lunedì 19 ottobre 2026

MILANO E IL DIO DENARO : tra le felpe rubate in centro e le ragazzine svendute al Club 55




C’è un filo conduttore invisibile, ma di una nitidezza spaventosa, che lega le macerie di una protesta studentesca svuotata di ogni valore e la penombra luccicante di un privé. A prima vista sembrano due Mondi opposti: la rabbia da un lato, il lusso patinato dall'altro. Ma se si gratta la superficie, ci si rende conto che sono semplicemente due facce della stessa identica moneta, coniate dal vero ed unico sovrano della Milano di oggi: il dio denaro.

Una città che ha perso la bussola morale e che spinge i suoi ragazzi, sempre più giovani, ad annullarsi e a svilire qualsiasi traccia di umanità in nome della superficialità più spietata.

I ragazzini che svaligiano per un marchio e le ragazzine che vendono l'anima al tavolo

Guardate quello che è successo in centro. Si parlava di cortei, di valori studenteschi, di rivendicazioni e di diritti. Ma quale ideale resta quando a guidare la folla sono minorenni che non cercano la giustizia, ma la scorciatoia per ostentare? Ragazzini che usano lo schermo della protesta solo per prendersi con la forza quello che il dio denaro impone di avere: felpe firmate sfilate con rapacità, scarpe d'alta moda infilate nello zaino e persino razie di bevande gassate nei supermercati.

Non c'è politica, non c’è pensiero. C'è solo l'esigenza malata di possedere per apparire, di rubare l'oggetto per sentirsi qualcuno.

E poi fate qualche metro, cambiate scenario e spostatevi di notte al Club 55. Troverete la controparte esatta di questa stessa deriva. Ragazzine, spesso giovanissime, vestite — o meglio, svestite — come delle "poco di buone", che si prestano a fare le ragazze immagine o ad animare i tavoli centrali di chi sfoggia bottiglie da migliaia di euro. Ragazze che fingono di essere donne mature, che si lasciano toccare, baciare e "succhiare" la giovinezza da uomini molto più grandi di loro, i soliti "giovani vecchi" pronti a elargire soldi pur di comprarsi uno spettacolo.

I ragazzini in piazza rubano la felpa firmata per elemosinare uno status; le ragazzine al Club 55 svestono il proprio corpo per elemosinare gli stessi soldi. Sono due Facce della stessa tragedia giovanile: da una parte si devasta la città per accaparrarsi il bene materiale, dall'altra si devasta la propria dignità per offrirsi come merce di scambio al cliente di turno.

Non c’è alcuna differenza. È un unico, grottesco mercato delle illusioni dove i maschi si trasformano in predatori d'assalto per un marchio e le femmine in intrattenitrici a pagamento per fare cassa nel locale.

La nausea della realtà e il silenzio delle famiglie

Sentire la mia compagna sabato sera, seduta accanto a me con un senso di autentica nausea e disgusto, mi ha confermato quanto la misura sia colma:

«Sembrava più un posto dove intrattenere il cliente, magari anche per soldi... Cazzo, si vedeva che erano ragazzine, con un trucco da "poco di buone" oltre all'outfit incommentabile. Ma le famiglie di queste ragazze lo sanno cosa fanno il sabato notte? Mah... Comunque mi ha schifato parecchio.»

Questa frase condensa tutto il vuoto che ci circonda. Dove sono i genitori di questi minorenni che di giorno devastano i negozi per una Red Bull o un paio di scarpe, e la notte si svendono nei privé per compiacere l'approccio di uomini viscidi? Possibile che nessuno si accorga che stiamo crescendo una generazione a cui è stato insegnato che tutto si compra, tutto si ruba e tutto si liquida per qualche banconota o per un momento di effimero esibizionismo?

Lo specchio di una Milano svenduta

Milano è diventata questa roba qui. Una metropoli scintillante che sotto le luci della rivalutazione e del business nasconde un'anima cinica, dove la superficialità ha divorato la sostanza.

Il dio denaro ha vinto su tutto: ha trasformato la protesta sociale in uno scippo di scarpe da ginnastica e la spensieratezza dei vent'anni in una sadica forma di prostituzione esibita e normalizzata.

Guardare questi ragazzini e queste ragazzine non fa più soltanto arrabbiare: fa schifo. Fa provare una profonda, amara nausea per una città che per fare profitto ha deciso di vendere, pezzo dopo pezzo, il futuro e la dignità dei propri figli.

Se scambiamo un Levis ed una Red Bull rubati per una protesta studentesca



Stamattina ho visto in tv i servizi sui disordini in centro. Sullo schermo scorrevano immagini concitate, fotogrammi sgranati di vetrine infrante, scaffali messi a soqquadro e volti giovanissimi nascosti dai cappucci. Ragazzini di dodici o tredici anni al massimo, con la rabbia negli occhi e l'adrenalina a fior di pelle, intenti ad assaltare negozi per strappare un capo di marca o a scappare dai supermercati con qualche bibita sottobraccio.

