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| TROPPA POLITICA NEL NOSTRO CALCIO |
C’è un momento preciso in cui la passione sportiva lascia il posto alla rassegnazione, ed è quando la logica di campo viene travolta e calpestata dalle dinamiche di palazzo. Quello che sta accadendo in queste ore attorno alla figura di Andrea Pirlo ha dell'incredibile, ed è la fotografia perfetta di un sistema sportivo in cui le scelte tecniche contano ormai meno di nulla di fronte alle convenienze e alle correnti di comodo.
Parliamoci chiaro, senza filtri e senza retorica: è evidente che le cose così non funzionano. Il motivo è apparso chiarissimo in tutti i recenti episodi emersi in questi giorni: la Politica è troppo radicata nel mondo calcistico, stracolma di troppi interessi in ballo per permettere a chi se ne occupa davvero di lavorare con serenità.
Andiamo con ordine. Pirlo non si è meritato la Nazionale, diciamolo con lucidità. Le sue due precedenti esperienze in panchina — prima alla Juventus e poi alla Sampdoria — sono state fallimentari e non offrivano certo le garanzie necessarie per affidargli la guida degli azzurri. La sua nomina era una scelta specifica, precisa e coraggiosa del duo formato da Paolo Maldini e Leonardo. Certo, non piaceva a nessuno, era palese. Ma la questione fondamentale non è la simpatia o il consenso di una nomina: è il rispetto del ruolo.
Non si possono e non si devono assolutamente avallare polemiche contro scelte squisitamente tecniche, strumentalizzando e giustificando il dissenso attraverso comportamenti della sfera privata che non hanno assolutamente nulla di criminale. Si è montato un caso sul nulla, alimentato da chi cercava solo un appiglio per far saltare il banco, perché era chiaro fin dal primo minuto che a una certa parte di questo ambiente non interessava avere Pirlo alla guida della Nazionale.
La gravità di questa situazione sta nel metodo. Dal momento in cui decidi di affidare la direzione tecnica a due figure del calibro di Maldini e Leonardo, concedendo loro la responsabilità delle decisioni, non puoi sconfessarli alla primissima scelta importante. In questo modo si cancella con un colpo di spugna l'autorevolezza di chi dovrebbe dirigere. È del tutto normale e comprensibile che adesso Maldini e Leo vogliano rassegnare le dimissioni: gli è stato tolto di fatto ogni potere decisionale, ammesso che ne abbiano mai avuto uno reale.
In questo scenario frammentato, lo sguardo cade inevitabilmente sui vertici dello sport italiano. Giovanni Malagò è indubbiamente un uomo forte, lo ha dimostrato in più occasioni nel corso della sua carriera. Tuttavia, se vuole davvero tracciare un solco e lasciare un segno, deve staccarsi dal mondo politico e andare avanti per il proprio senso, se no, visti i precedenti, non se ne esce.
L'esempio da seguire c'è già all'interno dello sport azzurro ed è sotto gli occhi di tutti. Deve fare come ha fatto Angelo Binaghi nel tennis: tirare dritto, pestando anche piedi, ma portando avanti una filosofia forte che punta sui significati tecnici piuttosto che sulle convenienze ed i compromessi. Binaghi ha dimostrato che quando si protegge la visione sportiva dalle ingerenze esterne, i risultati arrivano, le strutture crescono e l'intero movimento ne trae beneficio.
Malagò ha scelto Maldini e si è trovato anche Leo; bene, deve andare avanti per quella strada, quella che ha individuato, non quella che gli viene suggerita, da chi, finora, ha dimostrato di non capirci una bega e parlare in base a come tira il vento.
Finché le decisioni sul rettangolo di gioco verranno dettate dalla paura di scontentare i soliti noti o dall'esigenza di assecondare gli umori della piazza e della politica, continueremo a assistere a teatrini grotteschi come questo. È tempo che chi ha la responsabilità di guidare lo sport italiano torni a rimettere la palla al centro, difendendo le scelte fatte e lasciando che a parlare, finalmente, sia soltanto il campo.





