lunedì 24 agosto 2026

Domenica Sportiva- Napoli e Milan, ma il caso è solo il Napoli, perché? Per una redazione di stampo "romanista"????



Avete presente quella sensazione di profonda ingiustizia che vi sale dallo stomaco quando spegnete la TV dopo una puntata della Domenica Sportiva? Quella frustrazione sorda che si prova quando la ragione e la logica sembrano venire spazzate via da un colpo di spugna redazionale? È un sentimento che conosciamo bene, noi che il calcio lo viviamo non come un freddo numero statistico, ma con quella passione autentica che chiede solo una cosa: equità.

Eppure, anche nell'ultima puntata, il copione si è ripetuto. Abbiamo assistito a due episodi che definire solari è poco. Da un lato, un braccio largo, smisurato, teso quasi a voler intercettare una traiettoria in modo palese; un episodio da rigore cristallino dove il silenzio della sala VAR lascia un senso di smarrimento quasi desolante. Dall'altro, un contatto sulla dinamica dell'azione, una di quelle sfide fisiche a palla coperta dove l'arbitro in campo valuta l'intensità e il VAR, come da protocollo, sceglie di non sovrastimare la propria autorità, lasciando la decisione originaria.

Fino a qui, potremmo persino rassegnarci all'umana fallibilità di chi fischia. Il vero cortocircuito, però, scatta dopo, nel salotto illuminato dagli schermi. Com'è possibile che un episodio tecnicamente gravissimo e privo di sfumature venga quasi derubricato a nota a margine, mentre un'altra situazione di campo diventi "il caso" nazionale della settimana?

La risposta, ed è qui che fa male la mancanza di trasparenza, sta tutta nella narrazione. Troppo spesso nei salotti televisivi si sceglie quale polemica soffiare per infiammare la settimana, creando correnti d'opinione che rischiano di condizionare le decisioni future. Quando volti noti, ex arbitri e grandi campioni del passato scelgono di accendere i riflettori solo dove fa più rumore, non stanno solo facendo televisione: stanno alterando il peso specifico degli episodi.

Il calcio, per rimanere il gioco bellissimo che amiamo, ha bisogno di un'informazione trasparente e super partes. Che si tratti di Napoli, Roma, Milan o Genoa, la lente d'ingrandimento deve avere la stessa gradazione per tutti. Senza corsie preferenziali e senza dimenticanze di comodo.

mercoledì 29 luglio 2026

Infantino, la malattia del calcio: è ora di estirpare il male



Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.

A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.

È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.

Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.


La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.

«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.

«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.

Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino. La FIFA è solo un'istituzione nata per amministrare un bene collettivo, non un'azienda padrona che può impacchettare la Coppa del Mondo e cederne il 20% a un fondo d'investimento per fare cassa. La ferma presa di posizione dell'UEFA e di diverse federazioni dimostra che una linea d'ombra è stata valicata.

È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.

lunedì 27 luglio 2026

Malagò se hai scelto Maldini e Leo, devi difenderne le scelte, è un fatto!

TROPPA POLITICA NEL NOSTRO CALCIO


C’è un momento preciso in cui la passione sportiva lascia il posto alla rassegnazione, ed è quando la logica di campo viene travolta e calpestata dalle dinamiche di palazzo. Quello che sta accadendo in queste ore attorno alla figura di Andrea Pirlo ha dell'incredibile, ed è la fotografia perfetta di un sistema sportivo in cui le scelte tecniche contano ormai meno di nulla di fronte alle convenienze e alle correnti di comodo.

Parliamoci chiaro, senza filtri e senza retorica: è evidente che le cose così non funzionano. Il motivo è apparso chiarissimo in tutti i recenti episodi emersi in questi giorni: la Politica è troppo radicata nel mondo calcistico, stracolma di troppi interessi in ballo per permettere a chi se ne occupa davvero di lavorare con serenità.

Andiamo con ordine. Pirlo non si è meritato la Nazionale, diciamolo con lucidità. Le sue due precedenti esperienze in panchina — prima alla Juventus e poi alla Sampdoria — sono state fallimentari e non offrivano certo le garanzie necessarie per affidargli la guida degli azzurri. La sua nomina era una scelta specifica, precisa e coraggiosa del duo formato da Paolo Maldini e Leonardo. Certo, non piaceva a nessuno, era palese. Ma la questione fondamentale non è la simpatia o il consenso di una nomina: è il rispetto del ruolo.

Non si possono e non si devono assolutamente avallare polemiche contro scelte squisitamente tecniche, strumentalizzando e giustificando il dissenso attraverso comportamenti della sfera privata che non hanno assolutamente nulla di criminale. Si è montato un caso sul nulla, alimentato da chi cercava solo un appiglio per far saltare il banco, perché era chiaro fin dal primo minuto che a una certa parte di questo ambiente non interessava avere Pirlo alla guida della Nazionale.

La gravità di questa situazione sta nel metodo. Dal momento in cui decidi di affidare la direzione tecnica a due figure del calibro di Maldini e Leonardo, concedendo loro la responsabilità delle decisioni, non puoi sconfessarli alla primissima scelta importante. In questo modo si cancella con un colpo di spugna l'autorevolezza di chi dovrebbe dirigere. È del tutto normale e comprensibile che adesso Maldini e Leo vogliano rassegnare le dimissioni: gli è stato tolto di fatto ogni potere decisionale, ammesso che ne abbiano mai avuto uno reale.

In questo scenario frammentato, lo sguardo cade inevitabilmente sui vertici dello sport italiano. Giovanni Malagò è indubbiamente un uomo forte, lo ha dimostrato in più occasioni nel corso della sua carriera. Tuttavia, se vuole davvero tracciare un solco e lasciare un segno, deve staccarsi dal mondo politico e andare avanti per il proprio senso, se no, visti i precedenti, non se ne esce.

