martedì 20 ottobre 2026

Il "VAR del tennis" nei circoli: perché Eyes On deve salvare i tornei TPRA (e il nostro fegato)




Il tennis amatoriale italiano ha un grande palcoscenico: i tornei TPRA. Weekend di pura passione, tabelloni affollati, sogni di gloria e... le peggiori faide familiari della storia dello sport. Diciamocelo chiaramente, senza ipocrisie: quante partite del circuito TPRA abbiamo visto trasformarsi in veri e propri drammi psicologici per colpa di un "Fuori!" gridato a mezza voce dal cacciatore di righe di turno?

Nei tornei dove l'arbitro non c'è, la linea di fondo diventa una terra di nessuno. Giocate col braccio teso, il cuore a mille e il costante terrore che il vostro avversario veda la palla "fuori di un metro" anche se ha sollevato una nuvola di terra battuta. Questo non è tennis, è logoramento nervoso.
Ma il futuro ha già tracciato una linea. E non si può cancellare con la scarpa.
L'algoritmo non mente: la svolta tecnologica
Esistono già club illuminati in Italia che hanno deciso di dire basta al Medioevo tennistico. Realtà all'avanguardia come il Timing di Brescia

(e altre eccellenze sparse lungo la penisola) hanno capito che la tecnologia non è un lusso per pochi eletti dell'ATP, ma una necessità per tutti. Sui loro campi, a dettare legge, c'è il sistema Spagnolo/Italiano di Eyes On.
Niente congetture, niente occhiate di sfida attraverso la rete. Il sistema blinda il match grazie a 4 telecamere ad alta definizione ed elevato frame-rate puntate al millimetro sulle linee. Un algoritmo di intelligenza artificiale calcola la traiettoria in frazioni di secondo e chiude la pratica in tre mosse iconiche:
  1. La sentenza vocale: La palla esce? Il sistema fa risuonare un "Out!" sonoro e insindacabile direttamente sul campo, aggiornando il tabellone elettronico. Fine dei giochi.
  2. L'Instant Replay a portata di mano: Colpo millimetrico e l'avversario inizia a scuotere la testa? Nessun dramma. Ci si avvicina al monitor touch-screen a bordo campo.
  3. La prova regina: Il monitor mostra la clip video al rallentatore (slow-motion) dell'impatto e la ricostruzione grafica 3D del punto esatto di rimbalzo (landing point).
In cinque secondi si guarda lo schermo, si assegna il punto e si riprende a giocare. Il mitico "pallettaro" del TPRA perde il suo superpotere e il match torna a essere una questione di puro tennis. E a fine partita, tutti i dati e i video finiscono direttamente sull'app del tuo smartphone per essere condivisi o studiati.
Un appello al Credito Sportivo: digitalizziamo lo sport di tutti
Se vogliamo che il tennis amatoriale italiano cresca davvero, questa tecnologia non può rimanere un’esclusiva di pochi circoli d'élite. Deve diventare lo standard nazionale, specialmente nei club che ospitano i tornei federali e i circuiti TPRA.
Qualche anno fa abbiamo assistito alla colonizzazione dei campi da padel, esplosi ovunque anche grazie a finanziamenti mirati. Oggi la vera rivoluzione non è cementificare nuovi spazi, ma rendere intelligenti quelli che abbiamo.
Chiediamo con forza all'Istituto per il Credito Sportivo di scendere in campo: servono bandi strutturati e linee di credito agevolate dedicate specificamente alla transizione tecnologica e alla digitalizzazione dei circoli. Finanziare l'installazione dei sistemi di arbitraggio elettronico significa tutelare la passione di migliaia di tesserati, ripulire i tornei dalle polemiche e dare ai giocatori la dignità sportiva che meritano.
La tecnologia è pronta, immediata e indiscutibile. Adesso tocca ai circoli e alle istituzioni fare il salto di qualità. Portiamo il VAR nei tornei TPRA: salviamo il tennis, salviamo il nostro fegato.
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lunedì 19 ottobre 2026

MILANO E IL DIO DENARO : tra le felpe rubate in centro e le ragazzine svendute al Club 55




C’è un filo conduttore invisibile, ma di una nitidezza spaventosa, che lega le macerie di una protesta studentesca svuotata di ogni valore e la penombra luccicante di un privé. A prima vista sembrano due Mondi opposti: la rabbia da un lato, il lusso patinato dall'altro. Ma se si gratta la superficie, ci si rende conto che sono semplicemente due facce della stessa identica moneta, coniate dal vero ed unico sovrano della Milano di oggi: il dio denaro.

