giovedì 2 aprile 2026

Film: Il Maestro - L’Essere oltre la Materia: Il Tennis come Specchio dell’Anima




La luce del campo da tennis a fine giornata ha un modo tutto suo di mettere a nudo la verità. È radente, allunga le ombre e, se hai appena finito di giocare, sembra quasi voler illuminare i detriti emotivi che ti sei lasciato alle spalle tra una linea e l’altra. Oggi, uscendo dalla sala dopo aver visto Il Maestro, ho provato quella stessa sensazione di stordimento e lucidità.

Il film di Pierfrancesco Favino e del giovanissimo Tiziano Meninchelli non è solo un racconto sullo sport; è una disamina spietata e dolcissima di quello che siamo quando siamo soli davanti a un ostacolo.


Mi è capitato spesso, e so che è capitato anche a molti di voi, di vivere quel paradosso assurdo del "secondo set". Perdi il primo 6-0. Sei annichilito, svuotato. Eppure, improvvisamente, nel secondo set inizi a dominare. Perché?

Credo che la risposta risieda in un momento di rottura psicologica che il film dipinge magnificamente nel rapporto tra il Maestro (un Favino monumentale, capace di trasmettere il peso di ogni singolo rimpianto con un solo sguardo contratto) e il bambino (un Meninchelli che è pura istintività).

Quando tocchi il fondo, accade qualcosa di magico: l'inibizione muore.

  • L'addio all'assillo: Non hai più nulla da perdere. L’ossessione del risultato, quel rumore bianco che ti sporca il gesto tecnico, svanisce perché il "peggio" è già accaduto.

  • Il colpo leggero: Senza il peso del pensiero, il braccio si scioglie. Non è più la materia — la racchetta, la pallina, il muscolo — a comandare, ma l'Essere.

  • L'estraniazione: Ti guardi da fuori e, in quell'assenza di giudizio verso te stesso, diventi finalmente efficace.


Nel film, il legame tra Favino e Meninchelli è il cuore pulsante di questa teoria. Il Maestro porta sul campo le sue cicatrici, le sue paure che sono diventate corazze rigide; il bambino, invece, è ancora in quella fase in cui la paura è un’emozione fluida, non ancora trasformata in blocco.

Vederli interagire è stato come osservare due fasi della stessa vita che provano a comunicare. Il Maestro insegna la tecnica, ma è il bambino a ricordare al Maestro (e a noi) che il tennis, come l'esistenza, diventa complesso solo quando smettiamo di accettarne la semplicità.

Il tennis è uno sport terribile perché ti costringe al monologo interiore costante. Ma è proprio in quel dialogo, a volte feroce, che scopriamo che la vittoria non è mai un punteggio, ma il momento in cui smettiamo di combattere contro noi stessi e iniziamo, semplicemente, a colpire.

Uscendo dal cinema, mi sono portato dietro una certezza: siamo tutti quel Maestro stanco che cerca di ritrovarsi, e siamo tutti quel bambino che colpisce la palla senza chiedersi dove andrà a finire, finché non scopre che, proprio non chiedendoselo, la palla finisce esattamente dove deve stare.

In fondo, la vita è tutta qui: un set perso malamente e la forza, meravigliosa e illogica, di ricominciare il successivo con la leggerezza di chi non ha più paura di sbagliare.

mercoledì 1 aprile 2026

Non ci sono parole - solo PAROLACCE

 



Comunque una cosa la volevo aggiungere, e lo dico spontaneamente e senza alcun forma di intento diverso. Ho apprezzato molto le parole del direttore di Skyspot( non è uno sbaglio, meno pubblicità per favore) Ferri e di Fabio Caressa, che hanno manifestato un disappunto figlio non solo di critiche ma votato al bisogno di trovare una soluzione concreta, manifestando comunque totale sdegno ed incomprensione verso una persona che negli anni non ha dimostrato alcuna dignità e rispetto verso il popolo italiano

L'UNICO VERO DILETTANTE SEI TU


In una recente conferenza stampa tenutasi il
1° aprile 2026 (a seguito della mancata qualificazione ai Mondiali), il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha discusso del ruolo del calcio rispetto agli altri sport, affrontando il tema della differenza tra professionismo e dilettantismo
. 
Ecco un estratto significativo delle sue dichiarazioni:
"L'Italia vince in altri contesti e non nel calcio? Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità.

martedì 31 marzo 2026

Bosnia-Italia: Se non rifacciamo le fondamenta, il Mondiale è solo un’altra figurina vuota

E' QUESTO IL PROBLEMA




Diciamocelo chiaramente, senza girarci troppo intorno: fa quasi tenerezza vedere un intero Paese col fiato sospeso, a pregare tutti i santi del calendario perché abbiamo paura della Bosnia. Ma davvero siamo arrivati a questo punto? Stiamo qui a fare i calcoli col pallottoliere sperando di strappare un biglietto per il Mondiale, ma poi, una volta lì, che ci andiamo a fare? A fare le comparse nel teatro dei grandi mentre gli altri ballano?

