martedì 25 agosto 2026

Stellantis e Peugeot: tra la resa dei conti coi difetti di fabbrica e la transizione elettrica



Guardiamoci in faccia: prima o poi al cambio automatico e all'elettrico—o quantomeno all'ibrido—ci dovremo arrivare tutti. È un passaggio obbligato, un cambio di passo che in Oriente hanno già digerito da un pezzo. Il mondo dei trasporti sta per essere stravolto dalle fondamenta, e battersi per tenere in vita vecchi sistemi a combustibile fossile ha lo stesso senso che arrampicarsi sugli specchi. Persino la figura del tassista è destinata a sfumare, sostituita gradualmente da mezzi a guida autonoma. Un lustro, forse poco più, e il paesaggio urbano sarà irriconoscibile.

Ma il vero nodo non è solo il futuro tecnologico: è il modo in cui veniamo accompagnati verso questo cambiamento. Quando ti ritrovi a combattere contro la gestione miope delle grandi case automobilistiche, la fiducia svanisce prima ancora che la batteria della tua prossima auto si sia caricata.

Prendete la mia esperienza con una Peugeot 3008. Per ben due volte di fila mi sono ritrovato a sborsare migliaia di euro—quasi 4.000 euro in totale—per un difetto arcinoto alla cinghia di distribuzione. Una cinghia "a bagno d'olio" che si sfalda progressivamente, rilasciando detriti nella coppa dell'olio fino a mandare il motore in recovery e a bloccare l'auto di colpo. Una sensazione di impotenza pura, con il cruscotto che si illumina come un albero di Natale e il motore che si spegne, lasciandoti a piedi e con il cuore in gola.

La cosa grave? Il difetto era riconosciuto dalla casa madre, con tanto di campagne di richiamo per lo specifico modello. Io, però, non ho mai ricevuto alcuna segnalazione. E quando provi a dialogare con Stellantis, inviando PEC e cercando un contatto umano, ti sconti contro un muro di gomma fatto di burocrazia e condizioni capziose.

La risposta standard? "Doveva prendere appuntamento da noi. Se ha riparato l'auto altrove o se in passato ha fatto un tagliando fuori dalla rete ufficiale, niente rimborso."

Ma se parliamo di un difetto strutturale di fabbricazione, che senso ha tutto questo? È davvero questo il modo di offrire supporto a chi vi ha dato fiducia acquistando una vostra vettura?

Ci spingono a guardare avanti, verso una mobilità pulita e iper-tecnologica, ma continuano a gestire il presente con logiche che lasciano il cliente da solo a pagare il conto degli errori altrui. E forse la vera transizione di cui abbiamo bisogno non è solo quella energetica, ma quella del rispetto verso chi guida.


L'assurdo nel ridicolo: una chiamata surreale

La ciliegina sulla torta? Dopo tre PEC inviate e oltre un mese di silenzio assoluto, vengo finalmente contattato per telefono. Dall'altro capo del filo, un operatore francese che faticava persino a parlare l'italiano.

Quando gli ho fatto presente che per quel medesimo difetto la casa madre aveva avviato un richiamo ufficiale in fabbrica, la sua risposta ha superato ogni immaginazione: mi ha liquidato dicendo che il richiamo riguardava la catena di distribuzione, non la cinghia.

Siamo al limite del ridicolo. Non solo non conosceva le campagne di richiamo del gruppo per cui lavora, ma ignorava persino l'architettura base dell'auto: quel motore non ha mai visto una catena in tutta la sua esistenza. Risposte approssimative per un problema da quasi 4.000 euro scaricato interamente sulle spalle del cliente.

lunedì 24 agosto 2026

Domenica Sportiva- Napoli e Milan, ma il caso è solo il Napoli, perché? Per una redazione di stampo "romanista"????



Avete presente quella sensazione di profonda ingiustizia che vi sale dallo stomaco quando spegnete la TV dopo una puntata della Domenica Sportiva? Quella frustrazione sorda che si prova quando la ragione e la logica sembrano venire spazzate via da un colpo di spugna redazionale? È un sentimento che conosciamo bene, noi che il calcio lo viviamo non come un freddo numero statistico, ma con quella passione autentica che chiede solo una cosa: equità.

Eppure, anche nell'ultima puntata, il copione si è ripetuto. Abbiamo assistito a due episodi che definire solari è poco. Da un lato, un braccio largo, smisurato, teso quasi a voler intercettare una traiettoria in modo palese; un episodio da rigore cristallino dove il silenzio della sala VAR lascia un senso di smarrimento quasi desolante. Dall'altro, un contatto sulla dinamica dell'azione, una di quelle sfide fisiche a palla coperta dove l'arbitro in campo valuta l'intensità e il VAR, come da protocollo, sceglie di non sovrastimare la propria autorità, lasciando la decisione originaria.

Fino a qui, potremmo persino rassegnarci all'umana fallibilità di chi fischia. Il vero cortocircuito, però, scatta dopo, nel salotto illuminato dagli schermi. Com'è possibile che un episodio tecnicamente gravissimo e privo di sfumature venga quasi derubricato a nota a margine, mentre un'altra situazione di campo diventi "il caso" nazionale della settimana?

La risposta, ed è qui che fa male la mancanza di trasparenza, sta tutta nella narrazione. Troppo spesso nei salotti televisivi si sceglie quale polemica soffiare per infiammare la settimana, creando correnti d'opinione che rischiano di condizionare le decisioni future. Quando volti noti, ex arbitri e grandi campioni del passato scelgono di accendere i riflettori solo dove fa più rumore, non stanno solo facendo televisione: stanno alterando il peso specifico degli episodi.

Il calcio, per rimanere il gioco bellissimo che amiamo, ha bisogno di un'informazione trasparente e super partes. Che si tratti di Napoli, Roma, Milan o Genoa, la lente d'ingrandimento deve avere la stessa gradazione per tutti. Senza corsie preferenziali e senza dimenticanze di comodo.

mercoledì 29 luglio 2026

Infantino, la malattia del calcio: è ora di estirpare il male



Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.

A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.

È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.

Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.


La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.

«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.

«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.

Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino. La FIFA è solo un'istituzione nata per amministrare un bene collettivo, non un'azienda padrona che può impacchettare la Coppa del Mondo e cederne il 20% a un fondo d'investimento per fare cassa. La ferma presa di posizione dell'UEFA e di diverse federazioni dimostra che una linea d'ombra è stata valicata.

È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.