martedì 30 giugno 2026

Money Road 2: Il Trionfo dell'Ipocrisia e il Tramonto del Collettivo




Caro lettore, se lo scorso anno ci eravamo lasciati con l'amaro in bocca, convinti di aver toccato il fondo assistendo a dinamiche che definire discriminatorie era un eufemismo (come ricorderai dalle riflessioni su questo blog), oggi dobbiamo arrenderci all'evidenza. La seconda edizione di Money Road ha emesso il suo verdetto definitivo, e non parla solo di televisione. Parla di noi, del punto di non ritorno a cui è giunta la nostra società.

È oramai un fatto accertato, dolorosamente evidente sotto i riflettori di questo format: chi oggi pensa al gruppo, al collettivo, chi mette da parte i propri interessi personali per farli convergere verso un bene comune, è assolutamente fuori tempo. Un dinosauro emotivo destinato all'estinzione. Il reality si è trasformato nello specchio fedele di un'epoca che premia l'individualismo più becero, lasciando a terra chi conserva un briciolo di umanità e coerenza.

Osservando il percorso dei concorrenti lungo la "strada del denaro", il disgusto cede il passo a una profonda rassegnazione. Le peggiori concorrenti di questa edizione, Simona e Marilina, ne sono l'emblema perfetto. 

Purtroppo il mondo attuale è questo, un grande contenitore di stronzi, dove emerge sempre chi ha meno peso d'animo 



Sin dal primo giorno hanno fatto prevalere il proprio tornaconto su qualsiasi logica di convivenza. Hanno recitato, mentito, finto solidarietà nei confronti degli altri, per poi opportunisticamente chiederne l'aiuto e la sponda quando l'acqua alla gola si faceva troppo alta. Le abbiamo viste spettegolare negli angoli bui del daytime, criticare ferocemente chiunque solo perché magari, in quel preciso istante, aveva osato usufruire di una "tentazione" al posto loro. Hanno tirato fuori la parte più misera, viscida e ipocrita che un essere umano possa covare nel profondo.

Eppure, la logica distorta del gioco – e della vita – le ha incoronate vincitrici. Sono loro ad aver portato a casa il bottino più cospicuo, uscendo trionfanti da un meccanismo che fagocita la virtù e sputa oro sui cinici. Dall'altra parte del tavolo, a raccogliere le briciole, restano i giusti. Chi ha mantenuto coerenza, condivisione, onestà intellettuale e dignità se ne torna a casa con un premio minore. Penso a Chiara, ad Adele, al limpido "Monciccì" Daniele; persone che negli occhi specchiavano ancora il valore del rispetto reciproco, costrette a guardare dal basso il trionfo della meschinità. Le loro espressioni deluse, quel misto di compostezza e rassegnata dignità mentre assistevano alla spartizione finale, rimarranno l'immagine più pulita e dolorosa di tutta l'edizione.

Se lo scorso anno il format si era rivelato un inno al pregiudizio, quest'anno ha fatto un passo ulteriore: ha sdoganato la cattiveria sociale come unica strategia di sopravvivenza e successo. Purtroppo il mondo attuale è questo: un immenso, asfittico contenitore di stronzi, dove emerge sistematicamente chi ha peso d'animo, chi calpesta il prossimo senza guardarsi indietro, forte di un'assenza totale di empatia. La televisione non fa che registrare la deriva della realtà, amplificandola.

Ci stupiamo delle dinamiche di un reality, ma basta aprire i quotidiani per comprendere quanto la barbarie abbia ridefinito il valore attuale della vita. Una vita che oggi scorre così liquida e priva di senso, dove un pizzaiolo può morire, ammazzato per strada, solo perché si è legittimamente rifiutato di regalare una pizza gratis. Se questo è il metro del nostro presente, la vittoria di un premio televisivo basata sull'inganno non è che un piccolo, grottesco dettaglio in un panorama ormai desolato.

venerdì 26 giugno 2026

Cronache dal Grande Caldo Estivo (ovvero i coglioni del blackout- GRAZIE!!!!!)



Te lo sarai chiesto anche tu, almeno una volta in queste notti allucinanti, mentre fissavi il soffitto nel silenzio improvviso e spettrale della tua camera: “Ma come si fa ad essere così idioti?”