Il punto non sono i piedi dei giocatori. Togliamoci dalla testa l'idea che servano per forza undici alieni per fare strada. Guardate il Marocco nello scorso Mondiale: sono arrivati in semifinale non perché avessero i cloni di Maradona in ogni ruolo, ma perché avevano fame, organizzazione e un’identità precisa. Correvano il doppio, credevano in un progetto. Noi, invece, siamo rimasti fermi al "speriamo che qualcuno tiri fuori il coniglio dal cilindro".

Il vero dramma è che stiamo cercando di costruire un attico di lusso su delle fondamenta che marciscono. La struttura, la gestione, la visione a lungo termine... sono concetti che dalle parti della FIGC sembrano arabo. Sono dieci anni che ai vertici si alternano persone che sembrano più preoccupate di mantenere la poltrona che di seminare per il futuro. Se chi comanda non capisce che bisogna favorire la crescita dei talenti, dare basi solide ai settori giovanili e smetterla di vivere di rendita sui successi del passato (che ormai hanno la muffa), non andremo mai da nessuna parte.

Andare al Mondiale per puro caso, magari grazie a un rimpallo fortunato al 90', sarebbe quasi un danno. Sarebbe l'ennesimo velo pietoso steso su un sistema che ha bisogno di un reset totale. È inutile "shippare" la Nazionale se dietro c'è il vuoto cosmico. O cambiamo marcia, o cambiamo le teste al comando, oppure continueremo a tremare ogni volta che incontriamo una squadra organizzata, fosse anche la Bosnia o il dopolavoro ferroviario.

Rinnovamento non è una brutta parola, è l'unica via d'uscita. Senza quello, il Mondiale è solo un altro viaggio premio per chi non se lo merita.

lunedì 30 marzo 2026

L’eterno inseguimento di Leclerc: quando vedremo il Re di Monaco su una macchina da titolo?




Il Gran Premio di Suzuka ci ha appena regalato un’istantanea nitidissima del nuovo corso della Formula 1. Se l'anno scorso il duello tra Verstappen e Norris sembrava il fulcro di tutto, oggi gli equilibri sono saltati. Abbiamo visto una Mercedes, la W17, che sembra appartenere a un’altra categoria, quasi un alieno atterrato tra i cordoli giapponesi. E in mezzo a questa supremazia tecnologica, emergono due nomi che stanno accendendo i sogni degli appassionati: Andrea Kimi Antonelli e Charles Leclerc.

Aka (come ormai tutti chiamano il giovane talento italiano) ha guidato con una maturità che spaventa, pennellando le curve della "S" con una naturalezza disarmante. Ma mentre lui volava verso la vittoria, gli occhi di molti erano puntati sullo specchietto retrovisore di Charles. Ancora una volta, il Re di Monaco si è trovato a fare i miracoli con quello che ha.

L’eterno corpo a corpo di Charles

La domanda che mi ronza in testa (e che molti di voi mi hanno scritto nei commenti) è brutale nella sua semplicità: Leclerc ha mai avuto tra le mani la macchina migliore del lotto?

Se ripercorriamo la sua storia in Rosso, il copione sembra un loop infinito:

  • Nel 2019, la sua stagione d'esordio in Ferrari, doveva vedersela con una Mercedes stellare.

  • Nel 2022, dopo un inizio folgorante che ci aveva fatto illudere, la F1-75 si è sciolta sotto i colpi dello sviluppo (e dell'affidabilità) della Red Bull.

  • Poi è arrivato il dominio totale di Verstappen, e Charles è passato anni a difendersi, a inventarsi sorpassi al limite, a cercare il decimo dove non c'era.

