha agito in totale buona fede. È come se, dopo aver cenato in un ristorante per anni pagando il conto presentato, il proprietario tornasse da te dicendo che i prezzi sul menu erano sbagliati e che ora devi saldare la differenza di un decennio. È profondamente ingiusto, eppure sta accadendo.

C’è una sottile ironia, quasi crudele, nel vedere come la responsabilità, che dovrebbe essere proporzionale al potere esercitato, diventi improvvisamente una zavorra che solo chi sta in basso deve trascinare. Mentre il "management" si trincera dietro analisi legali e comunicati asettici, il lavoratore resta solo con una lettera in mano e il peso di una colpa non sua. Dove finisce l'etica della responsabilità? Dove si è persa l'umanità del lavoro? Forse è ora di smettere di chiamarli "errori amministrativi" e iniziare a chiamarli col loro nome: fallimenti della leadership che non possono, e non devono, essere sanati mettendo le mani nelle tasche di chi ha semplicemente fatto il proprio dovere. Perché la dignità di chi lavora non può essere il fondo cassa per i pasticci di chi comanda.

lunedì 13 aprile 2026

(Sappilo !!! ) Il Tuo Sorriso ogni oltre Spazio

 







(Verso 1)
C’è una luce che scende stasera
Mentre il mondo rallenta la corsa
Guardo in alto e ti vedo lì, vera
Quella luna ha il tuo viso.
Splende bianca nel buio profondo
Un riflesso che poi svanirà
E racconta al mio mondo
Quello che il tempo non cancellerà.

(Coro - Armonie vellutate, ritmo sincopato)
È il tuo sorriso, baby... luminoso
Quello senza suono, ma che dice tutto
Come la luna che brilla nel cielo (splende per noi)
E ci dona un sentiero da seguire
Solo tu... quel sorriso.

(Verso 2)
I tuoi occhi, due gemme di luce
Labbra socchiuse, un accenno d’amore
Quelle fossette, la mia sola pace
Le porto scritte dentro al mio cuore.
Anche se resti un’immagine impressa
Nella mia mente continui a sognare
La notte non è mai davvero riflessa
Senza quel raggio che sai sprigionare.

(Ponte - Voce sussurrata, quasi parlata)
Lo vedi? La luna è lì per te.
Per far ricordare a chiunque guardi in su...
Che nessuno rideva come ridevi tu.

(Outro - Sfumando con il beat)
Il tuo sorriso...
Sempre nella mia mente.
Like the moon in the night...
Just like that.


VORREI DARE ALLA LUNA IL TUO SORRISO

PERCHE' CHIUNQUE LO POSSA GUARDARE

NELLA NOTTE

E TROVARE TE

( caro Tiziano quella strofa io l'avevo scritta nel 1994, su di un diario azzurro)