lunedì 25 maggio 2026

IL GRANDE INGANNO: E se il patto segreto Allegri-Conte-De Laurentiis fosse stato scritto ad aprile (mentre il Milan affondava)?



 Mettiti comodo, prenditi due minuti e prova a dimenticare per un attimo la narrazione ufficiale che ci hanno propinato le televisioni e i giornali nelle ultime settimane. Quella che parla esclusivamente di "problemi di spogliatoio", "improvvisi cali fisici di primavera" e della solita, inevitabile sfortuna.

Se anche tu hai provato quella strana sensazione di sconcerto guardando il Milan crollare in quel modo inspiegabile contro il Cagliari all'ultima giornata, beh... forse non eri l'unico. Viene quasi il sospetto che non si sia trattato di semplice casualità, ma che sotto potesse esserci un copione ben più complesso, orchestrato lontano dai riflettori.

Se proviamo a unire i puntini, la data zero di questo presunto terremoto geopolitico del nostro calcio sembrerebbe essere il 6 aprile 2026. È possibile che il sipario si sia alzato proprio in quella settimana?

Il teatrino delle ombre: coincidenze o indizi di un patto?

Riguardiamo le reazioni dei protagonisti in quei primi giorni di aprile. Se lette con il senno di poi, certe dichiarazioni potrebbero non essere state così casuali:

  • Antonio Conte: esce dal campo dopo aver battuto il Milan, con l'adrenalina ancora a mille. Ma invece di blindare il futuro a Napoli, lancia una frase che avrebbe potuto scardinare gli equilibri: «Se fossi il presidente della FIGC mi prenderei in considerazione». Un’autocandidatura totale. Sarebbe potuta nascere così, dal nulla, se non ci fosse già stato un mezzo sdoganamento?

  • Aurelio De Laurentiis: passano meno di ventiquattr'ore. Un qualsiasi presidente avrebbe fatto barricate per trattenere il proprio tecnico. Invece, da Los Angeles, il patron azzurro spiazza tutti con una diplomazia fin troppo morbida: «Se Conte chiedesse la Nazionale gli direi di sì». Un via libera che potrebbe nascondere una clamorosa verità: De Laurentiis avrebbe acconsentito così facilmente solo se avesse già avuto in mano un sostituto di primissimo livello?

  • Massimiliano Allegri: il 4 aprile giura amore al Milan. Il 10 aprile, dopo il valzer Conte-De Laurentiis, cambia improvvisamente strategia. Niente più promesse, ma un dribbling politico e ironico: «Prima del CT devono scegliere il presidente della FIGC». Max potrebbe aver capito in quel preciso istante che il suo destino era già stato tracciato sopra la sua testa?

Il crollo del Milan: un'inspiegabile resa psicologica?

Ora guarda l'incredibile parabola del Milan da quella fatidica settimana in poi. Viene da chiedersi se questo sia il cammino di una squadra che si stava giocando la stagione, o se lo spogliatoio possa aver subito un contraccolpo psicologico legato alle voci sul futuro del proprio allenatore.

GiornataLa parabola rossoneraPuntiLa chiave di lettura (Ipotesi)
31ªNapoli - Milan 1-063Il Napoli sorpassa il Milan. Cominciano a rincorrersi le voci sulle panchine.
32ªMilan - Udinese 0-363Il primo, clamoroso blackout a San Siro. La squadra potrebbe aver perso serenità.
35ªSassuolo - Milan 2-067Il Milan appare vuoto, senz'anima. Allegri in panchina sembra quasi rassegnato.
36ªMilan - Atalanta 2-367Terza sconfitta in cinque gare. Un crollo verticale che nessuno è riuscito ad arginare.
38ªMilan - Cagliari 1-270Il verdetto finale. Como e Roma sorpassano un Milan ormai spento, fuori dalla Champions.

Solo 7 punti conquistati in 8 partite. Una media quasi da retrocessione. Come si potrebbe spiegare il fatto che una squadra stabilmente terza si spenga di colpo, proprio in concomitanza con il gran ballo delle panchine?

L'ipotesi che fa più rumore è che lo spogliatoio possa aver "annusato" il disimpegno. Nel calcio, quando un gruppo avverte – anche solo inconsciamente – che il proprio timoniere potrebbe avere già un piede sul traghetto per Napoli, la tensione agonistica rischia di evaporare. Si smette di correre, si perde quella ferocia necessaria per difendere il piazzamento Champions.

Chi potrebbe averci guadagnato?

