martedì 5 maggio 2026

LIDL: Se la cassiera sono io, perché il conto non cambia mai?




C’è un silenzio strano che sta invadendo i corridoi dei nostri supermercati di fiducia, un vuoto che sa di efficienza asettica e che, se ci riflettiamo un secondo tra uno scaffale e l’altro, ha il sapore amaro della beffa. Mi è capitato di recente, entrando nel punto vendita Lidl di Buccinasco: luci accese, scaffali pieni, ma davanti alle casse il deserto umano. Al posto del solito saluto, del gesto rapido e ritmato di chi scansiona la nostra spesa ogni giorno, c’era solo il riflesso bluastro dei monitor delle casse automatiche. E lì, mentre maneggiavo confezioni di pasta e barattoli sotto l’occhio vigile di un sensore, mi sono sentito addosso tutto il peso di un paradosso moderno: stavo lavorando gratis per chi, di profitti, ne macina già a miliardi.

Diciamocelo con quella schiettezza che non ha bisogno di troppi giri di parole: questo passaggio forzato al "fai da te" non è un favore alla nostra velocità, ma un regalo infiocchettato per i bilanci aziendali. Ogni volta che passiamo quel codice a barre sul vetro laser, stiamo sostituendo una persona, una competenza, un pezzo di welfare. Il risparmio sulla manodopera è cristallino, matematico, enorme. Eppure, guardando lo scontrino finale, non c’è traccia di questo nostro "servizio" prestato all'azienda. Se il supermercato decide che il cliente deve trasformarsi in cassiere, allora quel cliente sta offrendo una prestazione professionale che meriterebbe, come minimo, un riconoscimento economico. Dove è finito il mio sconto percentuale per aver battuto la spesa, insaccato la merce e gestito l'ennesimo errore di lettura del peso?

Non è solo una questione di soldi, ma di dignità del consumatore. Ci hanno convinti che la tecnologia sia libertà, ma qui la libertà sembra solo quella di faticare al posto di qualcun altro mentre i prezzi restano inchiodati, se non in ascesa. Siamo diventati ingranaggi invisibili di una macchina che massimizza i ricavi togliendo umanità al servizio. Se dobbiamo essere noi il braccio operativo della grande distribuzione, allora è tempo di pretendere che quel risparmio sulle buste paga dei dipendenti non finisca solo nei dividendi dei soci, ma torni almeno in parte nelle nostre tasche, sotto forma di un bonus "self-service". Altrimenti, l'unica cosa che resta automatica non è la cassa, ma la sensazione di essere, ancora una volta, quelli che pagano il conto più salato.

lunedì 4 maggio 2026

Narcisista e violento non sono la stessa cosa, e smettiamola!!!!




Ma  guardati intorno. Apri i social, accendi la TV o ascolta una conversazione al bar: oggi sembra che il mondo sia improvvisamente popolato da un’unica, inquietante figura: il narcisista. Se un uomo tradisce è un narcisista, se è egoista è un narcisista, se è violento è un narcisista.

Ma siamo sicuri che sia così? O stiamo solo seguendo una moda terminologica che ci impedisce di vedere la realtà dei fatti?
Diciamocelo chiaramente: il Narciso del mito e della clinica è un uomo perdutamente innamorato della propria immagine. È un esteta, spesso ossessionato dal bisogno di essere desiderato come una bella donna, sempre a caccia di uno specchio – o di un partner-pubblico – che gli restituisca un’immagine grandiosa di sé. Per il vero narcisista, l’altro spesso non esiste nemmeno come individuo; è solo un accessorio del suo ego.
La violenza, però, è un’altra cosa.
Quando parliamo di uomini che non accettano di essere lasciati, che perseguitano o che usano le mani per "ristabilire l’ordine", non stiamo quasi mai parlando di un disturbo della personalità raffinato come il narcisismo. Stiamo parlando di possesso. Stiamo parlando di un’idea barbara della donna come proprietà privata.
Questa non è psicologia clinica, è formazione limitata. È il frutto marcio di un’educazione ricevuta da padri e madri che hanno tramandato l’idea che l’amore sia dominio e che il rifiuto sia un’offesa intollerabile al proprio onore, non una libera scelta dell’altro.
Chiamarli tutti "narcisisti" è un errore pericoloso per due motivi:
  1. Diamo un alibi ai violenti: Trasformiamo un comportamento brutale e frutto di ignoranza culturale in una "malattia" o in un "disturbo", quasi come se non potessero farne a meno.
  2. Sminuiamo il problema educativo: Se pensiamo che sia tutta colpa di un gene o di un trauma infantile imprecisato, smettiamo di chiederci come stiamo educando i nostri figli maschi a gestire un "no".
Dobbiamo smetterla di psicologizzare ogni cattivo comportamento. La violenza di possesso non è una posa davanti allo specchio; è un deficit di civiltà. È ora di distinguere chi si ama troppo da chi non ha mai imparato a rispettare la libertà altrui.

