Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.
A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.
È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.
Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.
La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.
«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.
«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.
Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino.
È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.





