Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.
Put it Up
Un argomento per cui esprimerò un concetto, siete tutti invitati a condividere oppure dissentire apertamente. Un diverso Punto Di Vista - ma se ti va - Indossalo pure
lunedì 8 giugno 2026
Il giorno in cui Michael Jackson ha smesso di essere un mito
Tennis e algoritmi: la strana gestione di GameSet, dove Giuliani decide chi gioca e chi no
ci ritroviamo qui, uniti da una passione che ci fa svegliare presto la domenica mattina, con i borsoni pesanti sulle spalle e quella leggera tensione allo stomaco che solo il profumo dei campi in terra rossa o il rimbalzo regolare sul cemento sanno dare. Guardiamo i nostri avversari negli occhi, stringiamo la racchetta con le mani sudate e cerchiamo, in quei sedici o trentadue partecipanti, lo stimolo per superare i nostri limiti nei gironi all'italiana. Il meccanismo sulla carta è semplice, quasi perfetto. Paghiamo la nostra quota di 10 €, aspettiamo il tabellone e via, si gioca.
Ma c'è un "ma". Un "ma" grande quanto un campo da gioco.
Giocare un torneo amatoriale significa accettare una sfida nella sfida. Quando non c'è un arbitro di sedia a decretare se una palla è dentro o fuori, quando non c'è una figura neutra che vigila sul punteggio o sulla correttezza, la partita si sposta su un altro livello. Diventa una questione di compromesso logistico – venirsi incontro sugli orari, sulle superfici, sulle distanze – e, soprattutto, di lealtà sportiva.
Chiunque passi ore a guardare il tennis professionistico in TV sa benissimo che il campo è una pentola a pressione. Sotto l'effetto dell'adrenalina, i volti si contraggono, le espressioni si fanno dure, i respiri affannati. Abbiamo visto tutti racchette scagliate a terra, bottigliette prese a calci o proteste vibranti sull'ennesimo out millimetrico. A volte, un atteggiamento un po' sopra le righe serve persino a darsi la sveglia, a scrollarsi di dosso il torpore di un set iniziato male.
Intendiamoci: di Rafa Nadal, algido, perfetto e impeccabile nella sua etica d'acciaio, ce n'è uno solo. Tutti gli altri, compresi i campioni da cui compriamo le racchette, sono umani che lottano con i propri demoni sul rettangolo di gioco.
A me è capitato spesso di incrociare lo sguardo di avversari con la bava alla bocca, pronti a fare la guerra su ogni punto, contrariati da una deviazione del nastro. Eppure, finita la partita, non sono mai tornato a casa a "piangere da mammina". ( certo ci sono alcuni che non crescono mai, che si comportano eternamente come fossero all'asilo) - Ricordo alcuni episodi, uno con con un certo Finzi, che ha un negozio di ottica a Milano, Prima di organizzare la partita, per cui mi ero già occupato di trovare campo, giorno ed orario, mi chiamò svariate volte perché era uno di quei periodi in cui il clima era variabile, ed i campi appena scoperti. Mi fece chiamare anche il centro, più di una volta, per chiedere se i campi fossero praticabili, e lo stesso continuava ad affossarmi l'anima anche dietro rassicurazioni ( perché lui doveva esserne certo prima di chiudere il negozio), inoltre fece pagare a me l'intera del campo perché lui non voleva usare la app Playtomic - per non parlare della partita, un pallettaro che si metteva a fondo campo. Quelli con cui ti chiedi ( ma lo sai che stai giocando un amatoriale??? Cazzo almeno divertiamoci!!!). Un altro con un certo Arata, sembrava di giocare alla moviola, ma caspita può capitare che ti "cadono i coglioni", se fai un'amatoriale, per cui a parte la simbolica vittoria per un girone, o per un torneo che ha come unica validità quella di aumentare la capacità economica di Giuliani, non ti diverti, no?
Fa parte del contesto competitivo. Se accetti di giocare senza supervisione, accetti anche la ruvidezza del confronto umano.
Ed è qui che il discorso si sposta su chi questa piattaforma la gestisce. Caro Giuliani, il tuo ruolo non può limitarsi a raccogliere le quote e far partire i playoff automatizzati. Gestire una community di sportivi richiede qualcosa in più del semplice inserimento di dati in un algoritmo.
Allo stato attuale, il sistema non prevede verifiche sui punteggi né sulla reale correttezza delle votazioni successive. Di conseguenza, assistiamo a uno scenario paradossale: basta che qualcuno perda un match, o incontri un avversario che mantiene una legittima autorità senza farsi condizionare, per veder partire lamentele infondate. E tu, senza alcun riscontro fattivo, senza aver visto le espressioni dei giocatori o sentito lo schiocco della palla, decidi di ascoltare l'unica campana che suona per prima, arrivando persino a estromettere le persone.