L'esempio da seguire c'è già all'interno dello sport azzurro ed è sotto gli occhi di tutti. Deve fare come ha fatto Angelo Binaghi nel tennis: tirare dritto, pestando anche piedi, ma portando avanti una filosofia forte che punta sui significati tecnici piuttosto che sulle convenienze ed i compromessi. Binaghi ha dimostrato che quando si protegge la visione sportiva dalle ingerenze esterne, i risultati arrivano, le strutture crescono e l'intero movimento ne trae beneficio.

Malagò ha scelto Maldini e si è trovato anche Leo; bene, deve andare avanti per quella strada, quella che ha individuato, non quella che gli viene suggerita, da chi, finora, ha dimostrato di non capirci una bega e parlare in base a come tira il vento.

Finché le decisioni sul rettangolo di gioco verranno dettate dalla paura di scontentare i soliti noti o dall'esigenza di assecondare gli umori della piazza e della politica, continueremo a assistere a teatrini grotteschi come questo. È tempo che chi ha la responsabilità di guidare lo sport italiano torni a rimettere la palla al centro, difendendo le scelte fatte e lasciando che a parlare, finalmente, sia soltanto il campo.

La parabola del tennista e dell'immondizia errante: storie di ordinario disservizio tra i monti della Valsassina

C'è un momento preciso, dopo una sconfitta sul campo da tennis, in cui il corpo stanco cerca solo due cose: un po’ di riposo e un piatto di carne alla brace.

Eravamo a Lecco, nello splendido centro tennis di via Giotto, sotto la supervisione attenta, solare e sempre simpaticissima della bravissima Sara. L'ennesima sconfitta del mio circuito TPRA è arrivata anche questa volta, ahimè, ma devo spezzare una lancia a favore del mio avversario, il buon De Consoli. Una vera "vecchia volpe" della racchetta che, per una volta, ha deciso di fare uno strappo alla solita regola non scritta dei tornei amatoriali: niente ragnatele di pallonetti stremati o smorzate snervanti, ma un gioco d'attacco, a viso aperto. Perdente sì, ma ci si è divertiti. E non è poco.


Per riprenderci dalle fatiche del match, la meta prescelta è stata Moggio, in Valsassina. Il posto è davvero notevole: ben strutturato, immerso nel verde, con quel classico profumo di montagna che ti rimette al mondo e un piccolo ruscelletto che gli scorre accanto. Certo, il torrente era completamente in secca e non abbiamo potuto fare a meno di notare strani tubi che sembravano fare da indiziati speciali per quel letto di pietra vuoto... Ma l'atmosfera c'era tutta.



Dopo qualche fisiologico momento di assestamento, ci siamo divisi i compiti con una sinergia impeccabile: la mia compagna si è occupata di alimentare il fuoco con una maestria encomiabile, mentre io mi sono dedicato alla griglia. Devo ammettere che mettersi a fare il mastro fuochista con le gambe ancora pesanti per i recuperi a fondo campo è stata una discreta faticaccia, ma il sapore della carne e la bellezza del luogo hanno ripagato ogni singola goccia di sudore.

L'amaro in bocca, però, non è arrivato dalla brace, bensì dal momento dei saluti.

Raccogliamo tutto con cura, pronti a lasciare l'area pulita, e cerchiamo con lo sguardo un cestino. Uno qualunque. Nemmeno l'ombra. In compenso, l'area è costellata da cartelli il cui succo suona più o meno così: "Siete pregati di lasciare pulito dopo l'uso, altrimenti saremo costretti a chiudere il parco. I rifiuti tornano a casa con voi".

Ora, fermiamoci un attimo a riflettere. Quando un'amministrazione ti chiede civiltà e rispetto per l'ambiente, la prima cosa che ti aspetti è che ti metta nelle condizioni di esercitare questa civiltà. Invece no. Il messaggio sottinteso, spogliato da ogni retorica istituzionale, sembra essere un altro: "Noi non abbiamo voglia di gestire la spazzatura, di passare a svuotare i contenitori o di sostenere i costi di pulizia, quindi il problema lo scarichiamo interamente su di te". Ti viene chiesta l'onestà, ma dall'altra parte ti viene mostrata la totale disimpegno.

Senza altre opzioni, carichiamo la spazzatura in macchina. Chiunque abbia mai viaggiato per un'ora sotto il sole estivo con un sacchetto di umido post-grigliata nel bagagliaio può facilmente immaginare l'aroma persistente che ha iniziato a invadere l'abitacolo. Convinti che di lì a poco avremmo incrociato un punto di raccolta lungo la strada, continuiamo la discesa. Il nulla.

Guidiamo fino a Barzio, quando finalmente intravediamo una speranza di salvezza davanti a un bar "Stube": ci sono dei cassoni. Avvicinandomi noto che due sono chiusi a chiave con il lucchetto, ma accanto ce n'è uno verde con dentro della polenta. Penso: "Perfetto, è l'umido". Ci infilo il nostro sacchettino, tiro un sospiro di sollievo e mi avvio verso l'auto.

Nemmeno il tempo di aprire la portiera che dal locale esce di gran carriera il gestore.

— «Cosa sta facendo?!» — «Ho buttato l'umido nel cestino apposito,» rispondo con calma. — «Ma non ha visto che sono privati?!» — «In che senso privati? Siamo su suolo pubblico...» — «Ma lei da dove viene?» — «Da Milano.» — «E a Milano andate a buttare l'immondizia nei cassonetti dei condomini?»

Sorrido amaro, cercando di mantenere la razionalità di fronte all'assurdo. — «No, ma questo non è un condominio e la questione non è Milano. Il suo comune mi chiede di lasciare tutto pulito quando vado al parco, ma non mi dà modo di farlo, perché questi sono gli unici cestini che abbiamo trovato nel giro di chilometri!» — «E allora scriva all'amministrazione!» mi liquida lui.

