martedì 16 giugno 2026

Liberate "The Final": perché il concerto d’addio degli Wham! del 1986 a Wembley appartiene a tutti noi




Cari amici, fan e cultori della grande musica, vi parlo col cuore in mano.

Tutti noi conosciamo la storia ufficiale: quel 28 giugno 1986 lo stadio di Wembley tremava d'amore per l'ultimo storico show degli Wham!. Un evento epocale, interamente filmato da professionisti, che però George Michael decise di bloccare per sempre nei cassetti di una casa discografica perché non soddisfatto della resa tecnica. Da allora, siamo condannati a guardare pixel sgranati su YouTube e frammenti rubati dai tg dell'epoca, mentre sul mercato girano solo vecchie compilation di videoclip che lasciano l'amaro in bocca.
Oggi voglio fare un appello accorato, forte e disperato a chiunque abbia il potere di cambiare le cose: eredi, discografici, manager. Restituiteci quel concerto!
Chi ha amato George Michael e gli Wham! non può essere privato di questa meraviglia, specialmente alla luce della dolorosa scomparsa di George. La decisione di nascondere questo tesoro non può e non deve spettare solo a un vecchio veto del passato. Questa è storia della musica. Questa è arte pura, e l'arte non può essere sequestrata o tenuta sotto chiave.
Faccio un appello formale: superate l'ostacolo. Trovate un accordo economico con gli eredi, investite nel restauro digitale, fate quello che serve, ma rendete finalmente commercializzabile e visibile il video integrale di Wembley 1986. Abbiamo il diritto di piangere, ballare e vedere Elton John vestito da Ronald McDonald in alta definizione. Liberate la bellezza, prima che sia troppo tardi.
Condividete questo post. Facciamo sentire la nostra voce.#LiberateTheFinal#LiberateTheFinal #WhamWembley1986#WhamWembley1986 #GeorgeMichaelArchive#GeorgeMichaelArchive #WhamTheFinal#WhamTheFinal #UnsealTheFinal#UnsealTheFinal#ConcertOfA_Lifetime#ConcertOfA_Lifetime #MusicHistoryMatters#MusicHistoryMatters #GeorgeMichaelFans#GeorgeMichaelFans #BringBackWham#BringBackWham

Il feticcio del pallone bucato: " ma come cazzo è possibile che Zaniolo giochi all'Udinese, dai!!!"




Sedetevi un momento. Guardatemi negli occhi, o meglio, guardate lo schermo con la stessa disperata intensità con cui fissate il cronometro al novantesimo minuto, quando siamo sotto di un gol e l'arbitro ha già il fischietto in bocca. Vi siete mai chiesti quale strano oracolo abbia decretato che ventidue gambe tese a rincorrere una sfera di cuoio debbano custodire il segreto millenario della nostra identità?

Il calcio ha questo potere occulto, quasi sciamanico. Non è solo uno sport, è un rito di possessione collettiva. Incarna lo spirito di un popolo, il nostro faticoso processo di crescita, le nostre miserie e i nostri improvvisi, fulminei colpi di genio. Prima di baciare quella maglia azzurra, un ragazzo ha dovuto masticare la polvere della provincia, fare gruppo, sognare la fama e, infine, caricarsi sulle spalle il peso di una nazione intera. Quando scende in campo, non sta giocando: ci sta rappresentando davanti al tribunale del mondo.

Eppure, camminiamo tra le macerie di un'identità smarrita. Abbiamo perso l'origine del mito. Ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più nei volti ordinari, geometrici e spenti scelti per comporre l'undici titolare. Dove è finita la nostra vera anima?

Prendete un nome, un nome che risuona come un accordo minore in una notte di mezza estate: Nicolò Zaniolo. Ecco lo stereotipo perfetto, la fotografia vivente e pulsante dell'Italia. È fantasioso, estroso, irriverente. Ha quell'aria smargiassa di chi sa di essere un peccatore ma non ha nessuna intenzione di pentirsi. È quel tipo di calciatore che ti fa disperare per ottantanove minuti e poi, all'improvviso, inventa una giocata "da pazzi" che ti fa godere l'anima e riconciliare con l'universo. Un talento puro, a tratti tragico nella sua stessa sregolatezza.

