lunedì 18 maggio 2026

Il "Metodo Travaglio" alla prova dei fatti: la bufala dei 5 miliardi e il silenzio dell'Ordine

Avete Capito Chi E' 


Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.

La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.

Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:

  • Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.

  • La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).

  • La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.

Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".

Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.

(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni. Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...)

Il prezzo del Silenzio e la trappola della transizione - L'Occidente come un T-Rex che tira gli ultimi colpi di coda



Guardando le ultime puntate di Pechino Express, ( vi prego non giudicatemi male, so che è tutta finzione, ma è un bel momento da condividere con la mia compagna) , ho avuto come l'impressione che in Oriente fossero già in un'altra era rispetto la nostra. Fiumi di auto che scivolavano sull'asfalto come spettri. Nessun rombo, nessun fumo dallo scarico. In Cina e Giappone il futuro elettrico non è una promessa da salone dell'auto; è la normalità del martedì mattina. Praticamente viaggiano già tutti così.

Guardavo lo schermo e poi pensavo  al rumore di fondo delle nostre città. Quel brontolio familiare di pistoni, quel leggero odore di benzina che per generazioni ha significato una sola cosa: libertà, viaggio, economia.  Noi che ci culliamo nell'idea di essere l'avanguardia del mondo, mentre fuori dalla nostra finestra il tempo si è fermato. COME DEI DINOSAURI

Ma l'immagine dell'Oriente così silenzioso e già proiettato nel domani mi ha lasciato addosso un'inquietudine più profonda, che va ben oltre la semplice tecnologia. Mi sono chiesto: cosa succede quando un intero sistema economico capisce che il terreno sotto i suoi piedi sta scomparendo?

La risposta, purtroppo, la leggiamo ogni giorno. Ho la netta sensazione che i conflitti e le tensioni geopolitiche che stanno lacerando il nostro presente non siano altro che il frutto avvelenato di questo stravolgimento. Il mondo occidentale ha costruito la sua ricchezza, il suo potere e le sue dinastie industriali sui combustibili fossili. Per un secolo è stata una fonte di guadagno continua, immensa, quasi mitologica. Ora che quella fonte vede la sua fine all'orizzonte, assistiamo al colpo di coda di un gigante ferito. UN T-REX che non accetta il passaggio di un'ERA

Queste guerre sembrano disperati tentativi di stringere i pugni per trattenere l'oro nero, di spremere e recuperare fino all'ultimo centesimo possibile da un modello che a poco a poco andrà inevitabilmente a esaurirsi.

Mentre l'Oriente ha ridisegnato il proprio paesaggio urbano con una fluidità quasi disarmante, l'Occidente si trova di fronte a un bivio identitario. La produzione di auto e l'intero commercio legato ai vecchi carburanti stanno subendo un'evoluzione sistematica che stravolgerà completamente i prossimi lustri. E dietro i grandi numeri della macroeconomia ci sono le espressioni preoccupate dei nostri operai, gli sguardi smarriti di chi vede cambiare le regole del gioco da un giorno all'altro.

La transizione non è indolore, ma l'errore più grande è confondere la difesa del passato con la sopravvivenza. Arroccarsi dietro le vecchie logiche del petrolio, fino a sanguinare per esso, non fermerà la storia. Il trasporto mondiale sta cambiando pelle e la mappa del domani è già tracciata. Prima accetteremo che il vecchio mondo è finito, prima smetteremo di combattere guerre nostalgiche per un passato che non può più ritornare. 



martedì 12 maggio 2026

Il "Modello Como" e la deriva del Calcioscommesse: l'esempio negativo che affossa il calcio italiano



Dobbiamo smetterla di farci abbagliare dai capitali stranieri e dai successi costruiti a tavolino, spacciandoli per "modelli esemplari". La recente narrazione intorno al Como, dipinto come il nuovo miracolo calcistico da imitare, nasconde una realtà che è l'esatta antitesi di ciò di cui ha bisogno il nostro movimento. Non è un modello da copiare, è il sintomo di un sistema che ha perso la bussola, dove persino i risultati sul campo iniziano a sollevare dubbi che definire "ambigui" è un eufemismo.