A quel punto la logica vacilla del tutto. — «Ma mi scusi... dovrei essere io, che vengo da Milano per passare una domenica sul vostro territorio, a scrivere all'amministrazione di Moggio e Barzio per far mettere dei cestini?! Ma cosa sta dicendo?»

La soluzione finale del cortese gestore? — «Si riprenda il suo sacchetto e lo vada a buttare in quel cestino situato alla fermata dell'autobus

Ecco. Un sentito ringraziamento al gestore dello Stube di Barzio per questa perla di accoglienza turistica e per l'illuminante suggerimento.


 

Ce ne siamo tornati verso casa con il nostro sacchetto dell'umido ben salco a bordo, riflettendo su come a volte basti poco per rovinare la bellezza di un luogo: la totale assenza di servizi base da un lato, e l'assoluta mancanza di empatia e accoglienza dall'altro. La montagna è bellissima, per carità. Ma la sensazione che certi territori vogliano il turismo solo fino a quando si tratta di incassare, lasciando ai visitatori l'onere di gestirsi perfino i propri scarti, è un peccato che fa più male di una palla corta a filo rete.

venerdì 24 luglio 2026

Il colpo di coda del Dinosauro: perché le vostre guerre per il petrolio hanno già perso contro il futuro



Guardatevi allo specchio, voi che muovete i fili delle vecchie economie occidentali. Guardate la frenesia con cui vi aggrappate a ogni singola goccia di greggio, l'ansia con cui cercate di congelare il tempo. Sbracciate, urlate, alzate i dazi e muovete la scacchiera geopolitica come se poteste davvero fermare la marea. Ma la verità, quella spietata che fingete di non vedere, è che il vostro ruggito è diventato solo il verso di una creatura sfinita.

Siete come un dinosauro che sbatte rabbiosamente la coda nell'aria: fa un gran rumore, spaventa chi gli sta intorno, ma non cambia di un millimetro la sostanza delle cose. Sta arrivando la fine della sua era, e lui lo sa.

L'illusione del controllo: Potete manovrare i mercati, alzare polveroni mediatici, creare diversivi ad arte a colpi di annunci roboanti sull'ennesima intelligenza artificiale per distrarre le masse. Potete persino arroccarvi dietro figure che promettono di riportare indietro le lancette della storia. Ma sono tutti tentativi goffi di rimandare l'inevitabile.

Mentre in Occidente vi ostinate a succhiare le ultime gocce dal fondo del barile — difendendo un modello automobilistico e industriale oramai decotto —, ad Oriente il futuro non lo stanno semplicemente aspettando: lo stanno già vivendo.

La frattura del mercato globale

Il baricentro del mondo si è spostato. E non è una questione di ideologia, è una questione di pragmatismo tecnologico ed economico:

  • Elettrificazione di massa: L'Asia ha già imboccato la strada dei veicoli elettrici con una forza d'urto industriale che lascia poco spazio alle vostre lentezze burocratiche.

  • Automazione strutturale: Guardate gli scioperi nei trasporti pubblici che ancora oggi paralizzano le nostre città. Tra cinque o sei anni saranno un ricordo nostalgico: la guida autonoma e la flotta connessa renderanno quei modelli di gestione semplicemente obsoleti.

  • Geopolitica dell'energia: Chi ha basato il proprio potere sul gas e sul petrolio assiste terrorizzato alla nascita di un paradigma in cui l'energia non si estrae più dalla terra devastando territori, ma si genera e si gestisce con la tecnologia.

Certo, la transizione farà male. Ogni cambio d'epoca porta con sé strattoni, guerre commerciali e crolli finanziari. Chi ha guadagnato trilioni con i combustibili fossili non lascerà il tavolo da gioco senza aver prima ribaltato le sedie.

Ma il tempo è un giudice spietato e non accetta tangenti. Potete spremere quel barile fino all'ultimo residuo denso e nero, potete inventarvi mille manovre diversive per tenere in vita una carcassa industriale che appartiene al Novecento. Ma la fisica, l'innovazione e il mercato globale vi hanno già superato.

Continuate pure a sbattere la coda. Il mondo, intanto, sta già andando da un'altra parte.

giovedì 23 luglio 2026

IL TEATRINO SULLA NOSTRA PELLE: DA CONTE A SALVINI, SE L’INTERESSE PERSONALE AFFONDA IL POPOLO



Un momento di rabbia non nasce mai dal nulla. Nasce dal peso quotidiano di chi si sveglia ogni mattina, guarda il conto in banca e deve fare i conti con la realtà vera: la benzina a quasi due euro al litro, le bollette di luce e gas che divorano duecento euro come se niente fosse, il carrello della spesa che pesa sempre di meno e costa sempre di più. E gli stipendi? Piantati esattamente dove erano, immobili mentre tutto il resto sale.

In questo quadro di fatiche vere, la distanza tra il paese reale e il teatrino della politica non è mai sembrata così abissale.

Mentre là fuori c’è gente che cerca solo di arrivare a fine mese, in Parlamento assistiamo all'ennesimo show: deputati che sventolano cartelli con scritto "Fuori le chat". E la reazione viscerale di chiunque stia vivendo sulla propria pelle il peso dell'inflazione non può che essere una: ma a me, che non riesco ad arrivare a fine mese, cosa diavolo me ne frega delle chat di un sottosegretario che aveva "amicizie sbagliate"?

