martedì 19 maggio 2026

Il calcio dei divi e degli uomini: perché abbiamo un disperato bisogno di più Christian Chivu e meno di Antonio Conte




Stasera, guardando le immagini su Sky Sport, mi è sembrato di assistere a una specie di cortocircuito televisivo. Un contrasto così netto, quasi violento, che mi ha costretto a spegnere lo schermo, prendere la tastiera e scriverti queste righe di getto. Due allenatori, due mondi opposti, due modi di intendere lo sport che si scontravano nello spazio di pochi servizi giornalistici.

Da un lato c’era Christian Chivu. Lo guardavo e provavo una strana forma di orgoglio, quasi di pace. Veniva celebrato, certo, perché alla fine i risultati contano e uno scudetto sul petto fa sempre rumore. Ma la verità è che la coppa era solo lo sfondo. Quello che riempiva lo schermo era la sua filosofia, il suo spessore umano. Parlavano i ragazzi che ha cresciuto nelle giovanili, parlavano i suoi ex compagni di squadra, e nei loro occhi non c’era solo il rispetto per il "mister", ma la gratitudine per l'uomo, la stima verso la persona. Chivu trasmette qualcosa che va oltre la lavagna tattica: trasmette valori, dignità, una qualità umana che oggi, in questo circo, sembra merce rara. Ha lo sguardo profondo di chi sa cosa significa cadere, lottare e rialzarsi senza mai aver bisogno di gridare per farsi notare.

Poi, un attimo dopo, cambia il servizio ed ecco la solita, stucchevole tiritera di Antonio Conte.

Ammettiamolo, siamo alle solite. Con le vene del collo gonfie e quell'aria da perenne incompreso, è iniziato il consueto show della primadonna. Il campionato è appena finito e lui è già lì, a mettersi sul mercato da solo, a sventolarsi come se fosse l'unico bene prezioso del pianeta, lanciando frecciate alla società e messaggi cifrati al miglior offerente. Ogni volta la stessa storia, ogni anno lo stesso copione recitato a memoria.

Ma sai che c'è? Io oggi ho pensato: ma che se ne andasse all'estero. Davvero.

Siamo stanchi di queste figure che fagocitano tutto, che riducono le società a loro personali palcoscenici e che, stringi stringi, non hanno fatto nulla per far crescere il valore reale e il livello del nostro calcio. Hanno lavorato solo ed esclusivamente per il proprio Status, per il proprio conto in banca e per nutrire un ego che non entra nemmeno in uno stadio intero. Certo, a volte vincono, ma a quale prezzo umano e societario? Lasciano dietro di sé terra bruciata e macerie, mentre si allontanano con la borsa piena verso la prossima sfida "impossibile".

A volte mi chiedo se sono io a essere diventato troppo romantico, o se forse un briciolo di quella vecchia, sana ironia sia l'unico modo per non farsi venire il fegato amaro davanti a certe conferenze stampa. Dopotutto, vedere un uomo di cinquant'anni suonati che fa i capricci perché vuole il giocattolo più costoso ha anche un che di comicamente grottesco.

Ma poi torno serio, perché il calcio è ancora una cosa importante per molti di noi. E allora ti dico: ben vengano, mille volte, personaggi come Christian Chivu. Abbiamo un disperato bisogno di pulizia, di sguardi puliti, di allenatori che insegnino ai ragazzi a stare al mondo prima ancora che a stare in campo. Abbiamo bisogno di spessore umano, non di teatrini. Se il calcio italiano vuole davvero ritrovare la sua anima e un livello degno di questo nome, deve ripartire da qui. Dalle persone, non dalle primedonne.

lunedì 18 maggio 2026

Il "Metodo Travaglio" alla prova dei fatti: la bufala dei 5 miliardi e il silenzio dell'Ordine

Avete Capito Chi E' 


Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.

La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.

Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:

  • Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.

  • La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).

  • La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.

Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".

Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.

(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni. Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...)

Il prezzo del Silenzio e la trappola della transizione - L'Occidente come un T-Rex che tira gli ultimi colpi di coda



Guardando le ultime puntate di Pechino Express, ( vi prego non giudicatemi male, so che è tutta finzione, ma è un bel momento da condividere con la mia compagna) , ho avuto come l'impressione che in Oriente fossero già in un'altra era rispetto la nostra. Fiumi di auto che scivolavano sull'asfalto come spettri. Nessun rombo, nessun fumo dallo scarico. In Cina e Giappone il futuro elettrico non è una promessa da salone dell'auto; è la normalità del martedì mattina. Praticamente viaggiano già tutti così.

Guardavo lo schermo e poi pensavo  al rumore di fondo delle nostre città. Quel brontolio familiare di pistoni, quel leggero odore di benzina che per generazioni ha significato una sola cosa: libertà, viaggio, economia.  Noi che ci culliamo nell'idea di essere l'avanguardia del mondo, mentre fuori dalla nostra finestra il tempo si è fermato. COME DEI DINOSAURI

Ma l'immagine dell'Oriente così silenzioso e già proiettato nel domani mi ha lasciato addosso un'inquietudine più profonda, che va ben oltre la semplice tecnologia. Mi sono chiesto: cosa succede quando un intero sistema economico capisce che il terreno sotto i suoi piedi sta scomparendo?

La risposta, purtroppo, la leggiamo ogni giorno. Ho la netta sensazione che i conflitti e le tensioni geopolitiche che stanno lacerando il nostro presente non siano altro che il frutto avvelenato di questo stravolgimento. Il mondo occidentale ha costruito la sua ricchezza, il suo potere e le sue dinastie industriali sui combustibili fossili. Per un secolo è stata una fonte di guadagno continua, immensa, quasi mitologica. Ora che quella fonte vede la sua fine all'orizzonte, assistiamo al colpo di coda di un gigante ferito. UN T-REX che non accetta il passaggio di un'ERA

Queste guerre sembrano disperati tentativi di stringere i pugni per trattenere l'oro nero, di spremere e recuperare fino all'ultimo centesimo possibile da un modello che a poco a poco andrà inevitabilmente a esaurirsi.

Mentre l'Oriente ha ridisegnato il proprio paesaggio urbano con una fluidità quasi disarmante, l'Occidente si trova di fronte a un bivio identitario. La produzione di auto e l'intero commercio legato ai vecchi carburanti stanno subendo un'evoluzione sistematica che stravolgerà completamente i prossimi lustri. E dietro i grandi numeri della macroeconomia ci sono le espressioni preoccupate dei nostri operai, gli sguardi smarriti di chi vede cambiare le regole del gioco da un giorno all'altro.

La transizione non è indolore, ma l'errore più grande è confondere la difesa del passato con la sopravvivenza. Arroccarsi dietro le vecchie logiche del petrolio, fino a sanguinare per esso, non fermerà la storia. Il trasporto mondiale sta cambiando pelle e la mappa del domani è già tracciata. Prima accetteremo che il vecchio mondo è finito, prima smetteremo di combattere guerre nostalgiche per un passato che non può più ritornare.