Guardatevi intorno: stiamo parlando di una realtà di provincia che, per sua natura, ha un bacino d’utenza e uno sviluppo popolare necessariamente limitato. Eppure, viene celebrata come un’eccellenza. Ma eccellenza di cosa? Di una proprietà straniera che arriva e costruisce una struttura che parla tutto tranne che italiano, mentre intorno il fetore del calcioscommesse torna a farsi sentire con dinamiche di gioco che sfidano ogni logica sportiva.

Un'identità smarrita tra capitali e ombre

Il campo non mente. Vediamo una squadra formata quasi esclusivamente da stranieri, guidata da un allenatore straniero. È questo il modo in cui pensiamo di rilanciare la nostra Nazionale? Al contrario, questa gestione giustifica e alimenta la totale mancanza di italianità. E mentre si elogia la "gestione esemplare", assistiamo a partite dai finali grotteschi che sembrano scritte da uno sceneggiatore di bassa lega piuttosto che dal destino sportivo.

Prendete Parma-Roma di domenica scorsa. All’86° minuto il Parma conduceva 2-1. Una partita chiusa? No. Al 100° minuto il risultato recitava 2-3. Per darvi un'idea dell'assurdità:

  • Prima del 93° minuto (gol del 2-2 di Rensch), la quota per la vittoria della Roma era schizzata oltre 25.00, un evento dato per impossibile dai mercati.

  • Eppure, dopo il pareggio e un rigore concesso al 98°, ecco il ribaltone. Casualità? Nel calcio moderno, la linea tra "miracolo" e "anomalia" è diventata pericolosamente sottile.

La farsa di Napoli-Bologna

Non è andata meglio ieri sera al "Maradona" in Napoli-Bologna. Una partita che per il Bologna non valeva nulla, mentre per il Napoli significava la certezza matematica della Champions League. La dinamica è stata un insulto all'intelligenza dei tifosi: 0-2 fulmineo, rimonta fino al 2-2 e poi, nel pieno del recupero, il 2-3 finale di Rowe.

  • Quota inizio partita: La vittoria del Bologna era data a circa 6.00, considerata un'impresa improbabile contro una squadra di Conte motivata dal traguardo Champions.

  • Dopo il 2-2: Nel finale, con il Napoli che spingeva per il gol qualificazione, la quota del Bologna vincente era praticamente fuori mercato (sopra 15.00/20.00), eppure è arrivato il gol che ha gelato lo stadio.

Il calcio italiano non ha bisogno di questo

Non basta vincere un campionato di Primavera 2 se la struttura portante ignora il prodotto interno e i risultati della prima squadra puzzano di bruciato. Il modello Como, unito a queste dinamiche di campo indecifrabili, è l’esempio perfetto di come si possa fare calcio in Italia senza fare calcio italiano.

Accettare passivamente questa visione significa firmare la resa definitiva. Invece di copiare chi compra il successo con passaporti esteri e partecipa a partite dai finali "estrosi", dovremmo tornare a chiederci cosa resti di autentico. Il calcio è della gente; se diventa un esercizio finanziario per pochi o, peggio, un terreno di caccia per flussi di scommesse anomali, abbiamo già perso tutti.

Il calcio italiano non riparte dai milioni stranieri o dai risultati ribaltati al centesimo minuto. Riparte se ha il coraggio di essere, finalmente e orgogliosamente, sé stesso.

domenica 10 maggio 2026

Chi non vive l'amicizia per quello che è ma solo per sentirsi superiore è una vera "merda" e come tale va scaricata






C’è un silenzio strano che cala quando ti rendi conto che qualcuno che credevi vicino, in realtà, stava solo prendendo le misure della tua vita per capire se la sua fosse più lunga, più larga, più splendente. È una sensazione amara, un retrogusto di cenere che sporca la bellezza di quello che, per definizione, dovrebbe essere il sentimento più libero del mondo: l’amicizia.

Ma è mai possibile che questo legame debba essere costantemente inquinato dalla competizione?