L'unica ossessione di certa Sinistra sembra essere quella di ostacolare con ogni mezzo chi sta provando a governare, facendo unicamente campagna elettorale denigrando il lavoro altrui senza fornire alcuna soluzione costruttiva o proporre soluzioni reali per il Paese. GENTE CHE HA AVUTO IL CORAGGIO DI CANDIDARE LA SALIS E PORTARLA IN PARLAMENTO. E l'ipocrisia tocca il picco quando si cerca di trasformare ogni episodio di cronaca in un caso politico, aizzando le piazze e alimentando un clima di rabbia e tensione. Ci si chiede di scendere in piazza a protestare per un uomo che si mette a sbraitare al centro di una via pubblica, dandomi in escandescenze? Ma stiamo scherzando? Impedire a una persona in stato di alterazione di fare del male a sé o agli altri è una misura Elementare di sicurezza pubblica. Quante volte abbiamo letto di tragedie sfiorate o consumate perché nessuno era intervenuto in tempo contro "pazzi" allo sbaraglio? Eppure, persino questo diventa motivo di propaganda per una cricca di sedicenti "difensori della socialità", gente che di sociale non vive assolutamente nulla se non i cinque minuti di passerella pubblica per farsi fotografare.

Poi c'è chi, come Giuseppe Conte, oggi si erge a paladino degli ultimi dopo aver lasciato un'eredità economica disastrosa. Ricordiamo bene cosa è stato fatto: un Reddito di Cittadinanza elargito per anni senza controlli reali, finito spesso nelle tasche sbagliate, e un Superbonus 110% che ha dissanguato le casse dello Stato facendo la fortuna di non pochi furbetti e parassiti dell'edilizia, trasferendo il debito sulle spalle di quelle stesse famiglie che oggi faticano a fare la spesa.

L'operato del Governo Meloni si può certamente discutere, ci si può confrontare ed è giusto farlo, perché nessuna misura è perfetta e non si può garantire sul libero arbitrio di ogni singolo individuo che ne fa parte. Ma bisogna anche avere l'onestà intellettuale di prendere atto di quanto è stato messo in campo:

  • Il taglio del cuneo fiscale e contributivo, reso strutturale per mettere più soldi direttamente in busta paga ai lavoratori con redditi medio-bassi.

  • La riforma dell'IRPEF e la revisione delle aliquote per alleggerire il carico fiscale del ceto medio.

  • L'abolizione del Reddito di Cittadinanza e la sua sostituzione con l'ADI (Assegno di Inclusione), legando il sostegno economico a chi ha davvero bisogno o a percorsi reali di avviamento al lavoro.

  • Il superamento della finanza d'emergenza del Superbonus, per mettere in sicurezza i conti pubblici ed evitare un crack finanziario sulle future generazioni.

  • Misure dedicate alle famiglie e alla natalità, con la decontribuzione per le madri lavoratrici e il potenziamento dei congedi parentali.

  • 1. Sicurezza e Giustizia

    • DL Caivano: Misure di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, con un inasprimento delle pene per i minori che commettono reati gravi e sanzioni per i genitori che non mandano i figli a scuola.

    • Norma Anti-Rave: Introduzione nel codice penale del reato di invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi.

    • Codice della Strada: Inasprimento delle sanzioni per chi guida sotto l'effetto di alcol o droghe, per chi usa il cellulare alla guida e stretta sui monopattini elettrici (obbligo di targa, casco e assicurazione).

    • Riforma della Giustizia (DdL Nordio): Abolizione del reato di abuso d'ufficio, ridefinizione del traffico di influenze illecite e stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche.

    2. Immigrazione e Politica Estera

    • Protocollo Italia-Albania: Realizzazione di centri in territorio albanese per la gestione delle procedure di frontiera e il rimpatrio di migranti irregolari.

    • Decreto Cutro: Inasprimento delle pene per i trafficanti di esseri umani e revisione della protezione speciale per i migranti.

    • Piano Mattei per l'Africa: Piano strategico volto a promuovere accordi di cooperazione economica, energetica e strutturale con i Paesi africani per affrontare le cause profonde dell'emigrazione.

    3. Fisco, Impresa e Made in Italy

    • Tregua Fiscale (Rottamazione-quater): Misure di definizione agevolata delle cartelle esattoriali per alleggerire il contenzioso tra cittadini e fisco.

    • Legge sul Made in Italy: Misure per la tutela e la promozione delle filiere produttive italiane, dell'artigianato e delle eccellenze enogastronomiche, con l'istituzione del Liceo del Made in Italy.

    • Decreto Asset e Concorrenza: Interventi su settori specifici come i taxi, le licenze e la tassazione sugli extraprofitti bancari.

    4. Riforme Costituzionali e Autonomia

    • DdL Premierato: Proposta di riforma costituzionale per l'elezione diretta del Presidente del Consiglio e la stabilizzazione dei governi.

    • Autonomia Differenziata: Legge quadro per l'attuazione dell'autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario (ex art. 116, terzo comma, della Costituzione).

    5. Lavoro e Pubblica Amministrazione

    • Decreto Lavoro (1° Maggio): Oltre al taglio del cuneo, la misura ha introdotto la semplificazione dei contratti a termine, nuovi incentivi all'assunzione di giovani e donne, e la revisione delle causali per i contratti a tempo determinato.

    • Semplificazione PA: Digitalizzazione dei concorsi pubblici, accelerazione delle assunzioni e sblocco dei turn-over per rinnovare il personale della Pubblica Amministrazione.

Al contrario, cosa ci avevano lasciato i governi a guida o trazione di sinistra negli anni precedenti?

  • Bonus a pioggia e assistenzialismo sfrenato, che hanno drogato l'economia creando debito anziché sviluppo.

  • Politiche fiscali oppressive, incapaci di premiare chi produce e chi lavora sodo.

  • Scarse tutele sul fronte della sicurezza e una gestione dei flussi migratori e dell'ordine pubblico spesso incoerente e priva di visione a lungo termine.

Ma dire basta a questa ipocrisia non significa accettare qualsiasi scorciatoia ideologica, ed è qui che serve la massima lucidità. Non si può condividere la linea di chi, come Matteo Salvini, si ritrova a giustificare chi pensa di farsi giustizia da solo con le armi laddove lo Stato appare assente.