Una città che ha perso la bussola morale e che spinge i suoi ragazzi, sempre più giovani, ad annullarsi e a svilire qualsiasi traccia di umanità in nome della superficialità più spietata.

I ragazzini che svaligiano per un marchio e le ragazzine che vendono l'anima al tavolo

Guardate quello che è successo in centro. Si parlava di cortei, di valori studenteschi, di rivendicazioni e di diritti. Ma quale ideale resta quando a guidare la folla sono minorenni che non cercano la giustizia, ma la scorciatoia per ostentare? Ragazzini che usano lo schermo della protesta solo per prendersi con la forza quello che il dio denaro impone di avere: felpe firmate sfilate con rapacità, scarpe d'alta moda infilate nello zaino e persino razie di bevande gassate nei supermercati.

Non c'è politica, non c’è pensiero. C'è solo l'esigenza malata di possedere per apparire, di rubare l'oggetto per sentirsi qualcuno.

E poi fate qualche metro, cambiate scenario e spostatevi di notte al Club 55. Troverete la controparte esatta di questa stessa deriva. Ragazzine, spesso giovanissime, vestite — o meglio, svestite — come delle "poco di buone", che si prestano a fare le ragazze immagine o ad animare i tavoli centrali di chi sfoggia bottiglie da migliaia di euro. Ragazze che fingono di essere donne mature, che si lasciano toccare, baciare e "succhiare" la giovinezza da uomini molto più grandi di loro, i soliti "giovani vecchi" pronti a elargire soldi pur di comprarsi uno spettacolo.

I ragazzini in piazza rubano la felpa firmata per elemosinare uno status; le ragazzine al Club 55 svestono il proprio corpo per elemosinare gli stessi soldi. Sono due Facce della stessa tragedia giovanile: da una parte si devasta la città per accaparrarsi il bene materiale, dall'altra si devasta la propria dignità per offrirsi come merce di scambio al cliente di turno.

Non c’è alcuna differenza. È un unico, grottesco mercato delle illusioni dove i maschi si trasformano in predatori d'assalto per un marchio e le femmine in intrattenitrici a pagamento per fare cassa nel locale.

La nausea della realtà e il silenzio delle famiglie

Sentire la mia compagna sabato sera, seduta accanto a me con un senso di autentica nausea e disgusto, mi ha confermato quanto la misura sia colma:

«Sembrava più un posto dove intrattenere il cliente, magari anche per soldi... Cazzo, si vedeva che erano ragazzine, con un trucco da "poco di buone" oltre all'outfit incommentabile. Ma le famiglie di queste ragazze lo sanno cosa fanno il sabato notte? Mah... Comunque mi ha schifato parecchio.»

Questa frase condensa tutto il vuoto che ci circonda. Dove sono i genitori di questi minorenni che di giorno devastano i negozi per una Red Bull o un paio di scarpe, e la notte si svendono nei privé per compiacere l'approccio di uomini viscidi? Possibile che nessuno si accorga che stiamo crescendo una generazione a cui è stato insegnato che tutto si compra, tutto si ruba e tutto si liquida per qualche banconota o per un momento di effimero esibizionismo?

Lo specchio di una Milano svenduta

Milano è diventata questa roba qui. Una metropoli scintillante che sotto le luci della rivalutazione e del business nasconde un'anima cinica, dove la superficialità ha divorato la sostanza.

Il dio denaro ha vinto su tutto: ha trasformato la protesta sociale in uno scippo di scarpe da ginnastica e la spensieratezza dei vent'anni in una sadica forma di prostituzione esibita e normalizzata.