L’amicizia non è una gara. Non è un podio su cui salire per mostrare i propri trofei o una vetrina dove esporre "quanto si ha" per suscitare l’approvazione o, peggio, l’invidia altrui. L’amicizia è condivisione pura. È quel desiderio quasi infantile e bellissimo di manifestare la propria gioia a chi senti complice, a chi vede il mondo con i tuoi stessi colori o, almeno, con la stessa luminosità. Quando questo specchio si incrina sotto il peso dell’esibizionismo, dell’arroganza o, peggio, della gelosia, ci troviamo anni luce distanti dal cuore pulsante di questo rapporto.

Spesso ci confondiamo. Pensiamo che l'amico sia solo colui che arriva con i fazzoletti quando piangiamo. Certo, la spalla è fondamentale, ma il vero banco di prova è la gioia. L’amico autentico è quello che si anima per te, che gode dei tuoi successi come se fossero i suoi, che vede la tua serenità e ne trae ossigeno. Non è chi osserva i tuoi post o i tuoi racconti cercando la crepa, il difetto o la prova di una felicità fittizia per sentirsi, nell'ombra, un po' meglio di te.

Esistono persone che si nutrono, quasi parassitariamente, dei tuoi stati di malessere. Persone che si sentono sicure solo finché tu sei nell'incertezza. Ma la verità è che chi ha davvero a cuore il tuo bene non può che compiacersi del tuo ritrovato stato di equilibrio. Se qualcuno usa il tuo vissuto per fare confronti, per sminuirti o per proiettare le proprie insicurezze sulla tua vita, non sta offrendo amicizia: sta solo cercando di nutrire il proprio ego.

Allontanare queste presenze non è un atto di cattiveria, è un atto di igiene mentale. È proteggere quella parte di noi che vuole ancora credere nella trasparenza degli sguardi. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, perché chi non vive l'amicizia in questo modo ma solo per confrontarsi avendone bisogno per sentirsi superiore è solo un vera "merda" e come tale va scaricato.

venerdì 8 maggio 2026

Ehi FIGLI e fatelo un "cazzo di piccolo sforzo" perché non sempre si deve solo dare!!!!



Leggete qui e fatelo un piccolo favore 


Ci sono momenti in cui la realtà ti colpisce in pieno volto, non per un evento eclatante, ma per la sottile freddezza di un gesto mancato. Ieri è successo proprio questo, e mi ha lasciato addosso un senso di amarezza difficile da scrollare via.

Immaginate la scena: una giornata normale, il lavoro in smart working che scorre tra le mura di casa, e una richiesta semplice. Antonella deve solo portare l'auto a fare il tagliando, a dieci minuti di strada. Chiede alla figlia di venticinque anni di accompagnarla, giusto il tempo di lasciarla lì e rientrare. La risposta? Un rinvio al pomeriggio. Ma quando arriva il momento di andare a ritirarla, ecco che spunta il muro: "Non posso staccarmi dal video, i capi mi controllano".

Ora, parliamoci chiaramente. Lo smart working, per sua natura, è un lavoro ad obiettivi. Non c’è un cartellino che ti incatena al secondo; c’è una flessibilità che ti permette di spalmare l'impegno, di gestire il tuo tempo con intelligenza. Dire di no per una manciata di minuti dietro a una scrivania virtuale non è solo una questione professionale, è una scelta di priorità.

Ma quello che mi fa davvero rabbia, quello che mi stringe il cuore, è il vuoto di consapevolezza che c'è dietro quel rifiuto.

Per capire il peso di quel "piccolo favore" negato, bisognerebbe fermarsi un secondo e leggere la storia di Antonella. Bisognerebbe vedere i solchi invisibili che la fatica ha lasciato nella sua anima, una donna che ha dovuto caricarsi sulle spalle il destino di due figlie praticamente da sola. Senza paracadute, senza un compagno accanto, e con il peso di una madre malata che, invece di aiutarla, era un altro cuore fragile di cui prendersi cura. Ha attraversato tempeste che avrebbero piegato chiunque, trovando una forza che definire eroica è poco, solo per garantire a Federica e Aurora un presente sereno.

Vedere questo sacrificio rispondere con l'indifferenza di un monitor acceso è disarmante. I figli dovrebbero conoscere il sentiero di spine che i genitori hanno calpestato per farli camminare sul velluto. Non si tratta di pretendere una venerazione costante, ma di restituire almeno un briciolo di quell'amore e di quella dedizione. È una questione di appartenenza, di rispetto, di umanità.