Sì, uso questa parola senza filtri, perché il perbenismo non ci salverà dal prossimo blackout di zona. Siamo nel pieno dell'estate, l'aria è una cappa pesante che sa di asfalto fuso e rassegnazione. Eppure, puntuale come le zanzare, si ripresenta la solita, deprimente commedia umana dell'egoismo tecnologico.

Immagina la scena. Interno sera, una casa qualunque della nostra ridente e surriscaldata città. C'è qualcuno che, con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli, decide che è il momento perfetto per:

  • Accendere la lavatrice (perché "ehi, la tariffa bioraria!").

  • Far partire la lavastoviglie.

  • Attaccare tre tablet, due smartphone e magari pure il ventilatore di riserva.

  • E, ciliegina sulla torta, impostare il condizionatore a temperature polari. 18 gradi.

Dico io, vuoi capire o no che la rete elettrica non è un pozzo infinito? Che se pretendi di ricreare l'inverno siberiano nel tuo salotto mentre lavi i panni, per forza di cose si creerà un sovraccarico? Non serve una laurea in ingegneria, basterebbe il sussidiario delle elementari. Eppure no.

La logica del "pago e quindi faccio quello che voglio" è il vero virus di questa società. Un individualismo cieco che si ferma esattamente al perimetro del proprio zerbino.

E così, puntuale, scatta il dramma collettivo. Il quartiere si spegne. Il condizionatore emette quell'ultimo, debole gemito prima di morire, lasciandoti addosso il sudore che ricomincia a imperlare la fronte. Ma il buio non porta il silenzio, tutt'altro. Inizia l'inferno sonoro: le sirene degli allarmi che scattano all'unisono, urlando nella notte come anime dannate; i vicini che si affacciano ai balconi con le torce degli smartphone, le facce stravolte e livide, gli occhi sgranati dal sonno interrotto, a chiedersi vicendevolmente "anche da te è andata via?".

Poi, dopo ore di agonia, la corrente ritorna. E via con la seconda sinfonia: i "bip" isterici di lavatrici che si riavviano, televisori che si accendono da soli illuminando le stanze a giorno, frigoriferi che tossiscono ripartendo a pieno regime.

Mi viene da ridere – per non piangere – se penso che l'essere umano ha conquistato lo spazio, ha mappato il DNA, ma capitola miseramente di fronte al termostato di un condizionatore. Basterebbe impostarlo a 25 gradi, deumidificare, usare un briciolo di empatia per il resto del mondo che condivide la stessa cabina elettrica. Ma l'altruismo, si sa, non rinfresca la stanza.

Siamo ostaggi dell'idiozia altrui. E la cosa più triste è che domani, alla stessa ora, saremo daccapo. Buon refrigerio a tutti, finché dura.

mercoledì 24 giugno 2026

Il Calciomercato dei Paradossi: SI 70€ per Palestra e NO 50€ per Guirassy



Mettetevi comodi, perché oggi dobbiamo fare un discorso serio, di quelli che tolgono il velo di ipocrisia al calcio moderno. Da più di un mese non si fa altro che fare nomi che lasciano il tempo che trovano, profili alla Sørloth che – con tutto il rispetto – non fanno certo sognare. Per non parlare di certe scelte in panchina, come Juric, su cui sarebbe meglio stendere un velo pietoso per non infierire. Ma la vera domanda, quella che mi tormenta e che dovrebbe tormentare chiunque ami ancora la logica di questo sport, è un’altra: chi dirige davvero gli interessi del calciomercato?

La risposta fa male, perché la sensazione è che il mercato sia ormai in mano a un oligopolio, a pochi gruppi di potere che si palleggiano commissioni milionarie alle spalle della passione dei tifosi.

Prendiamo un caso concreto, un paradosso sotto gli occhi di tutti. Sono due anni che un grande centravanti si sta mettendo in luce a suon di gol e prestazioni devastanti, prima trascinando lo Stoccarda e poi confermandosi un fattore totale sia in Bundesliga che in Champions League con la maglia del Borussia Dortmund. Parlo di Serhou Guirassy. Uno che nell'ultima stagione ha timbrato il cartellino 22 volte. Uno che ha una clausola rescissoria accessibilissima, fissata a 50 milioni di euro.

