lunedì 20 luglio 2026

La Spagna come Trionfo dello Sport contro l’Antisport Argentino



Il calcio, a volte, sa essere un giudice giustissimo. Ti mette davanti a uno specchio e ti costringe a guardare cosa sei diventato. E l’epilogo di questo torneo non è stato solo il verdetto di un tabellone, ma la netta vittoria di una visione del mondo su un’altra. Da una parte lo sport nella sua essenza più pura, dall'altra una concezione quasi primitiva del rettangolo verde.

Diciamocelo con franchezza, senza girarci troppo intorno: vedere giocare l'Argentina negli ultimi tempi è diventato un esercizio di pura sofferenza estetica. Al di là del genio intramontabile di Messi — che dipinge calcio anche quando intorno a lui c'è il deserto — il resto della squadra sembra aver scambiato il pallone per una rissa da strada.

Prendiamo un esempio su tutti: Leandro Paredes.

L'espressione perennemente accigliata, lo sguardo di chi cerca la provocazione prima ancora della palla. Quando entra in campo l'atmosfera si fa subito pesante, quasi torbida. Non vedi la ricerca dello spazio, vedi spintoni gratuiti, gomitate a palla lontana, calcioni intimidatori. È l'archetipo del bullo di periferia prestato al calcio d'élite, una figura che trasuda un'aggressività cieca che fa male agli occhi e allo spirito di questo gioco. È veramente indecente.

L'Illusione Tattica e il Peso del Genio

Ma il problema non è solo l'atteggiamento muscolare e provocatorio. C'è un vuoto pneumatico alle spalle. La critica che il grande Diego Armando Maradona mosse a suo tempo a Lionel Scaloni risuona oggi più vera che mai. Maradona, che di anima ed estro se ne intendeva, definì Scaloni un allenatore limitato. E come dargli torto?

In questa squadra non c'è traccia di un'idea collettiva, non c'è una struttura. La "tattica" si riduce a un unico spartito, ripetuto fino alla noia:

  • Cercare disperatamente Messi.

  • Aspettare che crei superiorità numerica scambiando nello stretto sulla destra.

  • Cercare il cross o il classico taglio centrale per la sponda di ritorno.

Fine della storia. Se togli l'estro divino del numero dieci, resta il nulla cosmico. I successi passati, alla luce di questo vuoto, appaiono sempre più come il miracolo personale di un singolo uomo piuttosto che il frutto di un progetto tecnico.


La Lezione Spagnola: Il Collettivo e la Bellezza

Dall’altro lato del campo, ieri come oggi, c’è la Spagna. Entrare in uno stadio dove giocano le Furie Rosse significa respirare un'aria completamente diversa. Qui la filosofia è nobile, antica, radicata profondamente in decenni di cultura sportiva.

È l'idea che si difende offendendo, che non ci si barrica dietro la linea della palla sperando in un errore altrui, ma si scende in campo per imporre il proprio codice genetico, la propria forza e la propria bellezza.

Questa identità non nasce dal nulla. È figlia diretta del calcio totale olandese, filtrata poi attraverso la rivoluzione "Sacchiana" che in Italia ha ridefinito il concetto di armonia e sincronismo. In questa visione la squadra è un organismo unico:

Valore FondanteEspressione in Campo
Il CollettivoIl singolo è al servizio del gruppo, la palla si muove a un tocco.
L'Estro FunzionaleIl talento individuale (i vari Yamal o Nico Williams) non è un'isola, ma la gemma che impreziosisce una struttura già perfetta.
Mentalità ProattivaControllo del gioco, pressing alto e coraggio costante.

Guardare le facce dei giocatori spagnoli durante i momenti di massima pressione restituisce l'immagine di una serenità concentrata, ben lontana dalle smorfie di rabbia dei rivali. C'è il sorriso di chi si diverte a fare le cose per bene, c'è il rispetto per l'avversario e per il pubblico.

Per fortuna, questa volta, il calcio ha scelto la strada della luce. Ha vinto la memoria storica, ha vinto la coralità, ha vinto il coraggio. Ha vinto lo SPORT.

sabato 18 luglio 2026

Il rumore tardivo del ricordo: Bagnoli, perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

 


L’ho fatto di nuovo. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere i social e mi sono ritrovato sommerso da un’ondata di affetto, rispetto e commozione. Immagini in bianco e nero, video di repertorio con quella musica malinconica di sottofondo, articoli firmati dalle firme più prestigiose del giornalismo sportivo, aneddoti commoventi che spuntano da ogni angolo del web. Tutto per lui, per lo "Schopenhauer della Bovisa", l'uomo del miracolo di Verona, l'allenatore di un calcio pane e salame che non c'è più. Osvaldo Bagnoli se n'è andato, e improvvisamente il mondo si è ricordato di quanto fosse immenso, integro, unico.