E oggi? Oggi la storia si ripete. La Ferrari SF-26 è una gran macchina nelle sezioni guidate, è sincera, è bellissima da vedere, ma paga dazio sul fronte dell'efficienza elettrica rispetto alla Mercedes. Vedere Leclerc lottare con il coltello tra i denti per un podio, mentre Antonelli e Russell sembrano gestire con un braccio fuori dal finestrino, fa riflettere.

Il paradosso del talento

Non sarebbe giunto il momento di vedere cosa succederebbe a parti invertite? È il grande "What If" della Formula 1 moderna. Abbiamo un pilota con una sensibilità fuori dal comune, capace di giri in qualifica che sfidano le leggi della fisica, costretto quasi sempre a giocare di rimessa.

Sia chiaro: il valore di un campione si vede anche nella capacità di trascinare un team fuori dalle sabbie mobili, e Charles lo sta facendo con una dedizione commovente. Ma l'idea di vederlo su una "macchina totale", senza dover guardare costantemente i consumi o il gap di velocità massima, è qualcosa che credo tutti noi vorremmo scoprire.

"A memoria non ricordo un Leclerc che non debba difendersi da qualcuno che ha più cavalli o più carico."

Una sfida equa (o quasi)

Il duello tra Antonelli e Leclerc potrebbe essere il manifesto di questa nuova era. Da una parte il giovane predatore sulla macchina perfetta, dall'altra il veterano (nonostante l'età) che mette il cuore oltre l'ostacolo. Ma per essere una battaglia davvero epica, servirebbe quel pizzico di equilibrio tecnico che ancora manca.

Voi cosa ne pensate? Credete che la Ferrari riuscirà a colmare il gap con gli aggiornamenti prima che il mondiale prenda definitivamente la strada di Brackley?

venerdì 27 marzo 2026

Il Voto delle Due Italie - la Vittoria del NO brinda al Sistema delle Ombre



Il voto referendario ha lasciato sul campo una scia di polvere e interpretazioni che meritano un’analisi fredda, quasi chirurgica, eppure profondamente umana. Se osserviamo la mappa del consenso, emerge una spaccatura che non è solo geografica, ma strutturale: la fotografia nitida di un’Italia a due velocità, dove la percezione del cambiamento si scontra frontalmente con la resistenza di sistemi antichi.

Analizzando i flussi, il Nord ha risposto in modo diametralmente opposto rispetto al Centro-Sud. Nelle regioni settentrionali, dove il tessuto socio-economico presenta indici di integrità amministrativa statisticamente più elevati e una corruzione meno ramificata nelle istituzioni, la riforma ha tenuto o ha vinto. Al contrario, il Mezzogiorno ha eretto un muro di "No". Ma cosa significa questo, tecnicamente? La riforma mirava a una decentralizzazione della responsabilità fiscale e a una maggiore trasparenza nei processi decisionali. In un contesto sano, questi sono strumenti di efficienza; in un sistema dominato dal voto di scambio e dal clientelismo, sono minacce letali allo status quo.

Non possiamo ignorare l'elefante nella stanza: le grandi organizzazioni criminali sono, storicamente e antropologicamente, figlie del Sud. Il loro potere non si basa solo sulla forza bruta, ma sulla capacità di infiltrarsi nelle pieghe di una burocrazia farraginosa e di un controllo centrale spesso inefficiente. Perché le mafie temono la riforma? Perché l'autonomia e la responsabilità diretta dei territori tendono a restringere quegli spazi grigi dove la criminalità organizzata prospera. Mantenere il "No" significa, nei fatti, proteggere quei canali di finanziamento pubblico e quelle opacità gestionali che permettono al "Sistema" di sopravvivere.


Chi ha promosso il fronte del "No" dovrebbe riflettere profondamente: quando i tuoi obiettivi coincidono così perfettamente con gli interessi di chi vuole mantenere il Sud in una condizione di dipendenza e corruzione, la vittoria assume un retrogusto decisamente amaro.


Guardando negli occhi questa realtà, si prova un misto di sconcerto e amarezza. È ironico vedere come certa politica celebri oggi una vittoria che, nei fatti, rischia di blindare proprio quelle dinamiche che strozzano lo sviluppo di metà del Paese. Non si tratta di cospargersi la testa di cenere, ma di capire che il risultato non è affatto una disfatta per il governo, quanto una conferma di quanto sia profonda e radicata la resistenza al merito.