Se vi viene chiesto un favore, uno sforzo di dieci minuti, non guardate l'orologio o la webcam. Guardate chi avete davanti. Guardate quella madre che non ha mai detto "non posso" quando c'era da lottare per voi. Fate quel cazzo di piccolo sforzo. Perché un'auto si recupera sempre, ma il senso di solitudine che lasciate nel cuore di chi vi ama, quello resta. E fa male.

mercoledì 6 maggio 2026

Noi SIAMO parte della Natura e non PADRONI- Forse c'è uno spiraglio di Luce



Finalmente torniamo a respirare: perché scoperchiare i fiumi è la rivoluzione di cui abbiamo bisogno

Ciao a tutti! Avete mai avuto la sensazione che le nostre città siano diventate un po' troppo... grigie? Per decenni abbiamo vissuto sopra un tesoro nascosto, soffocandolo sotto colate di cemento e asfalto. Parlo dei nostri fiumi urbani, quelli che i nostri nonni vedevano scorrere e che noi abbiamo trasformato in fogne sotterranee o fondamenta per parcheggi.
Ma c'è una splendida notizia: il vento sta cambiando. In tutto il mondo stiamo assistendo al fenomeno del "daylighting" (letteralmente "riportare alla luce del sole"). E lasciate che ve lo dica: non è solo una questione estetica. Quando un fiume torna a vedere il cielo, la città ricomincia a battere.
Perché questa scelta cambia tutto
Vivere vicino all'acqua ci rende persone migliori. Non lo dico io, lo dicono i fatti. L’aria diventa più fresca, il rumore del traffico viene sostituito dallo scorrere dell'acqua e, improvvisamente, quel quartiere dove prima passavi solo di corsa diventa il posto dove vuoi fermarti a leggere un libro o a fare due chiacchiere.
Esempi che hanno fatto scuola (e attirato folle)
Se pensate che sia solo un sogno romantico, guardate cosa è successo in questi posti:
  • Seoul, Corea del Sud (Il miracolo del Cheonggyecheon): Questo è l'esempio "da manuale". Negli anni 2000 hanno abbattuto una mastodontica autostrada sopraelevata per liberare un torrente sepolto. Il risultato? Un parco lineare di 11 km nel cuore della metropoli. Oggi è una delle attrazioni turistiche più visitate della Corea, con oltre 60.000 visitatori al giorno. Il centro si è rinfrescato di quasi 4 gradi!
  • Madrid, Spagna (Madrid Río): Hanno interrato la tangenziale M-30 che separava la città dal fiume Manzanares. Ora c'è un parco immenso con spiagge urbane, fontane e piste ciclabili. Il turismo in quella zona è esploso, trasformando quartieri prima degradati in tappe fisse per chi visita la capitale spagnola.
  • Utrecht, Paesi Bassi: Qui hanno fatto una cosa coraggiosa. Hanno rimosso un’autostrada a dieci corsie per ripristinare il canale circolare storico (il Catharijnesingel). Ora la gente ci va in barca o in kayak. È diventato il simbolo della città moderna che rispetta la propria storia.
Non solo bellezza: un'arma contro il cambiamento climatico
Oltre al turismo, scoperchiare i fiumi ci salva dalle alluvioni. Un fiume libero ha spazio per espandersi quando piove troppo; un tubo sotterraneo esplode. È una scelta di sicurezza, oltre che di stile.
Insomma, riportare l'acqua nelle nostre strade significa restituire l'anima alle città. Voi cosa ne pensate? Vi piacerebbe vedere il fiume della vostra città tornare a scorrere libero sotto le vostre finestre?