Togliergli la vita a una persona perché ha sbagliato non è giustizia, non è senso del dovere, e non è difesa del territorio: è solo odio, rabbia cieca e basso livello culturale. Chi impugna un'arma per farsi giustizia da sé rompe il patto sociale tanto quanto chi compie un reato.

Ciò di cui questo Paese ha disperatamente bisogno non è la giustizia da far west, né la retorica vuota di chi vive di passerelle, ma uno Stato forte, presente e concreto. Un intervento deciso per proteggere davvero il territorio, garantire la sicurezza nelle strade e difendere l'interesse comune: quello dei cittadini ordinari, dei lavoratori, dei piccoli risparmiatori, e non solo quello dei grandi gruppi imprenditoriali o dei grandi proprietari.

È ora di finirla di lavorare soltanto per se stessi o per il proprio tornaconto elettorale. È ora di tornare a parlare dei problemi reali della gente.

martedì 21 luglio 2026

Governo - Opposizioni e il mercato del consenso: quando i problemi diventano propaganda




È un senso di stanchezza sottile, ma profondo, quello che si avverte di fronte alle ultime vicende di cronaca. Un senso di nausea di fronte al solito, prevedibile teatrino politica-media che scatta puntuale ad ogni tragedia. Basta. Basta usare fatti complessi e dolorosi come clava per un pugno di voti in più.

Guardiamo in faccia la realtà e prendiamo due casi che hanno infiammato le piazze e i dibattiti: la vicenda del gioielliere Mario Roggero e quella di Abderrahim Fakir.

Mario Roggero: dalla ferita del passato al baratro

Da un lato abbiamo Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour. Un uomo di 68 anni con il volto segnato da una vita di lavoro, ma anche dalle cicatrici di un passato violento. Nel 2015, la sua bottega fu devastata da una rapina feroce: Roggero venne picchiato a sangue, lasciandolo a terra con tre costole rotte, legato e terrorizzato insieme alla moglie e alla figlia. Un trauma profondo, di quelli che ti scavano dentro, alimentando un senso di impotenza ed esasperazione strisciante.

Quando il 28 aprile 2021 tre uomini sono entrati di nuovo nel suo negozio minacciando i suoi cari, qualcosa in lui si è spezzato. Nel panico e nella rabbia ha impugnato l'arma ed è passato al punto di non ritorno: ha inseguito i rapinatori all'esterno e li ha freddati in strada mentre tentavano la fuga. La legge ha parlato chiaro con una condanna a 14 anni e 9 mesi: non ci si può fare giustizia da soli. Inseguire e sparare a chi sta ormai scappando non è legittima difesa, e il risarcimento dovuto alle famiglie dei deceduti nasce dal rispetto sacro per la vita umana, per quanto quei rapinatori si fossero messi da soli in una condizione di rischio estremo.

Eppure, per la destra, quest'uomo è diventato istantaneamente un eroe da sventolare senza sfumature, un simbolo con cui giustificare la legge del taglione e la giungla urbana.

Abderrahim Fakir: il confine fragile tra ordine e tragedia

Dall'altro lato c'è la storia di Abderrahim Fakir, 43 anni, operaio marocchino da tempo in Italia, con alle spalle una vita non semplice segnata da alcuni precedenti di polizia e da problemi di salute fragili, tra asma e cardiopatia. Durante una giornata di profonda alterazione nel quartiere Pilastro di Bologna, Fakir dà in escandescenze: danneggia un'auto della polizia, strattona e si scaglia contro gli agenti intervenuti per fermarlo.

Per immobilizzarlo, le forze dell'ordine usano lo spray al peperoncino e lo bloccano a terra a pancia in giù, ammanettandolo. Nei video girati dai residenti si sentono le sue grida disperate, prima del malore fatale che lo stronca a terra prima dell'arrivo dei soccorsi. Un fatto tragico su cui la magistratura e le perizie autoptiche devono fare piena luce per chiarire l'eventuale nesso tra le tecniche di contenimento e il decesso.

Ma la sinistra non ha aspettato la giustizia: ha già la sentenza pronta in tasca. Subito in piazza, cortei, accuse sommarie di abuso di potere sistemico e gogna mediatica verso le forze dell'ordine, prima ancora di aver ricostruito la dinamica dei fatti.

La resa della politica

Vedere la classe politica buttarsi a capofitto su queste vicende fa semplicemente schifo. Nessuno cerca soluzioni concrete per il territorio. Nessuno che si interroghi su come proteggere un commerciante prima che la disperazione lo trasformi in un assassino, né su come dotare le forze dell'ordine di strumenti e formazione adeguati per gestire situazioni di fermo ad altissimo rischio senza che ci scappi il morto.

No: l'unico obiettivo reale è grattare quel misero punto percentuale nei sondaggi della domenica.

Entrambi gli schieramenti sono i primi responsabili della profonda sfiducia che gli elettori nutrono verso di loro. L'interesse primario della politica dovrebbe essere la gestione matura del Paese, non il consenso facile. Basta con questi inutili teatrini. Basta strumentalizzare chi vede nella violenza l'unico modo di esprimersi e basta usare toni censori o autoritari per imporre la propria narrazione ideologica. Il Paese ha bisogno di responsabilità, non dell'ennesima tifoseria.

lunedì 20 luglio 2026

La Spagna come Trionfo dello Sport contro l’Antisport Argentino



Il calcio, a volte, sa essere un giudice giustissimo. Ti mette davanti a uno specchio e ti costringe a guardare cosa sei diventato. E l’epilogo di questo torneo non è stato solo il verdetto di un tabellone, ma la netta vittoria di una visione del mondo su un’altra. Da una parte lo sport nella sua essenza più pura, dall'altra una concezione quasi primitiva del rettangolo verde.

Diciamocelo con franchezza, senza girarci troppo intorno: vedere giocare l'Argentina negli ultimi tempi è diventato un esercizio di pura sofferenza estetica. Al di là del genio intramontabile di Messi — che dipinge calcio anche quando intorno a lui c'è il deserto — il resto della squadra sembra aver scambiato il pallone per una rissa da strada.