E per l’ennesima volta, insieme alla tristezza, ho avvertito quel solito, fastidioso nodo allo stomaco. Una domanda che continua a bussare alla mia testa e a cui non riesco a dare una risposta logica: perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

È una dinamica che trovo profondamente ingiusta, quasi ipocrita. Perché copriamo d'oro la memoria di chi non può più sentirci, mentre lasciamo che le stesse persone, negli ultimi anni della loro vita, scivolino lentamente ai margini, dimenticate nei loro silenzi e nella nebbia del tempo che passa? Bagnoli era un uomo schivo, fiero delle sue origini operaie, uno che si era ritirato presto perché in quel calcio moderno fatto di urla e telecamere ossessive non si riconosceva più. Ma questo non significa che l'oblio sia una scelta felice per chiunque. A chi si è distinto, a chi ha scritto pagine indelebili della nostra cultura o del nostro sport, non farebbe piacere tornare al centro di quell'abbraccio mediatico quando è ancora in grado di sorriderne? Non sarebbe più umano riempire lo stadio di striscioni per un uomo anziano che cammina a fatica, invece di intitolargli l'impianto quando la terra gli è già lieve?

Purtroppo, la storia è piena di questi risvegli tardivi. È come se la nostra società soffrisse di un'amnesia cronica, curabile solo dal lutto.

  • Ennio Morricone: Un genio assoluto, le cui note fanno parte del DNA emotivo di chiunque abbia amato il cinema. Eppure, l'Academy di Hollywood si è ricordata di tributargli un Premio Oscar alla carriera solo nel 2007, dopo averlo ignorato per decenni nelle categorie competitive, e la vera pioggia di intitolazioni di piazze, auditorium e teatri in Italia è esplosa solo dopo il 2020.

  • Gigi Riva: L'eroe silenzioso della Sardegna. Finché era in vita, protetto dal suo proverbiale e dignitoso isolamento a Cagliari, l'affetto era immenso ma spesso privato, confinato nell'isola. C'è voluta la sua scomparsa per vedere i telegiornali nazionali dedicargli edizioni straordinarie, per ascoltare i grandi opinionisti rispolverare la sua epopea e per avviare le procedure burocratiche per intitolargli lo stadio di Cagliari.

  • Mia Martini: Il caso forse più doloroso e lampante del nostro panorama culturale. Una delle voci più straordinarie della musica italiana, letteralmente emarginata, isolata e ferita da voci infamanti diffuse dal suo stesso ambiente. Solo dopo la sua tragica scomparsa il mondo dello spettacolo ha fatto "mea culpa", istituendo il Premio della Critica a suo nome a Sanremo e trasformandola nel mito indiscusso che avrebbe meritato di essere difesa e celebrata da viva.

  • Paolo Rossi: L'uomo che fece piangere il Brasile nell'82 e che unì una nazione intera. Negli ultimi anni lavorava come opinionista, trattato spesso con la normale familiarità che si riserva a un ex atleta. La notte in cui se n'è andato, il Paese si è improvvisamente risvegliato orfano di un simbolo patriottico, dando il via a una corsa per intitolargli lo stadio di Vicenza e persino lo stadio Olimpico di Roma, in un impeto di celebrazione che ha il sapore del rimpianto.

Questa tendenza a glorificare i defunti nasconde una pigrizia emotiva spaventosa. Da vivi, i grandi personaggi sono "ingombranti", hanno opinioni, spigoli, difetti. Richiedono uno sforzo di coerenza da parte nostra. Da morti, invece, diventano perfetti. Diventano icone malleabili, che possiamo gestire sui nostri schermi senza il rischio di essere smentiti. Il loro silenzio definitivo ci dà il permesso di parlare per loro, di appropriarci dei loro aneddoti.