Chiunque sieda sulla panchina della Nazionale, avvolto nel suo cappotto scuro da stratega, dovrebbe comprendere questo mistero: convocare uno così non è solo una scelta tecnica. È un esorcismo. Significa riappropriarsi di ciò che siamo, di quell'istinto teatrale e profondo che oggi ci manca come l'aria.

Invece, assistiamo al dramma dell'assurdo. Un patrimonio del genere viene confinato, quasi messo ai margini della narrazione principale. Con tutto il rispetto per la dignità del calcio di provincia, vederlo lì fa stringere il cuore, come un dipinto del Caravaggio appeso nel corridoio buio di un condominio di periferia.

Forse abbiamo paura della nostra stessa ombra, o forse preferiamo la rassicurante mediocrità di una sconfitta pulita alla gloriosa follia di un trionfo sporco. Ma finché non torneremo a scommettere sul nostro caos creativo, continueremo a vagare nel limbo dei ricordi, gridando al vento il nome di un'identità che abbiamo paura di schierare in campo.

lunedì 8 giugno 2026

Il giorno in cui Michael Jackson ha smesso di essere un mito



Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.

Poi, l’altra sera, ho guardato il documentario "The Michael Jackson story". E per la prima volta nella mia vita, ho provato qualcosa di totalmente nuovo, quasi spaventoso: la repulsione.
Non sto parlando solo degli ultimi, tragici anni della sua vita. La sensazione è nata molto prima, tornando indietro fino ai tempi d'oro di Thriller. Guardando quelle immagini con occhi diversi, ho percepito chiaramente un essere umano completamente staccato dalla realtà. Un uomo imprigionato in un delirio di onnipotenza che, contrariamente a quanto ho sempre voluto credere, non aveva nulla di ingenuo o spontaneo. Era tutto studiato. Tutto calcolato.
Prendiamo la celebre intervista con Oprah Winfrey del 1993. Rivederla oggi, sapendo quello che sappiamo, mi ha fatto accapponare la pelle. In quel momento storico Michael doveva assolutamente recuperare il mercato afroamericano, perché era evidente a tutti che stesse diventando bianco. Per farlo, ha messo in piedi una narrazione perfetta. Ma facciamo un bagno di realtà: parliamo di un uomo che si faceva cucire i toupet sul cuoio capelluto, che si è sottoposto a innumerevoli plastiche facciali e che, come è emerso in seguito, abusava di cocktail chimici di ogni tipo per dormire o per darsi la carica. Vi pare che un uomo così avrebbe avuto problemi a distruggere la propria pigmentazione per motivi di immagine o personali?
Questo pezzo del puzzle, per me, si è incastrato perfettamente con un altro dettaglio che conservavo in mente. Tempo fa vidi un documentario sulla Motown. Un magazziniere raccontò che, al momento della storica scissione quando i Jackson 5 passarono alla Epic, la Motown trattenne i loro costumi di scena. Ebbene, nelle tasche dei vestiti di Michael trovarono tantissime creme per i brufoli, ma anche flaconi di creme schiarenti.
Io, a essere onesto, alla storia della vitiligine non ci ho mai creduto. Fino a quell'intervista con Oprah, quella parola non era mai, mai emersa. Com'è possibile che un uomo sotto i riflettori mediatici da quando aveva dieci anni non avesse mai menzionato questa patologia? Com'è possibile che non l'avessero mai fatto i giornalisti o i suoi stessi familiari?
Dire quelle cose davanti a milioni di persone, in quel modo, con quello sguardo apparentemente indifeso, mi ha provocato un profondo disgusto. Mi è crollato un castello di carte. Se ha potuto mentire al mondo intero in quel modo, con quella freddezza calcolata, chi mi garantisce che non abbia mentito allo stesso modo su tutto il resto della sua vita?