mercoledì 29 luglio 2026

Infantino, la malattia del calcio: è ora di estirpare il male



Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.

A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.

È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.

Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.


La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.

«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.

«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.

Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino. La FIFA è solo un'istituzione nata per amministrare un bene collettivo, non un'azienda padrona che può impacchettare la Coppa del Mondo e cederne il 20% a un fondo d'investimento per fare cassa. La ferma presa di posizione dell'UEFA e di diverse federazioni dimostra che una linea d'ombra è stata valicata.

È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.

lunedì 27 luglio 2026

Malagò se hai scelto Maldini e Leo, devi difenderne le scelte, è un fatto!

TROPPA POLITICA NEL NOSTRO CALCIO


C’è un momento preciso in cui la passione sportiva lascia il posto alla rassegnazione, ed è quando la logica di campo viene travolta e calpestata dalle dinamiche di palazzo. Quello che sta accadendo in queste ore attorno alla figura di Andrea Pirlo ha dell'incredibile, ed è la fotografia perfetta di un sistema sportivo in cui le scelte tecniche contano ormai meno di nulla di fronte alle convenienze e alle correnti di comodo.

Parliamoci chiaro, senza filtri e senza retorica: è evidente che le cose così non funzionano. Il motivo è apparso chiarissimo in tutti i recenti episodi emersi in questi giorni: la Politica è troppo radicata nel mondo calcistico, stracolma di troppi interessi in ballo per permettere a chi se ne occupa davvero di lavorare con serenità.

Andiamo con ordine. Pirlo non si è meritato la Nazionale, diciamolo con lucidità. Le sue due precedenti esperienze in panchina — prima alla Juventus e poi alla Sampdoria — sono state fallimentari e non offrivano certo le garanzie necessarie per affidargli la guida degli azzurri. La sua nomina era una scelta specifica, precisa e coraggiosa del duo formato da Paolo Maldini e Leonardo. Certo, non piaceva a nessuno, era palese. Ma la questione fondamentale non è la simpatia o il consenso di una nomina: è il rispetto del ruolo.

Non si possono e non si devono assolutamente avallare polemiche contro scelte squisitamente tecniche, strumentalizzando e giustificando il dissenso attraverso comportamenti della sfera privata che non hanno assolutamente nulla di criminale. Si è montato un caso sul nulla, alimentato da chi cercava solo un appiglio per far saltare il banco, perché era chiaro fin dal primo minuto che a una certa parte di questo ambiente non interessava avere Pirlo alla guida della Nazionale.

La gravità di questa situazione sta nel metodo. Dal momento in cui decidi di affidare la direzione tecnica a due figure del calibro di Maldini e Leonardo, concedendo loro la responsabilità delle decisioni, non puoi sconfessarli alla primissima scelta importante. In questo modo si cancella con un colpo di spugna l'autorevolezza di chi dovrebbe dirigere. È del tutto normale e comprensibile che adesso Maldini e Leo vogliano rassegnare le dimissioni: gli è stato tolto di fatto ogni potere decisionale, ammesso che ne abbiano mai avuto uno reale.

In questo scenario frammentato, lo sguardo cade inevitabilmente sui vertici dello sport italiano. Giovanni Malagò è indubbiamente un uomo forte, lo ha dimostrato in più occasioni nel corso della sua carriera. Tuttavia, se vuole davvero tracciare un solco e lasciare un segno, deve staccarsi dal mondo politico e andare avanti per il proprio senso, se no, visti i precedenti, non se ne esce.

L'esempio da seguire c'è già all'interno dello sport azzurro ed è sotto gli occhi di tutti. Deve fare come ha fatto Angelo Binaghi nel tennis: tirare dritto, pestando anche piedi, ma portando avanti una filosofia forte che punta sui significati tecnici piuttosto che sulle convenienze ed i compromessi. Binaghi ha dimostrato che quando si protegge la visione sportiva dalle ingerenze esterne, i risultati arrivano, le strutture crescono e l'intero movimento ne trae beneficio.

Malagò ha scelto Maldini e si è trovato anche Leo; bene, deve andare avanti per quella strada, quella che ha individuato, non quella che gli viene suggerita, da chi, finora, ha dimostrato di non capirci una bega e parlare in base a come tira il vento.

Finché le decisioni sul rettangolo di gioco verranno dettate dalla paura di scontentare i soliti noti o dall'esigenza di assecondare gli umori della piazza e della politica, continueremo a assistere a teatrini grotteschi come questo. È tempo che chi ha la responsabilità di guidare lo sport italiano torni a rimettere la palla al centro, difendendo le scelte fatte e lasciando che a parlare, finalmente, sia soltanto il campo.

La parabola del tennista e dell'immondizia errante: storie di ordinario disservizio tra i monti della Valsassina

C'è un momento preciso, dopo una sconfitta sul campo da tennis, in cui il corpo stanco cerca solo due cose: un po’ di riposo e un piatto di carne alla brace.