Mentre guardavo quelle immagini, ho avvertito un senso di profonda amarezza, una stretta allo stomaco che nasce spontanea quando vedi l'immaturità usata come spettacolo. Avevano sguardi carichi di una spavalderia fragile, quella maschera che s'indossa quando il bisogno di apparire brucia più di qualsiasi senso del limite.

Poi, puntuale come un copione già scritto, la voce del giornalista ha iniziato a ricamare la solita narrazione piatta, mettendo nello stesso calderone la devianza di quella bravata e le ragioni delle piazze studentesche.

I dati ufficiali emersi nelle ultime ore delineano un quadro fin troppo chiaro, che merita di essere osservato senza ipocrisie:

  • L'età giovanissima: Dei circa 200 ragazzi fermati e accompagnati in Questura, circa l'80% è composto da minorenni. Parliamo di ragazzini di 12, 13 e 14 anni, sfilati via dalle proprie camerette per inseguire un trend virale su TikTok.

  • La composizione sociale: Un mosaico frammentato in cui i cittadini stranieri e gli italiani di seconda generazione rappresentano quasi il 70% dei fermati e degli arrestati, affiancati da tanti coetanei italiani arrivati dai quartieri della periferia e dei comuni dell'hinterland. Un gruppo eterogeneo che non risponde a una bandiera o a un'ideologia, ma a un senso di vuoto e al richiamo della trasgressione.

Fermiamoci un secondo, perché è proprio davanti a questi numeri che perdiamo la bussola della realtà.

Come si fa a confondere un fenomeno del genere — una devianza giovanile da social trend, dove l'occupazione della strada serve solo a registrare un video o ad appropriarsi di uno status symbol — con le rivendicazioni di chi chiede attenzione e risorse per il sistema scolastico?

Significa cedere a una pigrizia d'analisi disarmante. Significa fare un torto enorme alla verità e, soprattutto, a chi la scuola e le istituzioni le vive con rispetto.

La realtà, se la si guarda senza le lenti della semplificazione, mostra anche ben altro. Chi viaggia per l'Italia sa quali e quanti passi avanti siano stati fatti negli ultimi anni. Ho ancora negli occhi il ricordo di certi plessi di provincia, specialmente al Sud, dove fino a poco tempo fa l'intonaco cadeva a pezzi e le aule avevano il sapore stantio dell'abbandono. Oggi molte di quelle strutture sono cambiate: ci sono ambienti rinnovati, spazi digitali, palestre messe in sicurezza dove prima c'erano solo crepe e incuria. C'è stato un investimento vero, concreto, che ha restituito dignità a tante realtà periferiche.

Certo, la scuola è un organismo vivo e chi la frequenta ha il diritto di chiedere sempre di più: più continuità, più risorse, più attenzione all'aspetto umano. È il cuore del confronto civile.

Ma scambiare la razzia di un gruppo di ragazzini smarriti per una protesta di piazza è un abbaglio pericoloso. Il primo è un vuoto educativo che chiede risposte ferme, presenza delle famiglie e limiti chiari; la seconda è una voce che merita di essere ascoltata e discussa nel merito.

Se continuiamo a chiamare "protesta" una ragazzata illegale o un saccheggio coordinato su una chat social, finiremo per regalare un'alibi a chi commette reati e, cosa ben più grave, per spegnere la dignità di chi manifesta a viso aperto.

Lutto Nazionale a Sky Sport: È Caduta la Madama



C'è un momento preciso, nelle domeniche di campionato, in cui il palinsesto televisivo smette di essere giornalismo sportivo e si trasforma, quasi d’incanto, in un rito di condoglio collettivo.

Ieri sera ne ho avuta la conferma definitiva: quando la Juventus perde, nello studio di Sky Sport non si fa analisi tattica, si osserva un minuto di silenzio. Volti tirati, toni da requiem, sguardi smarriti di chi sta elaborando un trauma improvviso. Una squadra senza un'idea chiara e dal valore tecnico discutibile viene letteralmente surclassata da una Lazio compatta, arrembante e piena di spirito? Niente paura, non si celebra il merito di chi ha vinto: si piange il destino avverso di chi ha perso. È la dote della casa.


Il Direttore sta facendo un lavoro straordinario nel cancellare ogni minimo campanilismo dalle telecronache e dai dibattiti. Si percepisce proprio quell'imparzialità svizzera, quell'equidistanza impeccabile che vi fa onore. Non traspare minimamente per chi batte il vostro cuore, continuate pure così: la vostra riservatezza è da premio Pulitzer per l'obiettività.

Nel frattempo, noi comuni mortali continuiamo a goderci lo spettacolo del campo... e quello, ben più comico, delle vostre facce.



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