Guardare questi ragazzini e queste ragazzine non fa più soltanto arrabbiare: fa schifo. Fa provare una profonda, amara nausea per una città che per fare profitto ha deciso di vendere, pezzo dopo pezzo, il futuro e la dignità dei propri figli.

Se scambiamo un Levis ed una Red Bull rubati per una protesta studentesca



Stamattina ho visto in tv i servizi sui disordini in centro. Sullo schermo scorrevano immagini concitate, fotogrammi sgranati di vetrine infrante, scaffali messi a soqquadro e volti giovanissimi nascosti dai cappucci. Ragazzini di dodici o tredici anni al massimo, con la rabbia negli occhi e l'adrenalina a fior di pelle, intenti ad assaltare negozi per strappare un capo di marca o a scappare dai supermercati con qualche bibita sottobraccio.

Mentre guardavo quelle immagini, ho avvertito un senso di profonda amarezza, una stretta allo stomaco che nasce spontanea quando vedi l'immaturità usata come spettacolo. Avevano sguardi carichi di una spavalderia fragile, quella maschera che s'indossa quando il bisogno di apparire brucia più di qualsiasi senso del limite.

Poi, puntuale come un copione già scritto, la voce del giornalista ha iniziato a ricamare la solita narrazione piatta, mettendo nello stesso calderone la devianza di quella bravata e le ragioni delle piazze studentesche.

I dati ufficiali emersi nelle ultime ore delineano un quadro fin troppo chiaro, che merita di essere osservato senza ipocrisie:

  • L'età giovanissima: Dei circa 200 ragazzi fermati e accompagnati in Questura, circa l'80% è composto da minorenni. Parliamo di ragazzini di 12, 13 e 14 anni, sfilati via dalle proprie camerette per inseguire un trend virale su TikTok.

  • La composizione sociale: Un mosaico frammentato in cui i cittadini stranieri e gli italiani di seconda generazione rappresentano quasi il 70% dei fermati e degli arrestati, affiancati da tanti coetanei italiani arrivati dai quartieri della periferia e dei comuni dell'hinterland. Un gruppo eterogeneo che non risponde a una bandiera o a un'ideologia, ma a un senso di vuoto e al richiamo della trasgressione.

Fermiamoci un secondo, perché è proprio davanti a questi numeri che perdiamo la bussola della realtà.

Come si fa a confondere un fenomeno del genere — una devianza giovanile da social trend, dove l'occupazione della strada serve solo a registrare un video o ad appropriarsi di uno status symbol — con le rivendicazioni di chi chiede attenzione e risorse per il sistema scolastico?

Significa cedere a una pigrizia d'analisi disarmante. Significa fare un torto enorme alla verità e, soprattutto, a chi la scuola e le istituzioni le vive con rispetto.

La realtà, se la si guarda senza le lenti della semplificazione, mostra anche ben altro. Chi viaggia per l'Italia sa quali e quanti passi avanti siano stati fatti negli ultimi anni. Ho ancora negli occhi il ricordo di certi plessi di provincia, specialmente al Sud, dove fino a poco tempo fa l'intonaco cadeva a pezzi e le aule avevano il sapore stantio dell'abbandono. Oggi molte di quelle strutture sono cambiate: ci sono ambienti rinnovati, spazi digitali, palestre messe in sicurezza dove prima c'erano solo crepe e incuria. C'è stato un investimento vero, concreto, che ha restituito dignità a tante realtà periferiche.

Certo, la scuola è un organismo vivo e chi la frequenta ha il diritto di chiedere sempre di più: più continuità, più risorse, più attenzione all'aspetto umano. È il cuore del confronto civile.

Ma scambiare la razzia di un gruppo di ragazzini smarriti per una protesta di piazza è un abbaglio pericoloso. Il primo è un vuoto educativo che chiede risposte ferme, presenza delle famiglie e limiti chiari; la seconda è una voce che merita di essere ascoltata e discussa nel merito.

Se continuiamo a chiamare "protesta" una ragazzata illegale o un saccheggio coordinato su una chat social, finiremo per regalare un'alibi a chi commette reati e, cosa ben più grave, per spegnere la dignità di chi manifesta a viso aperto.

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