mercoledì 29 aprile 2026

TRA PUTTANE E PUTTANATE - SE LA GRAZIA ALLA MINETTI DIVENTA LA PRIORITÀ DI UN PAESE


 

C’è qualcosa di profondamente ipnotico, e ammettiamolo, quasi commovente, nel modo in cui questo Paese riesce a fermare le lancette dell’orologio. Mentre il mondo corre, l’intelligenza artificiale riscrive i confini del possibile e le famiglie fanno i conti con un carrello della spesa che sembra diventato un bene di lusso, noi cosa facciamo? Ci accomodiamo in poltrona per l'ennesima puntata della "Saga Minetti".


Sì, avete letto bene. Nicole Minetti. Un nome che riemerge dalle nebbie del passato come un reperto archeologico che, invece di stare in un museo, finisce dritto in prima serata.

Ne parlavo proprio oggi con alcuni colleghi, osservando i loro volti tra lo smarrito e l’esasperato. Ci siamo chiesti, con una punta di amara ironia: ma davvero, nel 2026, la nostra priorità nazionale è discutere della grazia per una condanna di oltre dieci anni fa, per fatti avvenuti quando ancora usavamo i primi smartphone? Ma soprattutto, la grazia per cosa, se il carcere è stato solo un’ipotesi teorica mai sfiorata?

La risposta tecnica esiste, certo: serve a ripulire la fedina, a cancellare l’interdizione dai pubblici uffici, a rimettere in gioco chi era stato messo in panchina dalla magistratura. Ma la risposta politica e mediatica è quella che fa male: è una colossale, coloratissima cazzata.

È ridicolo assistere al solito balletto delle appartenenze. Da una parte chi grida al martirio e alla riabilitazione necessaria, dall'altra chi brandisce il moralismo come una clava. Un confronto muscolare tra tifoserie che serve solo a una cosa: occupare spazio. Occupare tempo. Distogliere lo sguardo.

Mentre la politica si accapiglia su questi fantasmi del passato, le questioni determinanti per il futuro del Paese restano lì, nell'ombra, a prendere polvere:

  • Una sanità che arranca e che avrebbe bisogno di visione, non di slogan.

  • Un mercato del lavoro che somiglia sempre più a un percorso a ostacoli per i giovani.

  • Una visione industriale che latita, lasciandoci in balia degli eventi globali.

Ma no, è molto più facile, quasi rassicurante, tornare a scannarsi su Ruby-bis e dintorni. È un terreno conosciuto, un fango confortevole dove ognuno sa già che parte recitare.

Mi chiedo, e vi chiedo: non provate anche voi una stanchezza infinita? Quella sensazione di trovarvi davanti a un palcoscenico dove gli attori sono invecchiati, il copione è logoro, ma le luci restano accese perché nessuno ha il coraggio di guardare fuori dal teatro, dove la pioggia sta bagnando tutti.

Forse sarebbe ora di pretendere che la politica torni a occuparsi di ciò che è "concreto". Perché tra una grazia discussa nei salotti e una riforma che cambia la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese, io non ho dubbi su cosa sia davvero importante. E voi?