Prendiamo un esempio su tutti: Leandro Paredes.

L'espressione perennemente accigliata, lo sguardo di chi cerca la provocazione prima ancora della palla. Quando entra in campo l'atmosfera si fa subito pesante, quasi torbida. Non vedi la ricerca dello spazio, vedi spintoni gratuiti, gomitate a palla lontana, calcioni intimidatori. È l'archetipo del bullo di periferia prestato al calcio d'élite, una figura che trasuda un'aggressività cieca che fa male agli occhi e allo spirito di questo gioco. È veramente indecente.

L'Illusione Tattica e il Peso del Genio

Ma il problema non è solo l'atteggiamento muscolare e provocatorio. C'è un vuoto pneumatico alle spalle. La critica che il grande Diego Armando Maradona mosse a suo tempo a Lionel Scaloni risuona oggi più vera che mai. Maradona, che di anima ed estro se ne intendeva, definì Scaloni un allenatore limitato. E come dargli torto?

In questa squadra non c'è traccia di un'idea collettiva, non c'è una struttura. La "tattica" si riduce a un unico spartito, ripetuto fino alla noia:

  • Cercare disperatamente Messi.

  • Aspettare che crei superiorità numerica scambiando nello stretto sulla destra.

  • Cercare il cross o il classico taglio centrale per la sponda di ritorno.

Fine della storia. Se togli l'estro divino del numero dieci, resta il nulla cosmico. I successi passati, alla luce di questo vuoto, appaiono sempre più come il miracolo personale di un singolo uomo piuttosto che il frutto di un progetto tecnico.


La Lezione Spagnola: Il Collettivo e la Bellezza

Dall’altro lato del campo, ieri come oggi, c’è la Spagna. Entrare in uno stadio dove giocano le Furie Rosse significa respirare un'aria completamente diversa. Qui la filosofia è nobile, antica, radicata profondamente in decenni di cultura sportiva.

È l'idea che si difende offendendo, che non ci si barrica dietro la linea della palla sperando in un errore altrui, ma si scende in campo per imporre il proprio codice genetico, la propria forza e la propria bellezza.

Questa identità non nasce dal nulla. È figlia diretta del calcio totale olandese, filtrata poi attraverso la rivoluzione "Sacchiana" che in Italia ha ridefinito il concetto di armonia e sincronismo. In questa visione la squadra è un organismo unico:

Valore FondanteEspressione in Campo
Il CollettivoIl singolo è al servizio del gruppo, la palla si muove a un tocco.
L'Estro FunzionaleIl talento individuale (i vari Yamal o Nico Williams) non è un'isola, ma la gemma che impreziosisce una struttura già perfetta.
Mentalità ProattivaControllo del gioco, pressing alto e coraggio costante.

Guardare le facce dei giocatori spagnoli durante i momenti di massima pressione restituisce l'immagine di una serenità concentrata, ben lontana dalle smorfie di rabbia dei rivali. C'è il sorriso di chi si diverte a fare le cose per bene, c'è il rispetto per l'avversario e per il pubblico.

Per fortuna, questa volta, il calcio ha scelto la strada della luce. Ha vinto la memoria storica, ha vinto la coralità, ha vinto il coraggio. Ha vinto lo SPORT.

sabato 18 luglio 2026

Il rumore tardivo del ricordo: Bagnoli, perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

 


L’ho fatto di nuovo. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere i social e mi sono ritrovato sommerso da un’ondata di affetto, rispetto e commozione. Immagini in bianco e nero, video di repertorio con quella musica malinconica di sottofondo, articoli firmati dalle firme più prestigiose del giornalismo sportivo, aneddoti commoventi che spuntano da ogni angolo del web. Tutto per lui, per lo "Schopenhauer della Bovisa", l'uomo del miracolo di Verona, l'allenatore di un calcio pane e salame che non c'è più. Osvaldo Bagnoli se n'è andato, e improvvisamente il mondo si è ricordato di quanto fosse immenso, integro, unico.

E per l’ennesima volta, insieme alla tristezza, ho avvertito quel solito, fastidioso nodo allo stomaco. Una domanda che continua a bussare alla mia testa e a cui non riesco a dare una risposta logica: perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

È una dinamica che trovo profondamente ingiusta, quasi ipocrita. Perché copriamo d'oro la memoria di chi non può più sentirci, mentre lasciamo che le stesse persone, negli ultimi anni della loro vita, scivolino lentamente ai margini, dimenticate nei loro silenzi e nella nebbia del tempo che passa? Bagnoli era un uomo schivo, fiero delle sue origini operaie, uno che si era ritirato presto perché in quel calcio moderno fatto di urla e telecamere ossessive non si riconosceva più. Ma questo non significa che l'oblio sia una scelta felice per chiunque. A chi si è distinto, a chi ha scritto pagine indelebili della nostra cultura o del nostro sport, non farebbe piacere tornare al centro di quell'abbraccio mediatico quando è ancora in grado di sorriderne? Non sarebbe più umano riempire lo stadio di striscioni per un uomo anziano che cammina a fatica, invece di intitolargli l'impianto quando la terra gli è già lieve?

Purtroppo, la storia è piena di questi risvegli tardivi. È come se la nostra società soffrisse di un'amnesia cronica, curabile solo dal lutto.

  • Ennio Morricone: Un genio assoluto, le cui note fanno parte del DNA emotivo di chiunque abbia amato il cinema. Eppure, l'Academy di Hollywood si è ricordata di tributargli un Premio Oscar alla carriera solo nel 2007, dopo averlo ignorato per decenni nelle categorie competitive, e la vera pioggia di intitolazioni di piazze, auditorium e teatri in Italia è esplosa solo dopo il 2020.