Ora, fatemi capire: com’è possibile che nessuno in Italia ne parli concretamente? Com'è possibile che non ci sia la fila per prenderlo?

Cifre Follia e Algoritmi Fantasma

Mentre per un talento emergente come Palestra si sentono sparare cifre assurde che orbitano intorno ai 70 milioni di euro, un attaccante fatto, finito e letale come Guirassy viene ignorato dai radar del nostro campionato. A questo punto sorge il dubbio spontaneo: ma gli algoritmi di cui tanto si vantano i direttori sportivi oggi, li guarda qualcuno in questi casi? O i dati servono solo come paravento quando fa comodo?

La verità nuda e cruda è che il valore tecnico sembra passato in secondo piano. Oggi non si compra il giocatore più funzionale o quello che segna di più; si compra dove le sponde dei procuratori e gli incastri degli agenti sono più fluidi, dove i flussi di denaro accontentano tutti gli intermediari della filiera.

Se vogliamo davvero salvare il calcio, dobbiamo rimettere al centro i valori del campo. Fino ad allora, assisteremo a sessioni di mercato teatrali, dove i veri colpi da 50 milioni restano un miraggio per noi e una fortuna per i club di Premier o Liga, mentre qui continuiamo a inseguire le solite piste di fumo.

martedì 16 giugno 2026

Liberate "The Final": perché il concerto d’addio degli Wham! del 1986 a Wembley appartiene a tutti noi




Cari amici, fan e cultori della grande musica, vi parlo col cuore in mano.

Tutti noi conosciamo la storia ufficiale: quel 28 giugno 1986 lo stadio di Wembley tremava d'amore per l'ultimo storico show degli Wham!. Un evento epocale, interamente filmato da professionisti, che però George Michael decise di bloccare per sempre nei cassetti di una casa discografica perché non soddisfatto della resa tecnica. Da allora, siamo condannati a guardare pixel sgranati su YouTube e frammenti rubati dai tg dell'epoca, mentre sul mercato girano solo vecchie compilation di videoclip che lasciano l'amaro in bocca.
Oggi voglio fare un appello accorato, forte e disperato a chiunque abbia il potere di cambiare le cose: eredi, discografici, manager. Restituiteci quel concerto!
Chi ha amato George Michael e gli Wham! non può essere privato di questa meraviglia, specialmente alla luce della dolorosa scomparsa di George. La decisione di nascondere questo tesoro non può e non deve spettare solo a un vecchio veto del passato. Questa è storia della musica. Questa è arte pura, e l'arte non può essere sequestrata o tenuta sotto chiave.
Faccio un appello formale: superate l'ostacolo. Trovate un accordo economico con gli eredi, investite nel restauro digitale, fate quello che serve, ma rendete finalmente commercializzabile e visibile il video integrale di Wembley 1986. Abbiamo il diritto di piangere, ballare e vedere Elton John vestito da Ronald McDonald in alta definizione. Liberate la bellezza, prima che sia troppo tardi.
Condividete questo post. Facciamo sentire la nostra voce.#LiberateTheFinal#LiberateTheFinal #WhamWembley1986#WhamWembley1986 #GeorgeMichaelArchive#GeorgeMichaelArchive #WhamTheFinal#WhamTheFinal #UnsealTheFinal#UnsealTheFinal#ConcertOfA_Lifetime#ConcertOfA_Lifetime #MusicHistoryMatters#MusicHistoryMatters #GeorgeMichaelFans#GeorgeMichaelFans #BringBackWham#BringBackWham

Il feticcio del pallone bucato: " ma come cazzo è possibile che Zaniolo giochi all'Udinese, dai!!!"




Sedetevi un momento. Guardatemi negli occhi, o meglio, guardate lo schermo con la stessa disperata intensità con cui fissate il cronometro al novantesimo minuto, quando siamo sotto di un gol e l'arbitro ha già il fischietto in bocca. Vi siete mai chiesti quale strano oracolo abbia decretato che ventidue gambe tese a rincorrere una sfera di cuoio debbano custodire il segreto millenario della nostra identità?

Il calcio ha questo potere occulto, quasi sciamanico. Non è solo uno sport, è un rito di possessione collettiva. Incarna lo spirito di un popolo, il nostro faticoso processo di crescita, le nostre miserie e i nostri improvvisi, fulminei colpi di genio. Prima di baciare quella maglia azzurra, un ragazzo ha dovuto masticare la polvere della provincia, fare gruppo, sognare la fama e, infine, caricarsi sulle spalle il peso di una nazione intera. Quando scende in campo, non sta giocando: ci sta rappresentando davanti al tribunale del mondo.

Eppure, camminiamo tra le macerie di un'identità smarrita. Abbiamo perso l'origine del mito. Ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più nei volti ordinari, geometrici e spenti scelti per comporre l'undici titolare. Dove è finita la nostra vera anima?

Prendete un nome, un nome che risuona come un accordo minore in una notte di mezza estate: Nicolò Zaniolo. Ecco lo stereotipo perfetto, la fotografia vivente e pulsante dell'Italia. È fantasioso, estroso, irriverente. Ha quell'aria smargiassa di chi sa di essere un peccatore ma non ha nessuna intenzione di pentirsi. È quel tipo di calciatore che ti fa disperare per ottantanove minuti e poi, all'improvviso, inventa una giocata "da pazzi" che ti fa godere l'anima e riconciliare con l'universo. Un talento puro, a tratti tragico nella sua stessa sregolatezza.

Chiunque sieda sulla panchina della Nazionale, avvolto nel suo cappotto scuro da stratega, dovrebbe comprendere questo mistero: convocare uno così non è solo una scelta tecnica. È un esorcismo. Significa riappropriarsi di ciò che siamo, di quell'istinto teatrale e profondo che oggi ci manca come l'aria.

Invece, assistiamo al dramma dell'assurdo. Un patrimonio del genere viene confinato, quasi messo ai margini della narrazione principale. Con tutto il rispetto per la dignità del calcio di provincia, vederlo lì fa stringere il cuore, come un dipinto del Caravaggio appeso nel corridoio buio di un condominio di periferia.

Forse abbiamo paura della nostra stessa ombra, o forse preferiamo la rassicurante mediocrità di una sconfitta pulita alla gloriosa follia di un trionfo sporco. Ma finché non torneremo a scommettere sul nostro caos creativo, continueremo a vagare nel limbo dei ricordi, gridando al vento il nome di un'identità che abbiamo paura di schierare in campo.

lunedì 8 giugno 2026

Il giorno in cui Michael Jackson ha smesso di essere un mito



Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.

Poi, l’altra sera, ho guardato il documentario "The Michael Jackson story". E per la prima volta nella mia vita, ho provato qualcosa di totalmente nuovo, quasi spaventoso: la repulsione.
Non sto parlando solo degli ultimi, tragici anni della sua vita. La sensazione è nata molto prima, tornando indietro fino ai tempi d'oro di Thriller. Guardando quelle immagini con occhi diversi, ho percepito chiaramente un essere umano completamente staccato dalla realtà. Un uomo imprigionato in un delirio di onnipotenza che, contrariamente a quanto ho sempre voluto credere, non aveva nulla di ingenuo o spontaneo. Era tutto studiato. Tutto calcolato.
Prendiamo la celebre intervista con Oprah Winfrey del 1993. Rivederla oggi, sapendo quello che sappiamo, mi ha fatto accapponare la pelle. In quel momento storico Michael doveva assolutamente recuperare il mercato afroamericano, perché era evidente a tutti che stesse diventando bianco. Per farlo, ha messo in piedi una narrazione perfetta. Ma facciamo un bagno di realtà: parliamo di un uomo che si faceva cucire i toupet sul cuoio capelluto, che si è sottoposto a innumerevoli plastiche facciali e che, come è emerso in seguito, abusava di cocktail chimici di ogni tipo per dormire o per darsi la carica. Vi pare che un uomo così avrebbe avuto problemi a distruggere la propria pigmentazione per motivi di immagine o personali?
Questo pezzo del puzzle, per me, si è incastrato perfettamente con un altro dettaglio che conservavo in mente. Tempo fa vidi un documentario sulla Motown. Un magazziniere raccontò che, al momento della storica scissione quando i Jackson 5 passarono alla Epic, la Motown trattenne i loro costumi di scena. Ebbene, nelle tasche dei vestiti di Michael trovarono tantissime creme per i brufoli, ma anche flaconi di creme schiarenti.
Io, a essere onesto, alla storia della vitiligine non ci ho mai creduto. Fino a quell'intervista con Oprah, quella parola non era mai, mai emersa. Com'è possibile che un uomo sotto i riflettori mediatici da quando aveva dieci anni non avesse mai menzionato questa patologia? Com'è possibile che non l'avessero mai fatto i giornalisti o i suoi stessi familiari?
Dire quelle cose davanti a milioni di persone, in quel modo, con quello sguardo apparentemente indifeso, mi ha provocato un profondo disgusto. Mi è crollato un castello di carte. Se ha potuto mentire al mondo intero in quel modo, con quella freddezza calcolata, chi mi garantisce che non abbia mentito allo stesso modo su tutto il resto della sua vita?

domenica 7 giugno 2026

Il Paradosso Leclerc-Ferrari , Voi lo avete capito???



Avete presente quelle coppie che passano l'anno a lanciarsi piatti in cucina, a guardarsi con il broncio sul divano e a lamentarsi con gli amici di quanto sia diventato invivibile il rapporto? Quelle che guardi da fuori e pensi: "Ok, tempo tre giorni e ognuno per la sua strada". Ecco, immaginate la mia perplessità quando, dopo mesi di musi lunghi, sguardi spenti davanti alle telecamere e una costante frustrazione per una macchina che non rispecchiava il suo indiscutibile talento, Charles Leclerc si siede davanti ai microfoni e dichiara, con un sorriso d'ordinanza: "La Ferrari è casa mia", firmando il rinnovo di contratto.

Lì per lì ammetto di aver vacillato. Ho pensato che forse, sotto sotto, noi da fuori non capiamo nulla, che l'amore per la scuderia della vita cancella ogni colpo di sottosterzo.

Poi, però, arriva il Gran Premio successivo. E la magia svanisce più velocemente di un treno di gomme soft su una pista abrasiva. "Non ho nessuna fiducia in questa macchina", dice testualmente via radio. Un fulmine a ciel sereno? Nemmeno per idea, semmai un brusco ritorno alla realtà.

Ed è qui che la trama, da film romantico, si trasforma in un thriller psicologico dalle tinte decisamente grottesche. Gara successiva: una corsa passata nell'anonimato, lontana anni luce dal podio, condita da un battibecco via radio degno di una sitcom. Il pilota si lamenta, chiede spiegazioni sul perché lo abbiano richiamato ai box subito dopo la Safety Car – mossa che, di fatto, gli ha fatto scontare la penalità di Hamilton facendogli perdere posizioni – e, nel bel mezzo del nervosismo, la frittata è fatta. Finisce dritto contro il muro, tradito da una zona di asfalto visibilmente deteriorata da giri, visibile a tutti tranne, evidentemente, a chi in quel momento guidava con la mente offuscata dai fumi della frustrazione.

Rimango a guardar lo schermo, a Gran Premio finito, con una sola, gigantesca domanda che mi frulla in testa: ma perché?

È un paradosso che razionalmente non riesco a decifrare. Da un lato abbiamo una scuderia, la Ferrari, che manda segnali contrastanti, dando l'impressione di non credere più ciecamente e incondizionatamente in quel pilota, gestendo le strategie in pista con una disattenzione che rasenta l'apatia. Eppure, gli offre un rinnovo blindato. Dall'altro abbiamo un pilota che sembra vivere ogni weekend di gara come un calvario, scontento di come viene gestito e palesemente deluso dalle prestazioni del mezzo. Eppure, firma e giura fedeltà eterna.

Forse la risposta non sta nella logica sportiva, ma nel cinismo del business moderno. A volte, un matrimonio di facciata conviene a entrambi. La Ferrari mantiene il suo "predestinato", l'uomo copertina che scalda il cuore dei tifosi a prescindere dai risultati; Leclerc mantiene il sedile più prestigioso del mondo, convinto che prima o poi la ruota girerà, o forse semplicemente consapevole che le alternative vincenti, là fuori, al momento non esistono.

Resta il fatto che guardare questa soap opera a 300 all'ora è diventato stancante. Tra dichiarazioni d'amore eterno il giovedì e accuse al veleno la domenica, l'unica certezza è che quel muro, alla fine, lo ha colpito un pilota che non ha più la serenità necessaria per guidare al limite. E finché continueranno a fare finta che vada tutto bene, temo che i pezzi di carbonio da raccogliere sull'asfalto saranno ancora parecchi.

lunedì 1 giugno 2026

Tiziano Ferro a Lignano: Quando la Musica Diventa un "Grandissimo Regalo"

Ci sono concerti che sono semplicemente spettacoli, e poi ci sono sere in cui la musica si trasforma in qualcosa di diverso. Qualcosa di viscerale, quasi doloroso nella sua sbalorditiva bellezza. Sabato scorso ero a Lignano Sabbiadoro per la tappa del tour Stadi 2026 di Tiziano Ferro, e vi confesso che un’emozione così forte, così densa e totalizzante, non la provavo da anni.

Non è stato solo un live. È stato un viaggio a cuore aperto.

Tiziano è salito sul palco e, fin dalle prime note, è stato chiaro a tutti che stesse mettendo a nudo la sua anima. 


Un'anima che si percepisce essere messa a dura prova in questo momento della sua vita. Lo guardavo e pensavo: “Eh sì, Tiziano... a volte bisogna solo fingere e continuare”


Si sentiva, in alcuni momenti, quel peso sottile, quel dover salire lassù anche quando forse il desiderio profondo di cantare certi brani — come "Ero contentissimo" — non c’è più. Lo fai per i fan, lo devi fare, è il patto invisibile tra l'artista e il suo pubblico.

Poi, però, arrivano quei pezzi capaci di squarciare il velo, che ti prendono per mano e ti catapultano in un'altra dimensione. Quando sono partite le note di "Accetto Miracoli" e quel verso, "Arriverà la fine ma non sarà la fine...", l'atmosfera si è letteralmente sospesa. 


In quel preciso istante, Tiziano ha fatto un Grandissimo Regalo a tutti noi che eravamo lì a condividere il respiro della serata.




Ecco lo scatto dell'inizio, quando le luci si sono abbassate e il cuore ha iniziato a battere a tempo:

Certo, c'è un elefante nella stanza. Non so cosa un artista debba "farsi" o come debba stringere i denti per stare su quel palco a produrre una tale intensità; qualcosa, a livello emotivo e di tensione, è fin troppo evidente. Ma sapete che c'è? Non importa, non è necessario scavare. La verità è che siamo davanti a un artista immenso, di una qualità eccelsa che non ha bisogno di alcuna stampella o messinscena.

E lasciatemelo dire, senza filtri: Tiziano non deve assolutamente sminuirti o temere il confronto con i mostri sacri del pop-rock nostrano come Vasco o Cesare. Perlomeno, non con questo Vasco. L'anno scorso ero a Bibione per il Blasco, ma vi assicuro che quella serata non mi ha dato nemmeno la metà delle emozioni, dei brividi e delle sensazioni che Tiziano è riuscito a trasmettermi sabato. Qui c'era la vita vera, con le sue crepe e la sua luce.

Prima che lo stadio si infiammasse di musica e luci, c'era solo l'attesa, il sole che calava e la gioia di essere lì insieme, a goderci l'inizio di una notte indimenticabile:

Alla fine si torna a casa un po' più svuotati ma decisamente più pieni. Grazie Tiziano, per aver scelto di non nasconderti.  #Stadi2026#TizianoFerro2026#LignanoSabbiadoro

lunedì 25 maggio 2026

IL GRANDE INGANNO: E se il patto segreto Allegri-Conte-De Laurentiis fosse stato scritto ad aprile (mentre il Milan affondava)?



 Mettiti comodo, prenditi due minuti e prova a dimenticare per un attimo la narrazione ufficiale che ci hanno propinato le televisioni e i giornali nelle ultime settimane. Quella che parla esclusivamente di "problemi di spogliatoio", "improvvisi cali fisici di primavera" e della solita, inevitabile sfortuna.

Se anche tu hai provato quella strana sensazione di sconcerto guardando il Milan crollare in quel modo inspiegabile contro il Cagliari all'ultima giornata, beh... forse non eri l'unico. Viene quasi il sospetto che non si sia trattato di semplice casualità, ma che sotto potesse esserci un copione ben più complesso, orchestrato lontano dai riflettori.

Se proviamo a unire i puntini, la data zero di questo presunto terremoto geopolitico del nostro calcio sembrerebbe essere il 6 aprile 2026. È possibile che il sipario si sia alzato proprio in quella settimana?

Il teatrino delle ombre: coincidenze o indizi di un patto?

Riguardiamo le reazioni dei protagonisti in quei primi giorni di aprile. Se lette con il senno di poi, certe dichiarazioni potrebbero non essere state così casuali:

  • Antonio Conte: esce dal campo dopo aver battuto il Milan, con l'adrenalina ancora a mille. Ma invece di blindare il futuro a Napoli, lancia una frase che avrebbe potuto scardinare gli equilibri: «Se fossi il presidente della FIGC mi prenderei in considerazione». Un’autocandidatura totale. Sarebbe potuta nascere così, dal nulla, se non ci fosse già stato un mezzo sdoganamento?

  • Aurelio De Laurentiis: passano meno di ventiquattr'ore. Un qualsiasi presidente avrebbe fatto barricate per trattenere il proprio tecnico. Invece, da Los Angeles, il patron azzurro spiazza tutti con una diplomazia fin troppo morbida: «Se Conte chiedesse la Nazionale gli direi di sì». Un via libera che potrebbe nascondere una clamorosa verità: De Laurentiis avrebbe acconsentito così facilmente solo se avesse già avuto in mano un sostituto di primissimo livello?

  • Massimiliano Allegri: il 4 aprile giura amore al Milan. Il 10 aprile, dopo il valzer Conte-De Laurentiis, cambia improvvisamente strategia. Niente più promesse, ma un dribbling politico e ironico: «Prima del CT devono scegliere il presidente della FIGC». Max potrebbe aver capito in quel preciso istante che il suo destino era già stato tracciato sopra la sua testa?

Il crollo del Milan: un'inspiegabile resa psicologica?

Ora guarda l'incredibile parabola del Milan da quella fatidica settimana in poi. Viene da chiedersi se questo sia il cammino di una squadra che si stava giocando la stagione, o se lo spogliatoio possa aver subito un contraccolpo psicologico legato alle voci sul futuro del proprio allenatore.

GiornataLa parabola rossoneraPuntiLa chiave di lettura (Ipotesi)
31ªNapoli - Milan 1-063Il Napoli sorpassa il Milan. Cominciano a rincorrersi le voci sulle panchine.
32ªMilan - Udinese 0-363Il primo, clamoroso blackout a San Siro. La squadra potrebbe aver perso serenità.
35ªSassuolo - Milan 2-067Il Milan appare vuoto, senz'anima. Allegri in panchina sembra quasi rassegnato.
36ªMilan - Atalanta 2-367Terza sconfitta in cinque gare. Un crollo verticale che nessuno è riuscito ad arginare.
38ªMilan - Cagliari 1-270Il verdetto finale. Como e Roma sorpassano un Milan ormai spento, fuori dalla Champions.

Solo 7 punti conquistati in 8 partite. Una media quasi da retrocessione. Come si potrebbe spiegare il fatto che una squadra stabilmente terza si spenga di colpo, proprio in concomitanza con il gran ballo delle panchine?

L'ipotesi che fa più rumore è che lo spogliatoio possa aver "annusato" il disimpegno. Nel calcio, quando un gruppo avverte – anche solo inconsciamente – che il proprio timoniere potrebbe avere già un piede sul traghetto per Napoli, la tensione agonistica rischia di evaporare. Si smette di correre, si perde quella ferocia necessaria per difendere il piazzamento Champions.

Chi potrebbe averci guadagnato?

Sia chiaro: non abbiamo prove certe e potremmo essere di fronte a una gigantesca serie di coincidenze astrali. Ma se questa ricostruzione venisse confermata dai fatti nelle prossime settimane, il quadro sarebbe perfetto. La FIGC avrebbe trovato l'uomo forte per rinascere dopo l'addio di Gattuso; De Laurentiis avrebbe sistemato la panchina del Napoli con un gestore ideale come Allegri; e il Milan? Il Milan si ritroverebbe ad essere l'unica vera vittima sacrificale di questo presunto incastro politico, scivolando in Europa League all'ultimo respiro.

