sabato 3 ottobre 2026

The Heart of the Beast: nemmeno Rambo sarebbe sopravvissuto a questa baracconata




Bentornati su queste pagine. Se nel nostro precedente viaggio La fine di Oak Street e la fine del... ci siamo interrogati sulle crepe invisibili e sul senso profondo delle cose, oggi ci tocca fare i conti con un muro di gomma fatto di pura, sconcertante incredulità.

Ditemi voi: avete visto The Heart of the Beast con Brad Pitt? No, perché qui siamo ben oltre la semplice sospensione del giudizio. Qui siamo nel regno della fantascienza anatomica.

Voglio dire, va bene tutto. Sappiamo benissimo quanto il cane sia, da sempre, il miglior amico dell'uomo, una presenza salvifica capace di tenderci una zampa quando il mondo crolla addosso. Chi di noi, nei momenti più bui, non vorrebbe un compagno così fedele al proprio fianco? Ma cerchiamo di essere seri. Com'è possibile credere che un uomo — per quanto addestrato come marine — possa sopravvivere a un vero e proprio bollettino di guerra naturale?

Mettetevi comodi e guardate la lista della spesa che gli sceneggiatori hanno pensato bene di rovesciargli addosso:

  • Un infarto fulminante che, evidentemente, passa in secondo piano rispetto alle priorità della giornata.

  • Uno schianto aereo che polverizzerebbe chiunque.

  • Un attacco faccia a faccia con un orso, perché una belva inferocita non si nega a nessuno.

  • Una caduta rovinosa in un torrente montano tra rocce aguzze e rapide gelide.

  • Capitomboli assortiti lungo i pendii, con tanto di frenate disperate e violente contro i tronchi degli alberi.

  • Per finire in bellezza, un branco di lupi famelici pronti a fare festa.

E che cavolo, quando è troppo è troppo! Nemmeno Rambo, nei suoi giorni di gloria più sfrenati, aveva osato tanto. Qui si sfiora il cartone animato, con la differenza che ai Looney Tunes perdoniamo tutto.

La verità è che quando l'accumulo di catastrofi supera ogni soglia di logica, si spezza il patto magico con chi guarda: non provi più empatia o paura per il protagonista, perché sai già che scamperà a qualsiasi apocalisse solo per esigenze di copione.

È un vero peccato, perché il legame viscerale tra uomo e natura, guidato dall'istinto protettivo di un cane, avrebbe meritato una scrittura cesellata con ben altra cura e misura. A volte bisognerebbe fare un passo indietro, spegnere gli effetti speciali a tutti i costi e tornare a concentrarsi su una sceneggiatura decente.

mercoledì 30 settembre 2026

Il fango su Malagò e il tempismo perfetto di Abodi: c'è l'ombra della gestione stadi dietro il caos FIGC?





Il calcio italiano è a un punto di non ritorno, e lo spettacolo desolante a cui stiamo assistendo in queste settimane ne è la prova definitiva. Da un lato abbiamo un sistema sportivo che colleziona fallimenti sul campo, dall'altro una politica che cerca di mettere le mani sul pallone. Al centro di questa tempesta c'è lo scontro totale tra il Ministro per lo Sport, Andrea Abodi, e lo storico numero uno del CONI, Giovanni Malagò. Un dualismo che ha radici profonde, fatto di veti incrociati e tensioni mai sopite.
La cronologia delle frizioni: un fossato profondo
Quello che vediamo oggi è solo l'ultimo atto di una guerra fredda iniziata da tempo. I rapporti tra Abodi e Malagò sono logorati da mesi di reciproche accuse. Ricordiamo tutti lo scontro frontale sulla nascita dell'Agenzia di vigilanza economica e finanziaria sui club professionistici: una mossa del Ministro per controllare i bilanci di calcio e basket, interpretata da Malagò come un'indebita ingerenza della politica nell'autonomia dello sport.
Poi le tensioni si sono spostate sul piano mediatico con il "caso Pirlo", legato alla gestione della Nazionale: Abodi parlò apertamente di una "brutta figura" di sistema, e la replica di Malagò fu durissima, invitando il Ministro a guardare alle tante brutte figure del versante politico prima di giudicare lo sport. Oggi, la farsa si sposta sulla presidenza della FIGC, con la candidatura di Malagò congelata da un cavillo burocratico sul tesseramento che rischia di portare al commissariamento. Malagò si dice "sotto attacco politico", Abodi replica che si tratta solo di rispettare le regole. Ma la verità, per chi guarda da fuori, è molto più amara.

La voce dei tifosi: "Ministro Abodi, faccia un passo indietro"
Riceviamo e pubblichiamo lo sfogo durissimo di un nostro lettore, che fotografa perfettamente la rabbia e la frustrazione di milioni di appassionati stanchi di giochi di potere sulla pelle della passione popolare:
"Adesso basta, è davvero troppo. Il ministro Abodi deve farsi da parte: ha fatto parte dello stesso gruppo guidato da Gravina e non può chiamarsi fuori. È responsabile tanto quanto loro di queste pessime figure a livello internazionale. Di conseguenza, a prescindere dai suoi attriti personali con Malagò, dovrebbe fare un passo indietro. Svolga il ruolo di ministro — se ne è in grado — ed eviti di creare una sterile commistione tra sport e politica, che non ha alcun senso.
Il vero problema qual è? Che ora si profilano grandi profitti speculativi con la costruzione dei nuovi stadi per Euro 2032? Ruota sempre tutto intorno al denaro? Non pensate ai decenni passati a fare la figura di una nazionale di quarta fascia in Europa e ai mondiali visti da spettatori? Si confronti con il suo capo del governo, che sembra impegnato a non far impoverire gli italiani tra i rincari di benzina ed elettricità, e scelga il silenzio. Lasci lavorare in pace Malagò che, a differenza di altri, in passate occasioni ha dimostrato di saper raccogliere risultati positivi."