E a casa nostra? Il sogno (possibile) di Milano

Non potevo scrivere questo post senza parlarvi di quello che bolle in pentola a Milano. Se c’è una città che ha un legame viscerale e quasi "dimenticato" con l’acqua, è proprio lei.
Per secoli Milano è stata una città d’acqua, simile a Venezia. Poi, tra gli anni ’20 e i ’60, abbiamo deciso che le auto erano più importanti dei riflessi del cielo e abbiamo coperto quasi tutto. Ma oggi la discussione sulla Riapertura dei Navigli è più accesa che mai.
  • Il progetto: L'idea non è solo quella di "abbellire", ma di riattivare quel sistema di canali che collegava il cuore della città con i laghi e il mare. Immaginate via Senato o via Francesco Sforza senza più il rumore assordante dei motori, ma con l'acqua che scorre tra piste ciclabili e nuovi spazi pedonali.
  • Perché sarebbe una rivoluzione turistica: Guardate cosa è successo in Darsena. Dopo la riqualificazione per l'Expo 2015, è diventata uno dei luoghi più iconici e fotografati di Milano, il vero "mare" dei milanesi e una tappa obbligatoria per ogni turista. Riaprire gli altri tratti significherebbe creare un itinerario unico al mondo, capace di attrarre milioni di visitatori che oggi vedono Milano "solo" come la capitale della moda e non come una città storica d'acqua.
  • L’ostacolo e la sfida: Certo, non è facile. Bisogna ripensare il traffico e gestire cantieri complessi. Ma pensate al beneficio termico e ambientale in una città che d'estate diventa una fornace. Riaprire i Navigli non sarebbe un ritorno al passato, ma un salto verso un futuro più sostenibile e, lasciatemelo dire, infinitamente più poetico.

martedì 5 maggio 2026

MJ canta ancora, ma stavolta ha la laringite e Anne Hathaway s'innamora di suo nonno (lol)







Ehilà, gente. Settimana di grandi ritorni e poltrone rosse, ma usciamo dalla sala con un mix di sentimenti che manco un episodio di This Is Us dopo tre caffè forti. Parliamo dei due pesi massimi che stanno monopolizzando il botteghino: il biopic su Michael Jackson e l’attesissimo (o temutissimo?) sequel de Il Diavolo veste Prada.

Partiamo dal Re. Entrare in sala per vedere Michael è un po’ come fare un viaggio nel tempo, di quelli che ti stringono lo stomaco. La prima parte, quella dedicata ai Jackson 5, è pura poesia visiva. Ti trovi catapultato in quelle atmosfere polverose e sberluccicanti degli esordi, scoprendo chicche e curiosità che ti fanno dire: "Ah, ma allora è andata davvero così!". È emozionante, profondo, un tributo che scava nel vissuto di una leggenda che ha riscritto le regole del pop. Ma — e c’è un "ma" grosso come il Neverland Ranch — dobbiamo parlare della scelta del nipote.

Allora, parliamoci chiaro: il ragazzo balla, ci prova, ci mette l’anima. Ma farlo cantare? Raga, no. Stiamo parlando di MJ, l'uomo che aveva le corde vocali baciate dagli angeli e il ritmo nel DNA. Sentire le canzoni interpretate dal nipote mi ha fatto sanguinare le orecchie. Va bene l’omaggio in famiglia, va bene il passaggio di testimone, ma la velocità di esecuzione e quel timbro inarrivabile sono sacri. Certe icone non si imitano, si celebrano e basta.

Voltiamo pagina e passiamo al glamour, o presunto tale. Il Diavolo veste Prada 2 è arrivato con tutta la sua carica di seta e cattiveria, ma stavolta il sapore è un po’ troppo... Disney. Se il primo film era una favola urbana con i piedi ben piantati nel cemento di Manhattan, qui siamo nel regno del "ma davvero?". La trama scorre, Miranda è sempre la regina indiscussa del ghiaccio, ma la sottotrama amorosa di Anne Hathaway è da facepalm immediato.

Vederla flirtare con questo "nonno" che sembra uscito direttamente da un servizio di Men’s Health: Speciale Over 50 è una forzatura che toglie ossigeno alla narrazione. Lui è lì, impeccabile, con la tartaruga d'ordinanza e il capello brizzolato tattico, ma la chimica tra i due è credibile quanto un maglione di ciniglia ad agosto. Troppo favoleggiante, troppo costruito a tavolino per strappare un sospiro facile.