Eravamo a Lecco, nello splendido centro tennis di via Giotto, sotto la supervisione attenta, solare e sempre simpaticissima della bravissima Sara. L'ennesima sconfitta del mio circuito TPRA è arrivata anche questa volta, ahimè, ma devo spezzare una lancia a favore del mio avversario, il buon De Consoli. Una vera "vecchia volpe" della racchetta che, per una volta, ha deciso di fare uno strappo alla solita regola non scritta dei tornei amatoriali: niente ragnatele di pallonetti stremati o smorzate snervanti, ma un gioco d'attacco, a viso aperto. Perdente sì, ma ci si è divertiti. E non è poco.


Per riprenderci dalle fatiche del match, la meta prescelta è stata Moggio, in Valsassina. Il posto è davvero notevole: ben strutturato, immerso nel verde, con quel classico profumo di montagna che ti rimette al mondo e un piccolo ruscelletto che gli scorre accanto. Certo, il torrente era completamente in secca e non abbiamo potuto fare a meno di notare strani tubi che sembravano fare da indiziati speciali per quel letto di pietra vuoto... Ma l'atmosfera c'era tutta.



Dopo qualche fisiologico momento di assestamento, ci siamo divisi i compiti con una sinergia impeccabile: la mia compagna si è occupata di alimentare il fuoco con una maestria encomiabile, mentre io mi sono dedicato alla griglia. Devo ammettere che mettersi a fare il mastro fuochista con le gambe ancora pesanti per i recuperi a fondo campo è stata una discreta faticaccia, ma il sapore della carne e la bellezza del luogo hanno ripagato ogni singola goccia di sudore.

L'amaro in bocca, però, non è arrivato dalla brace, bensì dal momento dei saluti.

Raccogliamo tutto con cura, pronti a lasciare l'area pulita, e cerchiamo con lo sguardo un cestino. Uno qualunque. Nemmeno l'ombra. In compenso, l'area è costellata da cartelli il cui succo suona più o meno così: "Siete pregati di lasciare pulito dopo l'uso, altrimenti saremo costretti a chiudere il parco. I rifiuti tornano a casa con voi".

Ora, fermiamoci un attimo a riflettere. Quando un'amministrazione ti chiede civiltà e rispetto per l'ambiente, la prima cosa che ti aspetti è che ti metta nelle condizioni di esercitare questa civiltà. Invece no. Il messaggio sottinteso, spogliato da ogni retorica istituzionale, sembra essere un altro: "Noi non abbiamo voglia di gestire la spazzatura, di passare a svuotare i contenitori o di sostenere i costi di pulizia, quindi il problema lo scarichiamo interamente su di te". Ti viene chiesta l'onestà, ma dall'altra parte ti viene mostrata la totale disimpegno.

Senza altre opzioni, carichiamo la spazzatura in macchina. Chiunque abbia mai viaggiato per un'ora sotto il sole estivo con un sacchetto di umido post-grigliata nel bagagliaio può facilmente immaginare l'aroma persistente che ha iniziato a invadere l'abitacolo. Convinti che di lì a poco avremmo incrociato un punto di raccolta lungo la strada, continuiamo la discesa. Il nulla.

Guidiamo fino a Barzio, quando finalmente intravediamo una speranza di salvezza davanti a un bar "Stube": ci sono dei cassoni. Avvicinandomi noto che due sono chiusi a chiave con il lucchetto, ma accanto ce n'è uno verde con dentro della polenta. Penso: "Perfetto, è l'umido". Ci infilo il nostro sacchettino, tiro un sospiro di sollievo e mi avvio verso l'auto.

Nemmeno il tempo di aprire la portiera che dal locale esce di gran carriera il gestore.

— «Cosa sta facendo?!» — «Ho buttato l'umido nel cestino apposito,» rispondo con calma. — «Ma non ha visto che sono privati?!» — «In che senso privati? Siamo su suolo pubblico...» — «Ma lei da dove viene?» — «Da Milano.» — «E a Milano andate a buttare l'immondizia nei cassonetti dei condomini?»

Sorrido amaro, cercando di mantenere la razionalità di fronte all'assurdo. — «No, ma questo non è un condominio e la questione non è Milano. Il suo comune mi chiede di lasciare tutto pulito quando vado al parco, ma non mi dà modo di farlo, perché questi sono gli unici cestini che abbiamo trovato nel giro di chilometri!» — «E allora scriva all'amministrazione!» mi liquida lui.

A quel punto la logica vacilla del tutto. — «Ma mi scusi... dovrei essere io, che vengo da Milano per passare una domenica sul vostro territorio, a scrivere all'amministrazione di Moggio e Barzio per far mettere dei cestini?! Ma cosa sta dicendo?»

La soluzione finale del cortese gestore? — «Si riprenda il suo sacchetto e lo vada a buttare in quel cestino situato alla fermata dell'autobus

Ecco. Un sentito ringraziamento al gestore dello Stube di Barzio per questa perla di accoglienza turistica e per l'illuminante suggerimento.


 

Ce ne siamo tornati verso casa con il nostro sacchetto dell'umido ben salco a bordo, riflettendo su come a volte basti poco per rovinare la bellezza di un luogo: la totale assenza di servizi base da un lato, e l'assoluta mancanza di empatia e accoglienza dall'altro. La montagna è bellissima, per carità. Ma la sensazione che certi territori vogliano il turismo solo fino a quando si tratta di incassare, lasciando ai visitatori l'onere di gestirsi perfino i propri scarti, è un peccato che fa più male di una palla corta a filo rete.