Sento il bisogno di fermarmi un attimo a riflettere. Perché quando stamattina ho letto la notizia che Eni può permettersi di tagliare fino a 19 centesimi dal prezzo dei carburanti, la prima reazione non è stata un sospiro di sollievo, ma un enorme interrogativo che mi è salito dalla pancia: “Ma se possono permettersi di decurtare così tanto, quanto diavolo ci stavano guadagnando fino a ieri?”
È una domanda legittima, viscerale. Da automobilista che vede il distributore prosciugare il proprio stipendio mese dopo mese, l’istinto ti dice che c’è una speculazione rimasta impunita. Poi però, se provi ad andare oltre la prima pancia ed entri nelle dinamiche fredde dell’economia, capisci che la realtà è persino più sottile — e per certi versi più inquietante.
Quei 19 centesimi non spuntano dal nulla perché la materia prima è crollata all'improvviso, né perché le compagnie petrolifere hanno scoperto una bontà d'animo sconosciuta. Spuntano perché c’è una regia. Un’azienda come Eni, controllata a doppio filo dallo Stato, non sta muovendo quella leva per semplice logica di mercato, ma per un'esigenza politica. Quando il prezzo dell'estrazione va alle stelle e i profitti a monte diventano giganteschi, lo Stato-azionista chiede alla sua controllata di assorbire i costi alla pompa, sacrificando i margini della distribuzione per offrire una boccata d'aria fresca ai cittadini.
Ed è qui che il cerchio si chiude. C’è un filo rosso chiarissimo che collega questa mossa a quello di cui parlavo nel mio scorso post.
Siamo di fronte alla solita, collaudata strategia: l'inseguimento del consenso immediato. Un governo affannato di fronte all'inflazione e al malcontento popolare non cerca soluzioni strutturali — che richiederebbero tempo, visione e spesso scelte impopolari —, ma risposte che producono un sollievo istantaneo. Ieri era la promessa dell'eliminazione del bollo auto (pagata con risorse pubbliche che prima o poi presenteranno il conto), oggi è il price cap "spinto" da Eni sui carburanti.
Un'operazione di maquillage sociale impeccabile. Ti tolgo qualche decina di euro all'anno dalla tassa sulla macchina, ti faccio risparmiare 8 euro su un pieno di benzina per qualche settimana, e la piazza respira. Ti senti alleggerito. Ti sembra che qualcuno, finalmente, stia pensando a te.
Ma la domanda da porsi è un'altra: per quanto tempo può reggere un paese che viene governato a colpi di anestetici?
Un colosso integrato come Eni può permettersi di "regalare" i suoi margini oggi perché guadagna miliardi con la vendita di greggio nei mercati globali, ma i piccoli distributori indipendenti affogheranno. E soprattutto, quando la bolla dell'emergenza sarà passata, che cosa ci resterà in tasca? Nessuna riforma strutturale dei costi energetici, nessuna visione sul futuro della mobilità, solo qualche spicciolo risparmiato mentre la struttura del paese rimane esattamente fragile come prima.
Non ce l'ho con i 19 centesimi in meno, ci mancherebbe altro: in tempi di magra, tutto fa brodo. Ma mi spaventa la facilità con cui continuiamo ad accontentarci delle briciole, scambiando un'operazione di facciata per una politica economica vera. Ci siamo abituati a vivere alla giornata, esattamente come chi ci governa.