Mentre scrivo, immagino i volti di chi, in fila ai seggi, ha votato con la speranza di cambiare e chi, invece, ha votato con il timore che il proprio piccolo o grande "potere" venisse intaccato da una gestione più trasparente. C'è una dignità silenziosa nel Nord che ha scelto la responsabilità, contrapposta a un grido del Sud che, paradossalmente, sembra aver scelto di restare aggrappato a vecchie catene. Identificarsi con questo successo significa, purtroppo, identificarsi con il Sistema stesso.

martedì 24 marzo 2026

Ma come cazzo fa Maldini ad essere sempre così figo???!!!!

 


Avete presente quel momento in cui guardate una vecchia foto e pensate: "Ma come mi ero vestito?" o "Perché quei capelli?". Ecco, per Paolo Maldini questo concetto non esiste. È un mistero della genetica, o forse un glitch di Matrix, ma il Capitano sembra aver trovato il telecomando per mettere in pausa il tempo, o meglio, per farlo scorrere solo a suo favore.

Guardatelo agli esordi: un ragazzo con lo sguardo limpido e quella chioma selvaggia che correva sulla fascia. C’era già tutta l'eleganza di chi sa di essere al posto giusto nel momento giusto.

Paolo Maldini young AC Milan photo, generata con l'AI


Ma la vera follia arriva dopo. Passano i decenni, cambiano le maglie, i trofei si accumulano in bacheca e lui, invece di "appassire" come noi comuni mortali che dopo i trenta iniziamo a litigare con la cervicale, diventa una sorta di Robert Redford del calcio. C’è una profondità nuova nel suo volto, una maturità che non toglie nulla alla bellezza, anzi, la scolpisce.

È quella roba lì che ti fa dire "orca miseria, che invidia". Non è solo estetica, è un'aura. Se lo metti in una stanza con ventenni in hype, lui resta comunque il più figo della compagnia senza nemmeno dover alzare un sopracciglio. Forse la razionalità ci direbbe che è merito dello sport e della vita sana, ma la parte più umana di noi preferisce credere che esista un segreto magico gelosamente custodito a Milanello.




Alla fine, ragazzi, tocca farsene una ragione: certi uomini non invecchiano, migliorano la risoluzione. Mentre noi cerchiamo il filtro giusto su Instagram, a lui basta esserci. Paolo, dacci la ricetta o almeno ammetti che hai un ritratto che invecchia al posto tuo in soffitta, perché così non vale!


il NO e Gravina - l'ITAGLIA non cambia

 



C’è un paradosso tutto italiano che sfida le leggi della fisica e della logica: quello per cui, quando una comunità dice "No" a un cambiamento, non sta solo difendendo lo status quo, ma sta involontariamente firmando un’assicurazione sulla vita a chi quel sistema lo ha già ridotto in macerie. Hai mai fatto caso a come la vittoria del "No" – in ogni sua forma, politica o sportiva – diventi istantaneamente il paravento perfetto per chi, come Gravina, ha trasformato il nostro sport nazionale in un deserto di risultati?

È un connubio perverso. Da una parte c'è l'immobilismo istituzionale che si nutre della paura del  cambiamento; dall'altra c'è una leadership che ha fallito su ogni fronte – dalla mancata qualificazione ai mondiali allo sfascio economico dei club – ma che rimane lì, marmorea, con l'espressione di chi sa di essere coperto. Non è solo questione di poltrone, è questione di architetture di potere: se le cose non cambiano, se il "No" vince sulla riforma, allora c'è chi ne trae vantaggio.

Guardateli bene: volti sereni, discorsi infarciti di tecnicismi e quella calma olimpica tipica di chi ha le spalle protette da chi ha tutto l'interesse affinché nulla si muova. Perché il fallimento  non è un incidente di percorso per tutti; per qualcuno è una condizione di vantaggio. In un sistema che non funziona, le rendite di posizione valgono oro.

L'immobilismo non è un mistero inspiegabile, è la logica conseguenza di un Paese che preferisce la certezza di un disastro conosciuto all'incertezza di una rivoluzione necessaria. Si dice che il potere logora chi non ce l'ha, ma qui sembra che il potere rigeneri chi lo usa peggio. Finché permetteremo che il "No" al cambiamento sia l'alibi per proteggere chi alimenta il fallimento, rimarremo spettatori di un naufragio gestito da capitani che non abbandonano mai la nave. Semplicemente perché sanno che la loro cabina sarà l'unica a non affondare mai.

lunedì 23 marzo 2026

L’Eterno Ritorno del Nulla: Michele Chi?




