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| Cosa avresti voluto essere |
Guardando lo straordinario trionfo di Andrea
Kimi Antonelli, neo Campione del Mondo di Formula 1 con la Mercedes,
non ho potuto fare a meno di riflettere. Ho pensato a tutti quei ragazzi che
oggi lottano per trovare la propria strada, per realizzarsi. E inevitabilmente
sono tornato indietro nel tempo, a quando ero come loro.
Cosa avrei voluto fare davvero? L'autore. Scrivere testi di
canzoni, inventare messaggi in rima, plasmare le parole. Era l’unica cosa che
mi faceva sentire vivo, completo, realizzato. Eppure, ho fatto tutt’altro. Ho
seguito i binari tracciati da un padre che non ha mai avuto il minimo interesse
a chiedermi cosa desiderassi davvero, ma era sempre pronto a giudicare. E da
una madre troppo presa dal proprio riflesso e dall'ossessione di diventare
qualcuno di importante. Parliamo di una che lavorava da Giò Moretti in Via
Monte Napoleone e si fece licenziare perché osò mandare in tintoria il
soprabito sporco della moglie di Carlo Tognoli, allora sindaco di Milano. Vi ho
detto tutto sul tipo di ego con cui sono cresciuto.
Ma oggi, guardando Kimi, o
guardando Jannik
Sinner — anche se ultimamente in puro italian style sembra
concentrato sul raccogliere il massimo con il minimo sforzo — vedo qualcosa di
potente. Questi ragazzi hanno fatto una cosa tanto semplice quanto
rivoluzionaria: hanno seguito la loro vocazione.
Hanno ascoltato quel fuoco dentro che ti fa svegliare la
mattina con un unico pensiero: cosa posso inventarmi oggi per fare meglio
quello che facevo ieri? Quella spinta che ti fa andare a dormire sereno,
stanco ma riposato nell'anima, perché sai che stai indirizzando le tue capacità
e i tuoi desideri profondi verso il tuo reale percorso.
Il successo e la fama? Quelli sono solo una conseguenza
naturale, un dettaglio collaterale che può esserci o meno. Non è mica
obbligatorio diventare famosi. Ma seguire la propria vocazione porta a
completarsi come individui, a mostrarsi agli altri per quello che siamo
davvero. Pensateci: nessun pensiero negativo, nessun rimpianto, nessun
desiderio tossico di accumulare "di più", ma solo la pura, pulita
voglia di potere fare di più. C’è una differenza abissale.
Ed è qui che l’esempio di questi ragazzi si scontra
violentemente con le logiche strutturali del nostro Paese.
Mentre celebriamo il talento puro che emerge fuori dai radar
dello Stato, la politica si agita per i nuovi tagli all'istruzione. Ma se
usciamo dalla palude della propaganda ideologica ed entriamo nell'analisi dei
numeri reali, scopriamo che non siamo di fronte a un'improvvisa crisi della
scuola, bensì a una resa dei conti con la realtà strutturale e demografica:
- I
numeri della manovra: Il disegno di legge di bilancio prevede a regime
un taglio di 4.925 docenti e 2.049 unità di personale ATA, che
sommati ai tagli precedenti portano a una riduzione complessiva di quasi 15.000
posti in tre anni.
- Il
crollo delle nascite: Secondo le proiezioni ufficiali elaborate dalla Fondazione Agnelli su dati ISTAT, da qui al 2040 l'Italia registrerà quasi due
milioni di studenti in meno nelle aule. Un calo demografico verticale,
che a regole invariate significherebbe avere circa 95.000 classi e 166.000
docenti in esubero.
I circuiti tradizionali gridano allo scandalo parlando di
attentato alla cultura, ma la verità logica ed economica è ben diversa. Per
decenni il sistema d'istruzione è stato utilizzato come un enorme
ammortizzatore sociale e un bacino di consenso elettorale, gonfiando gli
organici senza alcuna programmazione e inserendo in cattedra personale spesso
privo di reali capacità, qualità o esperienza di merito.
Oggi che il Paese va al contrario — con le culle vuote e le
aule che si svuotano — mantenere quella spesa improduttiva e stabilizzare
personale in esubero solo per salvaguardare vecchie logiche del passato è
semplicemente insostenibile per le casse pubbliche. I tagli attuali non
sono un dispetto politico: sono la matematica conseguenza degli sbilanciamenti
del passato causati da chi ha assunto "a capo di cazzo".
La vera colpa del sistema non è quella di tagliare le
poltrone in esubero, ma di aver ridotto la scuola a un ufficio di collocamento
assistenziale invece di renderla una fucina di talenti.
Questa è la verità che dovremmo promulgare per ritrovare un
senso di umanità e positività. Dobbiamo smetterla di difendere l'inefficienza
burocratica e iniziare a finanziare il merito. L'esempio di ragazzi come
Antonelli e Sinner ci dice che il futuro si costruisce liberando le vocazioni
individuali, non stipendiando l'immobilità.
ed a conferma di questo, quello che dice Repetto di come sono nati i migliori pezzi degli 883:


