Sul sedile di pelle, davanti a una Fagnani sempre pronta all’attacco, c’era Brigitte Nielsen. Mi ha colpito come uno schiaffo rinfrescante. C'era un’onestà in lei che quasi stonava con lo studio televisivo: una libertà di espressione assoluta, quella di chi si espone senza fare il calcolo delle convenienze o delle "forme" intese come etichetta sociale. Parlava e basta. Esisteva, con tutto il peso della sua storia, delle sue scelte e di quella profondità umana che non ha paura di mostrarsi nuda. In quel momento ho pensato: “Grazie, Brigitte. Grazie perché ogni tanto abbiamo ancora bisogno di sentire voci che hanno qualcosa da dire davvero”.
Poi, il buio.
Subito dopo è arrivata Elettra Lamborghini e l’incantesimo si è spezzato. Siamo passati dal contenuto al contenitore, senza nulla dentro. Mi è sembrato di vedere l’estremizzazione della materia: solo forme, solo estetica, una sorta di stupidità patinata che non tocca mai un punto profondo, mai un nervo scoperto, mai un’emozione che non sia pre-confezionata per i social.
Non è una questione di simpatia, ma di ciò che lasciamo agli altri. Ecco un paio di spunti che mi sono rimasti addosso dopo la puntata:
La libertà non è un filtro: Essere liberi, come la Nielsen, significa non aver bisogno di proteggersi dietro un personaggio. La materia, quando è priva di spirito, rimane un vuoto a perdere.
L'umanità è imperfetta: Preferirò sempre un racconto vissuto, magari graffiante o scomodo, alla perfezione piatta di chi brilla fuori ma è spento dentro.
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