  • Gigi Riva: L'eroe silenzioso della Sardegna. Finché era in vita, protetto dal suo proverbiale e dignitoso isolamento a Cagliari, l'affetto era immenso ma spesso privato, confinato nell'isola. C'è voluta la sua scomparsa per vedere i telegiornali nazionali dedicargli edizioni straordinarie, per ascoltare i grandi opinionisti rispolverare la sua epopea e per avviare le procedure burocratiche per intitolargli lo stadio di Cagliari.

  • Mia Martini: Il caso forse più doloroso e lampante del nostro panorama culturale. Una delle voci più straordinarie della musica italiana, letteralmente emarginata, isolata e ferita da voci infamanti diffuse dal suo stesso ambiente. Solo dopo la sua tragica scomparsa il mondo dello spettacolo ha fatto "mea culpa", istituendo il Premio della Critica a suo nome a Sanremo e trasformandola nel mito indiscusso che avrebbe meritato di essere difesa e celebrata da viva.

  • Paolo Rossi: L'uomo che fece piangere il Brasile nell'82 e che unì una nazione intera. Negli ultimi anni lavorava come opinionista, trattato spesso con la normale familiarità che si riserva a un ex atleta. La notte in cui se n'è andato, il Paese si è improvvisamente risvegliato orfano di un simbolo patriottico, dando il via a una corsa per intitolargli lo stadio di Vicenza e persino lo stadio Olimpico di Roma, in un impeto di celebrazione che ha il sapore del rimpianto.

Questa tendenza a glorificare i defunti nasconde una pigrizia emotiva spaventosa. Da vivi, i grandi personaggi sono "ingombranti", hanno opinioni, spigoli, difetti. Richiedono uno sforzo di coerenza da parte nostra. Da morti, invece, diventano perfetti. Diventano icone malleabili, che possiamo gestire sui nostri schermi senza il rischio di essere smentiti. Il loro silenzio definitivo ci dà il permesso di parlare per loro, di appropriarci dei loro aneddoti.

Bagnoli guardava il calcio moderno con il distacco saggio del pensatore, protetto dalle mura della sua casa di Verona. Oggi lo piangiamo e lo definiamo "l'ultimo romantico". Ma se vogliamo davvero onorare la sua lezione di umiltà e concretezza, dovremmo imparare a cambiare prospettiva. Cominciamo a celebrare il talento, l'integrità e la bellezza quando sono ancora qui, stringendo le mani a chi ha fatto la storia finché quelle mani sono calde. Non aspettiamo che cali il sipario per accorgerci che lo spettacolo era straordinario.

mercoledì 15 luglio 2026

Spagna - Francia: La Lezione Tattica di De La Fuente e il Vuoto Cosmico dei Soliti Opinionisti

 


Le luci accecanti degli studi televisivi, il profumo di lacca, i sorrisi di plastica di chi siede su poltrone troppo comode per aver mai respirato davvero l’odore del fango e del sudore. Ieri sera, mentre il fischio finale di Spagna - Francia sanciva la fine delle ostilità, ho assistito all'ennesimo, desolante spettacolo post-partita.

È incredibile come persone pagate per "analizzare" il calcio riescano, con sistematica precisione, a guardare il dito anziché la luna.

La Scacchiera Invisibile (e gli occhi bendati dei "soliti noti")

Mentre sullo schermo scorrevano i replay, nei salotti TV si celebrava il solito processo alle stelle cadenti. "Mbappé spento", "Dembélé senza inventiva", "La Francia non ha avuto anima". Il solito bignami del qualunquismo.

Nessuno che abbia osato posare lo sguardo sulla vera, spietata realtà geometrica del campo: Luis De La Fuente ha semplicemente spento l'interruttore della Francia.

  • Il blocco su Olise: Il tecnico spagnolo ha capito che per fermare una macchina non serve colpire la carrozzeria, ma staccare la batteria. Olise, la vera fonte di accensione delle transizioni transalpine, è stato asfissiato fin dai primi minuti.

  • Il labirinto tattico: Lo abbiamo visto tutti — o almeno, noi dal divano con un minimo di onestà intellettuale. Olise che si allargava, retrocedeva, cercava disperatamente zone d'ombra dove ricevere un pallone pulito, costantemente rincorso e raddoppiato.

E in tutto questo, l'immagine più dolorosa ed empatica della serata: Didier Deschamps.

Lo sguardo fisso nel vuoto, le mani sprofondate nelle tasche della giacca scura, la mascella contratta di chi sente la terra tremare sotto i piedi ma non sa dove spostarsi. Didier, l'uomo dei record, è rimasto pietrificato. Zero contromisure, nessun "Piano B" per ridare ossigeno alla manovra. Un'inerzia tattica quasi drammatica nella sua ostinazione.

Il Teatrino del Cliché

Ma per gli opinionisti d'ordinanza, tutto questo è troppo noioso da spiegare. Richiede uno sforzo, richiede di saper leggere il calcio oltre il nome sulla maglietta. Molto meglio rifugiarsi nella narrazione pigra del "campione in giornata no".

Il dialogo tipo in studio sembrava un copione scritto da un algoritmo svogliato:

"Eh, ma da Mbappé ci si aspetta sempre la giocata che risolve la vita..."

"Sì, concordo, è mancata proprio la leadership emotiva!"

Ma quale leadership emotiva! Se tagli i rifornimenti alla fonte, anche il miglior predatore dell'area di rigore si trasforma in un naufrago che agita le braccia in mezzo al mare.

La mia riflessione: Viviamo in un'epoca che preferisce di gran lunga la narrazione patinata del singolo eroe caduto alla silenziosa, rigorosa e talvolta spietata bellezza della tattica collettiva. È più facile vendere un "Mbappé triste" che spiegare come tre passaggi di schermatura abbiano ridotto al silenzio un'intera nazionale.