In sintesi? Andate a vedere Michael per la storia e le lacrime (portatevi i tappi per le orecchie nei pezzi cantati), e guardate il sequel della moda se avete voglia di un po' di sano cringe patinato. Ma non dite che non vi avevo avvisato: la perfezione è un'altra cosa.#Michael#IlDiavolovestePrada2

LIDL: Se la cassiera sono io, perché il conto non cambia mai?




C’è un silenzio strano che sta invadendo i corridoi dei nostri supermercati di fiducia, un vuoto che sa di efficienza asettica e che, se ci riflettiamo un secondo tra uno scaffale e l’altro, ha il sapore amaro della beffa. Mi è capitato di recente, entrando nel punto vendita Lidl di Buccinasco: luci accese, scaffali pieni, ma davanti alle casse il deserto umano. Al posto del solito saluto, del gesto rapido e ritmato di chi scansiona la nostra spesa ogni giorno, c’era solo il riflesso bluastro dei monitor delle casse automatiche. E lì, mentre maneggiavo confezioni di pasta e barattoli sotto l’occhio vigile di un sensore, mi sono sentito addosso tutto il peso di un paradosso moderno: stavo lavorando gratis per chi, di profitti, ne macina già a miliardi.

Diciamocelo con quella schiettezza che non ha bisogno di troppi giri di parole: questo passaggio forzato al "fai da te" non è un favore alla nostra velocità, ma un regalo infiocchettato per i bilanci aziendali. Ogni volta che passiamo quel codice a barre sul vetro laser, stiamo sostituendo una persona, una competenza, un pezzo di welfare. Il risparmio sulla manodopera è cristallino, matematico, enorme. Eppure, guardando lo scontrino finale, non c’è traccia di questo nostro "servizio" prestato all'azienda. Se il supermercato decide che il cliente deve trasformarsi in cassiere, allora quel cliente sta offrendo una prestazione professionale che meriterebbe, come minimo, un riconoscimento economico. Dove è finito il mio sconto percentuale per aver battuto la spesa, insaccato la merce e gestito l'ennesimo errore di lettura del peso?

Non è solo una questione di soldi, ma di dignità del consumatore. Ci hanno convinti che la tecnologia sia libertà, ma qui la libertà sembra solo quella di faticare al posto di qualcun altro mentre i prezzi restano inchiodati, se non in ascesa. Siamo diventati ingranaggi invisibili di una macchina che massimizza i ricavi togliendo umanità al servizio. Se dobbiamo essere noi il braccio operativo della grande distribuzione, allora è tempo di pretendere che quel risparmio sulle buste paga dei dipendenti non finisca solo nei dividendi dei soci, ma torni almeno in parte nelle nostre tasche, sotto forma di un bonus "self-service". Altrimenti, l'unica cosa che resta automatica non è la cassa, ma la sensazione di essere, ancora una volta, quelli che pagano il conto più salato.

lunedì 4 maggio 2026

Narcisista e violento non sono la stessa cosa, e smettiamola!!!!




Ma  guardati intorno. Apri i social, accendi la TV o ascolta una conversazione al bar: oggi sembra che il mondo sia improvvisamente popolato da un’unica, inquietante figura: il narcisista. Se un uomo tradisce è un narcisista, se è egoista è un narcisista, se è violento è un narcisista.