Se si vuole squalificare o allontanare un utente, bisognerebbe farlo sulla base di prove concrete, non sulle recensioni emotive di chi non sa accettare una sconfitta o un confronto acceso. Per governare il gioco, bisogna anche masticarlo, conoscerne le dinamiche psicologiche e i momenti di tensione.
Sorrido al pensiero che, applicando questo metro di giudizio così severo e privo di verifiche nel circuito professionistico, probabilmente oggi nessun tennista potrebbe più scendere in campo. Resterebbe solo Nadal a giocare da solo contro il muro. Un po' noioso, non trovi?
Amiamo questo sport proprio perché è vero, sporco, appassionato e a volte spigoloso. Chiediamo solo che chi gestisce i fili di questa piattaforma dimostri la stessa maturità che noi, ogni volta, cerchiamo di portare sul campo da gioco.
Ci vediamo al prossimo match. Di persona, s'intende.
domenica 7 giugno 2026
Il Paradosso Leclerc-Ferrari , Voi lo avete capito???
Avete presente quelle coppie che passano l'anno a lanciarsi piatti in cucina, a guardarsi con il broncio sul divano e a lamentarsi con gli amici di quanto sia diventato invivibile il rapporto? Quelle che guardi da fuori e pensi: "Ok, tempo tre giorni e ognuno per la sua strada". Ecco, immaginate la mia perplessità quando, dopo mesi di musi lunghi, sguardi spenti davanti alle telecamere e una costante frustrazione per una macchina che non rispecchiava il suo indiscutibile talento, Charles Leclerc si siede davanti ai microfoni e dichiara, con un sorriso d'ordinanza: "La Ferrari è casa mia", firmando il rinnovo di contratto.
Lì per lì ammetto di aver vacillato. Ho pensato che forse, sotto sotto, noi da fuori non capiamo nulla, che l'amore per la scuderia della vita cancella ogni colpo di sottosterzo.
Poi, però, arriva il Gran Premio successivo. E la magia svanisce più velocemente di un treno di gomme soft su una pista abrasiva. "Non ho nessuna fiducia in questa macchina", dice testualmente via radio. Un fulmine a ciel sereno? Nemmeno per idea, semmai un brusco ritorno alla realtà.
Ed è qui che la trama, da film romantico, si trasforma in un thriller psicologico dalle tinte decisamente grottesche. Gara successiva: una corsa passata nell'anonimato, lontana anni luce dal podio, condita da un battibecco via radio degno di una sitcom. Il pilota si lamenta, chiede spiegazioni sul perché lo abbiano richiamato ai box subito dopo la Safety Car – mossa che, di fatto, gli ha fatto scontare la penalità di Hamilton facendogli perdere posizioni – e, nel bel mezzo del nervosismo, la frittata è fatta. Finisce dritto contro il muro, tradito da una zona di asfalto visibilmente deteriorata da giri, visibile a tutti tranne, evidentemente, a chi in quel momento guidava con la mente offuscata dai fumi della frustrazione.
Rimango a guardar lo schermo, a Gran Premio finito, con una sola, gigantesca domanda che mi frulla in testa: ma perché?
È un paradosso che razionalmente non riesco a decifrare. Da un lato abbiamo una scuderia, la Ferrari, che manda segnali contrastanti, dando l'impressione di non credere più ciecamente e incondizionatamente in quel pilota, gestendo le strategie in pista con una disattenzione che rasenta l'apatia. Eppure, gli offre un rinnovo blindato. Dall'altro abbiamo un pilota che sembra vivere ogni weekend di gara come un calvario, scontento di come viene gestito e palesemente deluso dalle prestazioni del mezzo. Eppure, firma e giura fedeltà eterna.
Forse la risposta non sta nella logica sportiva, ma nel cinismo del business moderno. A volte, un matrimonio di facciata conviene a entrambi. La Ferrari mantiene il suo "predestinato", l'uomo copertina che scalda il cuore dei tifosi a prescindere dai risultati; Leclerc mantiene il sedile più prestigioso del mondo, convinto che prima o poi la ruota girerà, o forse semplicemente consapevole che le alternative vincenti, là fuori, al momento non esistono.
Resta il fatto che guardare questa soap opera a 300 all'ora è diventato stancante. Tra dichiarazioni d'amore eterno il giovedì e accuse al veleno la domenica, l'unica certezza è che quel muro, alla fine, lo ha colpito un pilota che non ha più la serenità necessaria per guidare al limite. E finché continueranno a fare finta che vada tutto bene, temo che i pezzi di carbonio da raccogliere sull'asfalto saranno ancora parecchi.

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