Un pizzico di autoironia (prima di perdere la testa)

A volte mi chiedo perché continuo a seguire questi post-partita. Forse c'è in me una vena masochista, o forse spero sempre che, per puro errore statistico, qualcuno tiri fuori una lavagna tattica degna di questo nome invece di discutere del nuovo taglio di capelli di un terzino. (Spoiler: ieri sera ho sperato invano, guadagnandoci solo un leggero mal di fegato e un'andata a letto tardiva).

La verità è che questi "esperti" sono spesso lì proprio perché il calcio reale, quello che si decide nelle stanze dei bottoni e sui campi d'allenamento, li ha gentilmente accompagnati alla porta. Chi capisce davvero il gioco non ha tempo di lucidarsi il trucco davanti a una telecamera; è troppo occupato a studiare come disinnescare il prossimo Olise di turno.

La Spagna vola in finale con merito, De La Fuente dà lezioni di calcio, e a noi non resta che spegnere la TV. Almeno il silenzio, a differenza di certi commenti, ha una sua dignità.

lunedì 13 luglio 2026

Quando le Regole Diventano un Paravento: Il Paradosso dello Sporting Club di Garbagnate




Un anno fa vi raccontavo su queste pagine dello Sporting Club Milano di Garbagnate Milanese (in Via Milano 166) come un piccolo paradiso del tennis (https://myspacecomrafaelcoche.blogspot.com/2025/06/un-paradiso-del-tennis-garbagnate-lo.html).

 Campi rossi curati, quell'atmosfera di quiete a due passi da Milano e la promessa di lunghe domeniche estive a godersi un po' di relax a bordo campo. Oggi, a distanza di dodici mesi, devo purtroppo fare marcia indietro. Ci sono tornato e ho trovato un clima totalmente differente. Un cortocircuito burocratico gestito con una rigidità che lascia sinceramente l'amaro in bocca.

La scena è di quelle che fanno sorridere per non piangere: una distesa di lettini vuoti, ombrelloni rigorosamente chiusi sotto il sole e il sottoscritto che si sente rifiutare il noleggio. Il motivo addotto dalla nuova gestione dell'Associazione Sportiva Dilettantistica? “Il circolo è riservato ai soli soci, se noleggiamo i lettini agli esterni rischiamo una sanzione salatissima dal Comune di Garbagnate Milanese.

Ora, cerchiamo pure di fare uno sforzo e credere alla buona fede di questa giustificazione. Ma è proprio qui che crolla il castello di carte della coerenza.

Se l'esclusività del club è un dogma così sacro da dover lasciare i lettini a prendere la polvere piuttosto che far sedere un appassionato, come si spiega la massiccia organizzazione dei tornei TPRA? Per chi non mastica le sigle federali, i circuiti TPRA muovono costantemente tennisti non soci, provenienti da altri club della provincia. In quel caso, l'accesso agli esterni non solo è consentito, ma diventa il motore delle giornate. E il socio regolare? Resta a guardare, aspettando pazientemente che i campi si liberino per poter finalmente giocare. Due pesi e due misure che tolgono ogni linearità al discorso.

Ma il Comune può davvero multare il Circolo?

Proviamo a fare chiarezza sulla normativa che regola le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche), perché la risposta ricevuta solleva più di un dubbio. I controlli amministrativi a Garbagnate Milanese fanno capo principalmente alla Polizia Locale e allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) del Comune.

La distinzione legale c'è, ma non è esattamente come è stata raccontata al desk:

  • Il regime fiscale e lo Statuto delle ASD: Un'associazione sportiva gode di forti agevolazioni fiscali perché, per legge, non persegue scopi di lucro e si rivolge ai propri associati. Se il circolo iniziasse a vendere servizi commerciali al pubblico (come il noleggio attrezzature o l'accesso alla zona solarium/piscina a chiunque passi per strada) senza le dovute licenze commerciali, rischierebbe una contestazione per "attività commerciale occulta". In quel caso sì, gli organi di controllo del Comune o la Guardia di Finanza potrebbero elevare sanzioni per violazione delle norme sul commercio e la somministrazione.

  • Il paradosso dei tornei: I tornei ufficiali FITP o TPRA sono considerati attività istituzionali dell'associazione orientate alla promozione dello sport, motivo per cui l'affluenza di atleti esterni (purché tesserati alla federazione) è perfettamente legale e prevista dagli statuti.

Il punto non è la legge in sé, ma la gestione della stessa. Spesso, dietro lo scudo della "paura della multa", si nasconde semplicemente la scelta strategica di non voler gestire la burocrazia legata alle attività aperte al pubblico o alle quote per i non soci.

Dire di no a un appassionato che chiede di utilizzare un servizio accessorio, mantenendo le strutture deserte mentre si aprono le porte ai tornei per esterni, non è un obbligo del Comune: è una scelta gestionale che sacrifica l'ospitalità sull'altare di una burocrazia difensiva. Un vero peccato, perché lo sport, prima di essere un codice di articoli e commi, dovrebbe essere accoglienza.


Il vero nodo: Mancanza di flessibilità o scelta gestionale?

La giustificazione che ti è stata data ("rischiamo la multa") ha quindi un fondamento legale reale, ma nasconde una precisa scelta della nuova gestione.

Molti circoli risolvono questo paradosso in modo molto semplice e accogliente: offrono all'esterno una "quota socio temporanea" o un tesseramento giornaliero/estivo di pochi euro. Diventando socio (anche solo per la stagione o con una formula base), i tuoi lettini diventano magicamente un servizio istituzionale a disposizione di un associato, azzerando il rischio di sanzioni.

Se la nuova gestione ha preferito dirti di no, lasciando gli ombrelloni chiusi e i lettini vuoti, non è colpa del Comune di Garbagnate: è che hanno scelto la via della rigidità burocratica anziché quella della flessibilità gestionale. Un autogol che, dal punto di vista dell'immagine e del calore umano, purtroppo si paga caro.