Ma siamo sicuri che sia così? O stiamo solo seguendo una moda terminologica che ci impedisce di vedere la realtà dei fatti?
Diciamocelo chiaramente: il Narciso del mito e della clinica è un uomo perdutamente innamorato della propria immagine. È un esteta, spesso ossessionato dal bisogno di essere desiderato come una bella donna, sempre a caccia di uno specchio – o di un partner-pubblico – che gli restituisca un’immagine grandiosa di sé. Per il vero narcisista, l’altro spesso non esiste nemmeno come individuo; è solo un accessorio del suo ego.
La violenza, però, è un’altra cosa.
Quando parliamo di uomini che non accettano di essere lasciati, che perseguitano o che usano le mani per "ristabilire l’ordine", non stiamo quasi mai parlando di un disturbo della personalità raffinato come il narcisismo. Stiamo parlando di possesso. Stiamo parlando di un’idea barbara della donna come proprietà privata.
Questa non è psicologia clinica, è formazione limitata. È il frutto marcio di un’educazione ricevuta da padri e madri che hanno tramandato l’idea che l’amore sia dominio e che il rifiuto sia un’offesa intollerabile al proprio onore, non una libera scelta dell’altro.
Chiamarli tutti "narcisisti" è un errore pericoloso per due motivi:
  1. Diamo un alibi ai violenti: Trasformiamo un comportamento brutale e frutto di ignoranza culturale in una "malattia" o in un "disturbo", quasi come se non potessero farne a meno.
  2. Sminuiamo il problema educativo: Se pensiamo che sia tutta colpa di un gene o di un trauma infantile imprecisato, smettiamo di chiederci come stiamo educando i nostri figli maschi a gestire un "no".
Dobbiamo smetterla di psicologizzare ogni cattivo comportamento. La violenza di possesso non è una posa davanti allo specchio; è un deficit di civiltà. È ora di distinguere chi si ama troppo da chi non ha mai imparato a rispettare la libertà altrui.

mercoledì 29 aprile 2026

TRA PUTTANE E PUTTANATE - SE LA GRAZIA ALLA MINETTI DIVENTA LA PRIORITÀ DI UN PAESE


 

C’è qualcosa di profondamente ipnotico, e ammettiamolo, quasi commovente, nel modo in cui questo Paese riesce a fermare le lancette dell’orologio. Mentre il mondo corre, l’intelligenza artificiale riscrive i confini del possibile e le famiglie fanno i conti con un carrello della spesa che sembra diventato un bene di lusso, noi cosa facciamo? Ci accomodiamo in poltrona per l'ennesima puntata della "Saga Minetti".


Sì, avete letto bene. Nicole Minetti. Un nome che riemerge dalle nebbie del passato come un reperto archeologico che, invece di stare in un museo, finisce dritto in prima serata.

Ne parlavo proprio oggi con alcuni colleghi, osservando i loro volti tra lo smarrito e l’esasperato. Ci siamo chiesti, con una punta di amara ironia: ma davvero, nel 2026, la nostra priorità nazionale è discutere della grazia per una condanna di oltre dieci anni fa, per fatti avvenuti quando ancora usavamo i primi smartphone? Ma soprattutto, la grazia per cosa, se il carcere è stato solo un’ipotesi teorica mai sfiorata?

La risposta tecnica esiste, certo: serve a ripulire la fedina, a cancellare l’interdizione dai pubblici uffici, a rimettere in gioco chi era stato messo in panchina dalla magistratura. Ma la risposta politica e mediatica è quella che fa male: è una colossale, coloratissima cazzata.

È ridicolo assistere al solito balletto delle appartenenze. Da una parte chi grida al martirio e alla riabilitazione necessaria, dall'altra chi brandisce il moralismo come una clava. Un confronto muscolare tra tifoserie che serve solo a una cosa: occupare spazio. Occupare tempo. Distogliere lo sguardo.

Mentre la politica si accapiglia su questi fantasmi del passato, le questioni determinanti per il futuro del Paese restano lì, nell'ombra, a prendere polvere:

  • Una sanità che arranca e che avrebbe bisogno di visione, non di slogan.

  • Un mercato del lavoro che somiglia sempre più a un percorso a ostacoli per i giovani.

  • Una visione industriale che latita, lasciandoci in balia degli eventi globali.

Ma no, è molto più facile, quasi rassicurante, tornare a scannarsi su Ruby-bis e dintorni. È un terreno conosciuto, un fango confortevole dove ognuno sa già che parte recitare.

Mi chiedo, e vi chiedo: non provate anche voi una stanchezza infinita? Quella sensazione di trovarvi davanti a un palcoscenico dove gli attori sono invecchiati, il copione è logoro, ma le luci restano accese perché nessuno ha il coraggio di guardare fuori dal teatro, dove la pioggia sta bagnando tutti.

Forse sarebbe ora di pretendere che la politica torni a occuparsi di ciò che è "concreto". Perché tra una grazia discussa nei salotti e una riforma che cambia la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese, io non ho dubbi su cosa sia davvero importante. E voi?