Sia chiaro: non abbiamo prove certe e potremmo essere di fronte a una gigantesca serie di coincidenze astrali. Ma se questa ricostruzione venisse confermata dai fatti nelle prossime settimane, il quadro sarebbe perfetto. La FIGC avrebbe trovato l'uomo forte per rinascere dopo l'addio di Gattuso; De Laurentiis avrebbe sistemato la panchina del Napoli con un gestore ideale come Allegri; e il Milan? Il Milan si ritroverebbe ad essere l'unica vera vittima sacrificale di questo presunto incastro politico, scivolando in Europa League all'ultimo respiro.

Ci avrebbero venduto un finale di campionato thrilling, mentre forse i destini erano già stati segnati a inizio aprile.

martedì 19 maggio 2026

Il calcio dei divi e degli uomini: perché abbiamo un disperato bisogno di più Christian Chivu e meno di Antonio Conte




Stasera, guardando le immagini su Sky Sport, mi è sembrato di assistere a una specie di cortocircuito televisivo. Un contrasto così netto, quasi violento, che mi ha costretto a spegnere lo schermo, prendere la tastiera e scriverti queste righe di getto. Due allenatori, due mondi opposti, due modi di intendere lo sport che si scontravano nello spazio di pochi servizi giornalistici.

Da un lato c’era Christian Chivu. Lo guardavo e provavo una strana forma di orgoglio, quasi di pace. Veniva celebrato, certo, perché alla fine i risultati contano e uno scudetto sul petto fa sempre rumore. Ma la verità è che la coppa era solo lo sfondo. Quello che riempiva lo schermo era la sua filosofia, il suo spessore umano. Parlavano i ragazzi che ha cresciuto nelle giovanili, parlavano i suoi ex compagni di squadra, e nei loro occhi non c’era solo il rispetto per il "mister", ma la gratitudine per l'uomo, la stima verso la persona. Chivu trasmette qualcosa che va oltre la lavagna tattica: trasmette valori, dignità, una qualità umana che oggi, in questo circo, sembra merce rara. Ha lo sguardo profondo di chi sa cosa significa cadere, lottare e rialzarsi senza mai aver bisogno di gridare per farsi notare.

Poi, un attimo dopo, cambia il servizio ed ecco la solita, stucchevole tiritera di Antonio Conte.

Ammettiamolo, siamo alle solite. Con le vene del collo gonfie e quell'aria da perenne incompreso, è iniziato il consueto show della primadonna. Il campionato è appena finito e lui è già lì, a mettersi sul mercato da solo, a sventolarsi come se fosse l'unico bene prezioso del pianeta, lanciando frecciate alla società e messaggi cifrati al miglior offerente. Ogni volta la stessa storia, ogni anno lo stesso copione recitato a memoria.

Ma sai che c'è? Io oggi ho pensato: ma che se ne andasse all'estero. Davvero.

Siamo stanchi di queste figure che fagocitano tutto, che riducono le società a loro personali palcoscenici e che, stringi stringi, non hanno fatto nulla per far crescere il valore reale e il livello del nostro calcio. Hanno lavorato solo ed esclusivamente per il proprio Status, per il proprio conto in banca e per nutrire un ego che non entra nemmeno in uno stadio intero. Certo, a volte vincono, ma a quale prezzo umano e societario? Lasciano dietro di sé terra bruciata e macerie, mentre si allontanano con la borsa piena verso la prossima sfida "impossibile".

A volte mi chiedo se sono io a essere diventato troppo romantico, o se forse un briciolo di quella vecchia, sana ironia sia l'unico modo per non farsi venire il fegato amaro davanti a certe conferenze stampa. Dopotutto, vedere un uomo di cinquant'anni suonati che fa i capricci perché vuole il giocattolo più costoso ha anche un che di comicamente grottesco.

Ma poi torno serio, perché il calcio è ancora una cosa importante per molti di noi. E allora ti dico: ben vengano, mille volte, personaggi come Christian Chivu. Abbiamo un disperato bisogno di pulizia, di sguardi puliti, di allenatori che insegnino ai ragazzi a stare al mondo prima ancora che a stare in campo. Abbiamo bisogno di spessore umano, non di teatrini. Se il calcio italiano vuole davvero ritrovare la sua anima e un livello degno di questo nome, deve ripartire da qui. Dalle persone, non dalle primedonne.

lunedì 18 maggio 2026

Il "Metodo Travaglio" alla prova dei fatti: la bufala dei 5 miliardi e il silenzio dell'Ordine

Avete Capito Chi E' 


Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.

La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.

Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:

  • Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.

  • La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).

  • La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.

Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".

Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.

(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni. Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...)