lunedì 9 marzo 2026

Il Var serve a farci capire che la vittoria di una squadra viene determinata a tavolino?

bagher




Ma infatti, raga, fermi tutti: stiamo scherzando? Ho appena finito di rivedere il replay del rigore negato alla Cremonese contro il Lecce e sento un cortocircuito logico che neanche il peggior bug di sistema.

Parliamoci chiaro: il giocatore grigiorosso è lì, coordinato, sta per caricare il tracciante verso la porta e viene letteralmente spostato con una spinta che si vedeva pure dal terzo anello senza occhiali. Eppure, la terna arbitrale? Ghosting totale. Ma la vera perla, il momento "AI allucinata", è il VAR. Non solo non chiamano l’on-field review per correggere lo scempio, ma riescono a partorire una punizione contro la Cremonese. È un plot twist degno di una serie TV scritta male, di quelle che cancellano dopo la prima stagione perché non hanno senso.

E se pensavate che il fondo fosse stato toccato, ecco che arriva Ricci del Milan a ricordarci che le regole sono diventate un’opinione creativa. Stoppare la palla con la mano in piena area? Ormai è considerato "controllo di classe". Sì, quel mix tra un bagher di pallavolo e un intervento da freestyle che ormai nel calcio moderno sembra essere diventato legale, a patto di avere la maglia giusta.

Siamo arrivati al punto in cui guardare una partita è diventato un esercizio di pazienza zen. C'è tutta questa tecnologia, telecamere ovunque che potrebbero contare i fili d'erba, e poi ci perdiamo su falli lampanti che gridano vendetta. Mi chiedo se in sala VAR stessero ordinando il sushi o se abbiano semplicemente deciso che la fisica, in certe aree di rigore, è un concetto opzionale.

Incredibile come si riesca a rendere cervellotico uno sport che dovrebbe essere di una semplicità disarmante. Se questo è il calcio 4.0, ridatemi il pallone di cuoio e il fango, perché qui l'unica cosa "smart" sembra essere la capacità di ignorare l'evidenza.

giovedì 5 marzo 2026

Il "Drama-Tennis" di Matteo: Ma è un match o l'Iliade?


ma basta ... ma per favore è una partita di tennis 


Siamo alle solite. Ti sintonizzi su un 250 qualunque, magari in Cile o un primo turno a Indian Wells contro un Mannarino che, con tutto il rispetto, ha l'età pensionabile di un impiegato del catasto, e cosa ti trovi davanti? Il remake di 300 versione tennistica.

Ogni set di Berrettini ormai non è una partita, è un’ordalia. Lo vedi lì, a inizio stagione, con appena una decina di match nelle gambe, che sembra stia scalando l'Everest a mani nude sotto la grandine. Sudore, espressioni che gridano "perché a me?", e quell'attingere a risorse fisiche che manco dopo una maratona nel deserto.

Ma raga, seriamente?

C'è qualcosa che non quadra nel Matrix del tennis italiano. Com’è possibile che ogni santo incontro debba trasformarsi in una finale di Wimbledon al quinto set?

  • Il fattore "Guerra": Non esiste più il match di routine. Matteo entra in campo e il contatore dell'intensità schizza subito a mille, come se ogni palla fosse quella della vita.

  • La gestione dei carichi: Dopo dieci partite in croce, vedere un atleta che sembra aver già dato tutto quello che aveva nel serbatoio è... spiazzante. O meglio, è un mistero che qualcuno dovrebbe degnarsi di spiegarci senza usare il solito politichese sportivo.

C'è questo alone di "epica del dolore" che avvolge ogni suo colpo. Bellissimo per i registi di Netflix, un po' meno per chi vorrebbe vederlo arrivare a metà stagione senza sembrare un reduce di una guerra punica.

La verità è che questo over-acting fisico (che poi fisico lo è davvero, purtroppo) ci lascia con mille domande. Se il corpo è già al limite a marzo, cosa succederà quando il cemento scotterà davvero o quando l'erba richiederà scatti da gazzella?

Forse dovrebbero spiegarcelo meglio: è una questione di preparazione, di testa, o semplicemente abbiamo deciso che il "chill tennis" non fa per noi? Perché va bene l'empatia, va bene soffrire con lui, ma ogni tanto vorremmo solo un match dove si vince e basta. Senza dover chiamare l'ambulanza o un esorcista a fine partita.



mercoledì 4 marzo 2026

Gruber, nel giorno del voto alle donne, il tuo attacco senza senso ad una donna, E' DISGUSTOSO



Sapete quel momento esatto in cui il telecomando diventa l'unico strumento di autodifesa rimasto tra voi e il travaso di bile? Ecco, ieri sera è successo di nuovo. Sintonizzarsi su certi talk show sta diventando un’esperienza sportiva estrema, tipo il bungee jumping ma senza corda e con molta più retorica stantia.

È quasi affascinante, in un modo un po' perverso, osservare come il dibattito pubblico si sia ridotto a un gigantesco esercizio di "unisci i puntini" dove, alla fine, il disegno è sempre lo stesso. Non importa se a migliaia di chilometri di distanza il mondo stia letteralmente giocando a Risiko con i droni tra Teheran, Israele e gli USA; la priorità assoluta nel salotto buono è capire come tutto questo possa essere colpa di Palazzo Chigi.

Vedere certe vestali del giornalismo e intellettuali "impegnati" (nel senso che hanno l'agenda piena di aperitivi tematici) coalizzarsi per attaccare la premier nel giorno del voto alle donne è il picco del cringe. È quel tipo di femminismo a targhe alterne che ti fa dire: "Ok, boomer, abbiamo capito". Se sei la prima donna premier ma non reciti il copione scritto nei loro circoli, allora la tua voce non conta, anzi, il tuo silenzio è un crimine di guerra. Una logica che fa acqua da tutte le parti, manco fosse un secchio bucato lasciato sotto il diluvio.

Parliamoci chiaramente: fare la voce grossa sullo scacchiere globale mentre l'economia italiana è intrecciata a quella americana come i cavi delle cuffie nello zaino sarebbe solo puro autolesionismo. Ma no, loro preferiscono il megafono. Preferiscono quel populismo da ZTL che serve a raccattare tre like in croce e l'applauso convinto di chi vive di "politica di appartenenza" e pane e livore.

L’obiettivo non è informare, è marcare il territorio. È sentirsi superiori mentre si galleggia nell'irrilevanza politica internazionale, la stessa che abbiamo già assaggiato con gestioni economiche creative che hanno lasciato più buchi in bilancio che idee per il futuro. Ricordate l'era dei bonus per ogni respiro? Ecco, quel vibe lì.

Alla fine della fiera, resta solo la nausea per un'informazione che ha smesso di guardare i fatti per guardare solo il colore della tessera elettorale. Forse, invece di urlare ai quattro venti verità preconfezionate, farebbero meglio a scendere dal piedistallo. Perché a forza di stare lassù a guardare tutti dall'alto in basso, non si sono accorti che il mondo reale è andato da un'altra parte. E no, non ci sono tornati col monopattino elettrico.