Put it Up
Un argomento per cui esprimerò un concetto, siete tutti invitati a condividere oppure dissentire apertamente. Un diverso Punto Di Vista - ma se ti va - Indossalo pure
giovedì 16 aprile 2026
Fino a che punto ti spingeresti per il successo?
Paolo ha deciso di cancellare il suo passato. Tra le ombre di una chat, incontra Elcoche: un mentore invisibile, autoritario e spietato che gli promette tutto ciò che ha sempre desiderato. Potere, lusso, seduzione. Ma ogni ambizione ha un prezzo e quello di Elcoche richiede il sacrificio della coscienza. Tra élite decadenti e manipolazioni estreme, Paolo scoprirà che scalare la vetta significa sprofondare nel baratro. E quando capirà che il successo è un veleno, potrebbe essere troppo tardi per tornare indietro.
Ma la vera domanda resta una sola: Chi è davvero Elcoche?
mercoledì 15 aprile 2026
Basta- basta-basta ... ancora sto teatrino politico ??!!! Mettete Malagò e andate fuori dai coglioni voi ed i vostri affari
Ancora qui a parlare di poltrone, di veti incrociati e di nomi che sanno di naftalina mentre il nostro calcio è un cumulo di macerie fumanti. Fa quasi sorridere, se non fosse che viene voglia di piangere, vedere come il sistema riesca a ignorare la realtà anche quando questa ti urla in faccia da anni. Siamo diventati lo zimbello d'Europa, capaci di inciampare su Macedonia e Bosnia come se fossimo noi la piccola Cenerentola del girone, eppure l'unica cosa che sembra contare davvero nei palazzi del potere è chi si siede a capotavola.
La verità è che la Serie A è diventata un porto di mare dove l'identità è un concetto sbiadito. Quando tre quarti dei giocatori che scendono in campo sono stranieri, è inutile stupirsi se poi la Nazionale non trova più la bussola. Non è razzismo, è aritmetica: se non seminiamo nel nostro giardino, come possiamo pretendere di raccogliere frutti? Ma a certi dirigenti questo non interessa. Loro guardano i bilanci dei loro interessi privati e i giochi di sponda con la politica.
E ora ecco che spunta di nuovo Giancarlo Abete. Una mossa che puzza di vecchio, di conservazione, di quella politica che preferisce il controllo alla competenza. Candidarsi per sbarrare la strada a Giovanni Malagò è l'ennesimo schiaffo al merito. Malagò ha dimostrato coi fatti, al CONI, di saper gestire la macchina dello sport con una visione moderna; ma la logica del "nostro interesse sopra tutto" deve sempre prevalere. Vedere Lotito e compagni ancora lì a manovrare fili invisibili fa venire la nausea.
Siamo stanchi di sentirci inferiori a Svizzera o Norvegia, nazioni che un tempo guardavamo con la sufficienza dei grandi e che oggi ci danno lezioni di organizzazione e dignità. Vogliamo tornare a respirare l'odore dell'erba senza il retrogusto amaro dei compromessi da corridoio. Signori, fate un favore a questo sport: spazzatevi via. Lasciate che il merito torni a essere il motore di tutto. Andate a fare i vostri "affari" altrove, perché i tifosi hanno finito la pazienza e il calcio italiano ha finito il tempo.
martedì 14 aprile 2026
Quando a pagare sono gli altri e non gli incapaci che non sanno amministrare un cazzo
Ti è mai capitato di pensare che il tuo lavoro sia un porto sicuro, costruito su patti chiari e regole scritte? Immagina di svegliarti una mattina e scoprire che quel terreno, che credevi solido, sta iniziando a franare sotto i tuoi piedi. E la cosa più amara non è la frana in sé, ma la consapevolezza che a causarla non è stato un evento imprevedibile, ma la gestione approssimativa di chi, in quegli anni, sedeva nelle stanze del comando.
Parliamo di una situazione che ha dell’assurdo: una verifica amministrativa accende un faro su anni di gestione delle retribuzioni e scopre che qualcosa non torna. Indennità, premi, scatti che sembravano legittimi vengono bollati come "irregolarità". E qui accade il paradosso che ferisce nel profondo: mentre chi ha firmato quegli atti, chi ha deciso le strategie e chi doveva vigilare sembra svanire nel nulla, senza pagare alcuna conseguenza reale, la scure si abbatte sull'anello più esposto della catena. Il dipendente.
Chiedere a un lavoratore di restituire dieci anni di stipendio, o una parte significativa di essi, è un atto che va oltre il freddo tecnicismo burocratico; è un trauma che entra nelle case, che scompiglia i piani di una vita, che toglie il sonno a chi ha agito in totale buona fede. È come se, dopo aver cenato in un ristorante per anni pagando il conto presentato, il proprietario tornasse da te dicendo che i prezzi sul menu erano sbagliati e che ora devi saldare la differenza di un decennio. È profondamente ingiusto, eppure sta accadendo.
C’è una sottile ironia, quasi crudele, nel vedere come la responsabilità, che dovrebbe essere proporzionale al potere esercitato, diventi improvvisamente una zavorra che solo chi sta in basso deve trascinare. Mentre il "management" si trincera dietro analisi legali e comunicati asettici, il lavoratore resta solo con una lettera in mano e il peso di una colpa non sua. Dove finisce l'etica della responsabilità? Dove si è persa l'umanità del lavoro? Forse è ora di smettere di chiamarli "errori amministrativi" e iniziare a chiamarli col loro nome: fallimenti della leadership che non possono, e non devono, essere sanati mettendo le mani nelle tasche di chi ha semplicemente fatto il proprio dovere. Perché la dignità di chi lavora non può essere il fondo cassa per i pasticci di chi comanda.