Ci avrebbero venduto un finale di campionato thrilling, mentre forse i destini erano già stati segnati a inizio aprile.

martedì 19 maggio 2026

Il calcio dei divi e degli uomini: perché abbiamo un disperato bisogno di più Christian Chivu e meno di Antonio Conte




Stasera, guardando le immagini su Sky Sport, mi è sembrato di assistere a una specie di cortocircuito televisivo. Un contrasto così netto, quasi violento, che mi ha costretto a spegnere lo schermo, prendere la tastiera e scriverti queste righe di getto. Due allenatori, due mondi opposti, due modi di intendere lo sport che si scontravano nello spazio di pochi servizi giornalistici.

Da un lato c’era Christian Chivu. Lo guardavo e provavo una strana forma di orgoglio, quasi di pace. Veniva celebrato, certo, perché alla fine i risultati contano e uno scudetto sul petto fa sempre rumore. Ma la verità è che la coppa era solo lo sfondo. Quello che riempiva lo schermo era la sua filosofia, il suo spessore umano. Parlavano i ragazzi che ha cresciuto nelle giovanili, parlavano i suoi ex compagni di squadra, e nei loro occhi non c’era solo il rispetto per il "mister", ma la gratitudine per l'uomo, la stima verso la persona. Chivu trasmette qualcosa che va oltre la lavagna tattica: trasmette valori, dignità, una qualità umana che oggi, in questo circo, sembra merce rara. Ha lo sguardo profondo di chi sa cosa significa cadere, lottare e rialzarsi senza mai aver bisogno di gridare per farsi notare.

Poi, un attimo dopo, cambia il servizio ed ecco la solita, stucchevole tiritera di Antonio Conte.

Ammettiamolo, siamo alle solite. Con le vene del collo gonfie e quell'aria da perenne incompreso, è iniziato il consueto show della primadonna. Il campionato è appena finito e lui è già lì, a mettersi sul mercato da solo, a sventolarsi come se fosse l'unico bene prezioso del pianeta, lanciando frecciate alla società e messaggi cifrati al miglior offerente. Ogni volta la stessa storia, ogni anno lo stesso copione recitato a memoria.

Ma sai che c'è? Io oggi ho pensato: ma che se ne andasse all'estero. Davvero.

Siamo stanchi di queste figure che fagocitano tutto, che riducono le società a loro personali palcoscenici e che, stringi stringi, non hanno fatto nulla per far crescere il valore reale e il livello del nostro calcio. Hanno lavorato solo ed esclusivamente per il proprio Status, per il proprio conto in banca e per nutrire un ego che non entra nemmeno in uno stadio intero. Certo, a volte vincono, ma a quale prezzo umano e societario? Lasciano dietro di sé terra bruciata e macerie, mentre si allontanano con la borsa piena verso la prossima sfida "impossibile".

A volte mi chiedo se sono io a essere diventato troppo romantico, o se forse un briciolo di quella vecchia, sana ironia sia l'unico modo per non farsi venire il fegato amaro davanti a certe conferenze stampa. Dopotutto, vedere un uomo di cinquant'anni suonati che fa i capricci perché vuole il giocattolo più costoso ha anche un che di comicamente grottesco.

Ma poi torno serio, perché il calcio è ancora una cosa importante per molti di noi. E allora ti dico: ben vengano, mille volte, personaggi come Christian Chivu. Abbiamo un disperato bisogno di pulizia, di sguardi puliti, di allenatori che insegnino ai ragazzi a stare al mondo prima ancora che a stare in campo. Abbiamo bisogno di spessore umano, non di teatrini. Se il calcio italiano vuole davvero ritrovare la sua anima e un livello degno di questo nome, deve ripartire da qui. Dalle persone, non dalle primedonne.

lunedì 18 maggio 2026

Il "Metodo Travaglio" alla prova dei fatti: la bufala dei 5 miliardi e il silenzio dell'Ordine

Avete Capito Chi E' 


Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.

La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.

Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:

  • Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.

  • La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).

  • La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.

Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".

Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.

(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni. Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...)