Guardiamoci allo specchio, ma facciamolo senza il filtro rassicurante della nostra presunta evoluzione. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni, tra le mosse teatrali di Trump e i mercati che sussultano a comando, non è politica: è una pantomima grottesca, un gioco di prestigio orchestrato per pochi eletti che hanno già le carte segnate. Siamo rimasti fermi all'archetipo di Gordon Gekko, ma con una tecnologia che rende quel cinismo anni Ottanta un gioco per dilettanti. Se allora il "mantra" era l'avidità, oggi siamo passati a una dipendenza patologica, un bisogno ossessivo di accumulare materia e potere che somiglia più a un disturbo neurologico che a una strategia economica.
È quasi stucchevole osservare come certe figure — il "pel di carota" di turno — riescano a spostare enormi flussi di capitali azionari con una battuta, mentre dietro le quinte i veri squali, quelli che non compaiono mai nei selfie, hanno già posizionato i loro milioni. È successo con la difesa, succede con l'energia, succederà ancora. Il punto, però, non è solo la corruzione del sistema, ma l'infinita, imbarazzante stupidità di un'umanità che si ostina a pensarsi sopraelevata, quasi fosse un'entità distaccata dalle leggi della natura.
Mi chiedo spesso quando abbiamo deciso che un numero su uno schermo valesse più dell'equilibrio biologico che ci tiene in vita. Ci muoviamo in uffici climatizzati, con le luci fredde dei monitor che illuminano i nostri volti pallidi, convinti di aver domato il mondo, mentre fuori la natura ci osserva con la pazienza di chi sa che l'ultima parola non spetta a un broker. Il vero nemico è questa droga invisibile: l'idea che l'accumulo sia la soluzione all'insicurezza cronica della nostra specie. Siamo piccoli pesci che sognano di essere squali in un acquario che si sta svuotando, eppure continuiamo a lottare per le briciole di un banchetto che ci sta avvelenando. Finché il successo sarà misurato dalla capacità di sottrarre e non di creare armonia, resteremo intrappolati in questo loop ridicolo. Forse, dopotutto, la nostra vera condanna non è la cattiveria, ma questa mediocrità spirituale travestita da ambizione, che ci rende ciechi davanti all'ovvio: non siamo i padroni di casa, siamo solo inquilini arroganti che hanno smesso di pagare l'affitto e pensano di aver comprato il palazzo.


