C'è un'immagine che mi torna spesso alla mente quando penso a chi vive la strada ogni giorno: la cabina di un camion all'alba, con il motore acceso che brontola sommesso, le luci del piazzale dell'autogrill che si riflettono sul parabrezza bagnato dalla nebbia e quel senso indefinito di solitudine e responsabilità. Chi guida per lavoro conosce il peso di ogni chilometro, il valore del tempo e l'ansia costante di un bilancio familiare o aziendale che a fine mese deve far quadrare i conti.
In questi giorni, vedendo i presidi e le proteste di tanti autotrasportatori contro l'aumento dei carburanti, provo un'istintiva empatia per la loro rabbia. È umano, del tutto legittimo nell'immediato, chiedere che i prezzi scendano. Ma da questa rabbia nasce anche una riflessione più profonda, amara e razionale: stiamo davvero combattendo la battaglia giusta?
Il mondo è cambiato, le risorse sono al lumicino
Inseguire l'illusione che il prezzo del gasolio o della benzina possa tornare ai livelli di un tempo significa non guardare in faccia la realtà globale. Il modello energetico basato sui fossili ha il fiato corto.
Gli episodi degli ultimi giorni ne sono la prova lampante: l'accelerazione sulle trivellazioni nel Mare del Nord, accolta con entusiasmo e applausi da Donald Trump negli Stati Uniti, non è un segno di forza, ma il sintomo di un sistema in affanno. Quando si spinge la ricerca fino ai limiti degli ecosistemi marini o si mettono in atto disperate politiche di recupero, significa che le risorse interne tradizionali sono ormai al lumicino.
Non bastano più le guerre, le tensioni geopolitiche o le strategie di potere per garantire carburante a buon mercato. Stiamo assistendo al lento e inesorabile smantellamento delle risorse del Pianeta. E la risposta a tutto questo è drammaticamente prevedibile: i prezzi del petrolio non scenderanno mai più in modo stabile, perché la materia prima scarseggia e la sua estrazione costa sempre di più.
Continuare a chiedere sconti sul carburante equivale a chiedere un cerotto per curare una ferita profonda. Non possiamo permettere che qualcun altro, dall'altra parte del mondo, continui a fissare a proprio piacimento il prezzo del nostro lavoro, del nostro trasporto e della nostra economia.
La strada è già tracciata: l'esempio del TPL e delle aziende private
Staccarsi da un mondo che per oltre un secolo ha viaggiato in un solo modo è spaventoso e faticoso. Cambiare mezzo significa cambiare abitudini, fare investimenti, ripensare la propria quotidianità su strada. Eppure, la transizione non è un'utopia: è qualcosa che sta già accadendo sotto i nostri occhi.
Guardiamo cosa è successo nei servizi di Trasporto Pubblico Locale. Fino a pochi anni fa sembrava impossibile immaginare autobus di linea silenziosi ed elettrici solcare le nostre città; oggi intere flotte urbane sono state riconvertite, migliorando l'aria che respiriamo e abbattendo i costi di gestione.
Lo stesso sta avvenendo nel settore privato. Tante aziende di logistica e distribuzione, con visione di lungo periodo, stanno sostituendo gradualmente i propri mezzi con veicoli commerciali ed elevatori totalmente elettrici. Non lo fanno per moda, ma per pura sopravvivenza finanziaria: per svincolarsi dal ricatto del prezzo del petrolio e pianificare il futuro con maggiore stabilità.
Agli autotrasportatori va detto con franchezza: la vera battaglia da portare avanti non è la richiesta di un calo temporaneo delle accise, ma la pretesa di un accordo con il Governo per guidare un passaggio obbligato all'elettrico.
Serve una politica di visione, non di piazza
Per compiere un salto di questa portata, la piazza con i suoi urli e i suoi proclami populisti non serve a nulla. Servono serietà, competenze e un dialogo rigoroso con le istituzioni.
Ascoltando di recente le parole del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, così come la linea tenuta da diversi esponenti dell'attuale esecutivo, si percepisce un approccio politico che merita rispetto: una visione lineare, colta, ben radicata nella conoscenza della materia e priva di facili demagogie. Questa maggioranza sta dimostrando di seguire un senso logico delle cose, rifiutando di farsi trascinare dagli umori del momento o da slogan elettorali.
È con un Governo che dimostra questa solidità e questo rigore che il settore dei trasporti deve sedersi a trattare. Non per protestare in modo sterile, ma per negoziare un piano d'azione concreto:
Sussidi e incentivi statali per l'acquisto di camion e mezzi commerciali elettrici.
Una rete capillare di infrastrutture di ricarica ad alta potenza lungo le arterie autostradali.
Agevolazioni fiscali per chi converte la propria flotta aziendale.
Guardare lontano per tornare padroni del proprio futuro
Nessuno nega le difficoltà di chi ogni giorno sale su un camion tra mille incertezze. Ma è proprio per rispetto di quel lavoro duro che bisogna alzare lo sguardo oltre il parabrezza e guardare al futuro con lucidità.
Accettare che il passaggio all'elettrico sia un percorso obbligato non significa arrendersi, ma prendere in mano il proprio destino. Sedersi al tavolo con lo Stato per ottenere gli aiuti necessari a questa trasformazione è l'unico modo per tornare ad essere padroni del proprio lavoro, per stare meglio tutti e per non restare vittime delle decisioni altrui.
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