Bagnoli guardava il calcio moderno con il distacco saggio del pensatore, protetto dalle mura della sua casa di Verona. Oggi lo piangiamo e lo definiamo "l'ultimo romantico". Ma se vogliamo davvero onorare la sua lezione di umiltà e concretezza, dovremmo imparare a cambiare prospettiva. Cominciamo a celebrare il talento, l'integrità e la bellezza quando sono ancora qui, stringendo le mani a chi ha fatto la storia finché quelle mani sono calde. Non aspettiamo che cali il sipario per accorgerci che lo spettacolo era straordinario.

mercoledì 15 luglio 2026

Spagna - Francia: La Lezione Tattica di De La Fuente e il Vuoto Cosmico dei Soliti Opinionisti

 


Le luci accecanti degli studi televisivi, il profumo di lacca, i sorrisi di plastica di chi siede su poltrone troppo comode per aver mai respirato davvero l’odore del fango e del sudore. Ieri sera, mentre il fischio finale di Spagna - Francia sanciva la fine delle ostilità, ho assistito all'ennesimo, desolante spettacolo post-partita.

È incredibile come persone pagate per "analizzare" il calcio riescano, con sistematica precisione, a guardare il dito anziché la luna.

La Scacchiera Invisibile (e gli occhi bendati dei "soliti noti")

Mentre sullo schermo scorrevano i replay, nei salotti TV si celebrava il solito processo alle stelle cadenti. "Mbappé spento", "Dembélé senza inventiva", "La Francia non ha avuto anima". Il solito bignami del qualunquismo.

Nessuno che abbia osato posare lo sguardo sulla vera, spietata realtà geometrica del campo: Luis De La Fuente ha semplicemente spento l'interruttore della Francia.

  • Il blocco su Olise: Il tecnico spagnolo ha capito che per fermare una macchina non serve colpire la carrozzeria, ma staccare la batteria. Olise, la vera fonte di accensione delle transizioni transalpine, è stato asfissiato fin dai primi minuti.

  • Il labirinto tattico: Lo abbiamo visto tutti — o almeno, noi dal divano con un minimo di onestà intellettuale. Olise che si allargava, retrocedeva, cercava disperatamente zone d'ombra dove ricevere un pallone pulito, costantemente rincorso e raddoppiato.

E in tutto questo, l'immagine più dolorosa ed empatica della serata: Didier Deschamps.

Lo sguardo fisso nel vuoto, le mani sprofondate nelle tasche della giacca scura, la mascella contratta di chi sente la terra tremare sotto i piedi ma non sa dove spostarsi. Didier, l'uomo dei record, è rimasto pietrificato. Zero contromisure, nessun "Piano B" per ridare ossigeno alla manovra. Un'inerzia tattica quasi drammatica nella sua ostinazione.

Il Teatrino del Cliché

Ma per gli opinionisti d'ordinanza, tutto questo è troppo noioso da spiegare. Richiede uno sforzo, richiede di saper leggere il calcio oltre il nome sulla maglietta. Molto meglio rifugiarsi nella narrazione pigra del "campione in giornata no".

Il dialogo tipo in studio sembrava un copione scritto da un algoritmo svogliato:

"Eh, ma da Mbappé ci si aspetta sempre la giocata che risolve la vita..."

"Sì, concordo, è mancata proprio la leadership emotiva!"

Ma quale leadership emotiva! Se tagli i rifornimenti alla fonte, anche il miglior predatore dell'area di rigore si trasforma in un naufrago che agita le braccia in mezzo al mare.

La mia riflessione: Viviamo in un'epoca che preferisce di gran lunga la narrazione patinata del singolo eroe caduto alla silenziosa, rigorosa e talvolta spietata bellezza della tattica collettiva. È più facile vendere un "Mbappé triste" che spiegare come tre passaggi di schermatura abbiano ridotto al silenzio un'intera nazionale.

Un pizzico di autoironia (prima di perdere la testa)

A volte mi chiedo perché continuo a seguire questi post-partita. Forse c'è in me una vena masochista, o forse spero sempre che, per puro errore statistico, qualcuno tiri fuori una lavagna tattica degna di questo nome invece di discutere del nuovo taglio di capelli di un terzino. (Spoiler: ieri sera ho sperato invano, guadagnandoci solo un leggero mal di fegato e un'andata a letto tardiva).

La verità è che questi "esperti" sono spesso lì proprio perché il calcio reale, quello che si decide nelle stanze dei bottoni e sui campi d'allenamento, li ha gentilmente accompagnati alla porta. Chi capisce davvero il gioco non ha tempo di lucidarsi il trucco davanti a una telecamera; è troppo occupato a studiare come disinnescare il prossimo Olise di turno.

La Spagna vola in finale con merito, De La Fuente dà lezioni di calcio, e a noi non resta che spegnere la TV. Almeno il silenzio, a differenza di certi commenti, ha una sua dignità.