Euro 2032 e l'ombra del business: qual è il vero obiettivo?
La critica sollevata dal nostro lettore tocca il nervo scoperto dell'intera vicenda: il controllo economico dello sport. Prima di diventare Ministro, Abodi ha guidato la Lega Serie B e l'Istituto per il Credito Sportivo; conosceva e faceva parte di quel sistema che oggi dice di voler riformare. Il sospetto che dietro questa improvvisa foga moralizzatrice e di controllo ci sia la gestione delle enormi risorse per Euro 2032 e la speculazione sui nuovi stadi è un dubbio legittimo che tormenta i tifosi.
Mentre i vertici si accapigliano sulle poltrone e sulle procedure di tesseramento, nessuno sembra avere a cuore il collasso tecnico del nostro calcio. Siamo passati dall'essere l'élite mondiale a collezionare esclusioni iridate e figuracce europee, diventando di fatto una periferia calcistica di "quarta fascia".
In questo scenario, la difesa dell'autonomia dello sport diventa fondamentale. Giovanni Malagò, piaccia o meno, ha dimostrato con i trionfi delle discipline olimpiche che quando lo sport viene lasciato lavorare in pace, lontano dalle scuderie dei partiti e dai palazzi della politica, i risultati arrivano. La politica pensi a risolvere i problemi reali del Paese – dal caro energia al costo dei carburanti che svuota le tasche dei cittadini – e lasci che lo sport ritrovi la sua strada da solo. Prima che sia troppo tardi.

lunedì 28 settembre 2026

ENI e i 19cent - Quando la politica compra il consenso a colpi di centesimi




Sento il bisogno di fermarmi un attimo a riflettere. Perché quando stamattina ho letto la notizia che Eni può permettersi di tagliare fino a 19 centesimi dal prezzo dei carburanti, la prima reazione non è stata un sospiro di sollievo, ma un enorme interrogativo che mi è salito dalla pancia: “Ma se possono permettersi di decurtare così tanto, quanto diavolo ci stavano guadagnando fino a ieri?”

È una domanda legittima, viscerale. Da automobilista che vede il distributore prosciugare il proprio stipendio mese dopo mese, l’istinto ti dice che c’è una speculazione rimasta impunita. Poi però, se provi ad andare oltre la prima pancia ed entri nelle dinamiche fredde dell’economia, capisci che la realtà è persino più sottile — e per certi versi più inquietante.

Quei 19 centesimi non spuntano dal nulla perché la materia prima è crollata all'improvviso, né perché le compagnie petrolifere hanno scoperto una bontà d'animo sconosciuta. Spuntano perché c’è una regia. Un’azienda come Eni, controllata a doppio filo dallo Stato, non sta muovendo quella leva per semplice logica di mercato, ma per un'esigenza politica. Quando il prezzo dell'estrazione va alle stelle e i profitti a monte diventano giganteschi, lo Stato-azionista chiede alla sua controllata di assorbire i costi alla pompa, sacrificando i margini della distribuzione per offrire una boccata d'aria fresca ai cittadini.

Ed è qui che il cerchio si chiude. C’è un filo rosso chiarissimo che collega questa mossa a quello di cui parlavo nel mio scorso post.

Siamo di fronte alla solita, collaudata strategia: l'inseguimento del consenso immediato. Un governo affannato di fronte all'inflazione e al malcontento popolare non cerca soluzioni strutturali — che richiederebbero tempo, visione e spesso scelte impopolari —, ma risposte che producono un sollievo istantaneo. Ieri era la promessa dell'eliminazione del bollo auto (pagata con risorse pubbliche che prima o poi presenteranno il conto), oggi è il price cap "spinto" da Eni sui carburanti.

Un'operazione di maquillage sociale impeccabile. Ti tolgo qualche decina di euro all'anno dalla tassa sulla macchina, ti faccio risparmiare 8 euro su un pieno di benzina per qualche settimana, e la piazza respira. Ti senti alleggerito. Ti sembra che qualcuno, finalmente, stia pensando a te.

Ma la domanda da porsi è un'altra: per quanto tempo può reggere un paese che viene governato a colpi di anestetici?

Un colosso integrato come Eni può permettersi di "regalare" i suoi margini oggi perché guadagna miliardi con la vendita di greggio nei mercati globali, ma i piccoli distributori indipendenti affogheranno. E soprattutto, quando la bolla dell'emergenza sarà passata, che cosa ci resterà in tasca? Nessuna riforma strutturale dei costi energetici, nessuna visione sul futuro della mobilità, solo qualche spicciolo risparmiato mentre la struttura del paese rimane esattamente fragile come prima.

Non ce l'ho con i 19 centesimi in meno, ci mancherebbe altro: in tempi di magra, tutto fa brodo. Ma mi spaventa la facilità con cui continuiamo ad accontentarci delle briciole, scambiando un'operazione di facciata per una politica economica vera. Ci siamo abituati a vivere alla giornata, esattamente come chi ci governa.

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