Ho guardato quella foto e il primo pensiero, quasi un sospiro di sollievo, è stato: "Per fortuna, non so chi sia Michele". Non è cattiveria, è proprio una forma di igiene mentale. È incredibile come, anno dopo anno, la TV continui a propinarci lo stesso identico copione, un diario ingiallito che conosciamo a memoria ma che qualcuno si ostina a rileggere ad alta voce, convinto di svelarci chissà quale verità profonda.

Ma quanto tempo dovrà passare prima che i palinsesti smettano di riciclare format che non hanno più nulla, ma proprio nulla, da dire? Siamo prigionieri di un loop temporale fatto di lacrime a comando, abbracci studiati al millimetro e quell'estetica patinata che puzza di vecchio. Guardate quell'abbraccio nella foto: è la quintessenza del già visto. Un’emozione confezionata in serie, pronta per essere servita al pubblico del televoto come se fosse l'evento del secolo.

La mia parte razionale capisce il business, ma quella più umana si ribella a questa narrazione pigra. Michele sarà anche un bravo ragazzo con un sogno, ma è diventato l'ennesimo ingranaggio di una macchina che macina identità per riempire i buchi tra una pubblicità e l'altra. È tutto già scritto, tutto prevedibile fino alla nausea. Forse la vera sfida non è chi arriva in finale, ma quando noi spettatori avremo il coraggio di chiudere questo libro polveroso e pretendere qualcosa che non sembri uscito da un archivio degli anni Novanta. Meritiamo storie vere, non sondaggi su Instagram che cercano di dare un senso a un vuoto pneumatico di idee.

giovedì 19 marzo 2026

I fatti separati dalle parole: l'Italia che accelera mentre il mondo frena

 



Avete presente quegli imbonitori, quei politici da salotto che si riempiono la bocca di "mille possibilità", "aiuto ai deboli" e "crescita" mentre, sotto sotto, l’unica cosa che cresce è la polvere sui loro faldoni? Ecco, io sono il primo a dire che non ho dato il voto alla "burina", ma oggi, guardando i numeri, non posso fare a meno di restare a bocca aperta.

Mentre il resto d'Europa arranca sotto il peso di un'economia globale che sembra un castello di carte scosso dal vento, l’Italia ha piazzato un colpo che definire "concreto" è poco. La notizia è di quelle che ti fanno alzare il volume della radio: avremo diesel e benzina meno cari di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. Non stiamo parlando di spiccioli. Non sono quei 3 o 4 centesimi che servono solo a farti sentire meno in colpa quando schiacci l’acceleratore. Qui si parla di un intervento "sostanzioso": tra i 20 e i 25 centesimi al litro. Un taglio vero, di quelli che senti nel portafoglio quando arrivi in cassa al distributore.

Il contesto: il "metodo Trump" e il caos globale

Per capire la portata di quello che sta succedendo qui, dobbiamo guardare cosa accade fuori. Oltreoceano, Donald Trump sta giocando una partita a poker con il mondo intero e, onestamente, i disastri si vedono tutti. Con le sue mosse aggressive in Medio Oriente — la cosiddetta "strategia della pressione massima" contro l'Iran — ha scatenato l'ennesima tempesta perfetta.

Il petrolio è schizzato alle stelle, toccando vette che non vedevamo da anni, e la sua idea di "Energy Dominance" americana sta finendo per soffocare proprio i consumatori. I mercati sono nervosi, la volatilità è la nuova norma e i costi di trasporto stanno facendo impennare l'inflazione ovunque. In Germania la stangata è record, in Francia la gente inizia a guardare il serbatoio con ansia.

Una strategia di equilibrio

In questo scenario apocalittico, la mossa italiana è un "delicato equilibrio temporale". Certo, è vincolata alla follia del mercato, ma è una risposta immediata a chi ha bisogno di muoversi per lavorare.

"Non è una questione di promesse, è una questione di fatti."

Vedere una leadership che, piaccia o meno, decide di intervenire chirurgicamente per tenere i nostri prezzi sotto quelli dei giganti europei, mi fa riflettere. Forse ce ne vorrebbero davvero di più di donne al potere, se questo è il risultato della loro concretezza.

Non so voi, ma io preferisco un fatto compiuto a mille discorsi filosofici su come "salveremo il popolo". Perché a fine mese, nel serbatoio, non ci metti le chiacchiere dei salotti. Ci metti la benzina. E se costa 25 centesimi in meno, il resto sono solo rumori di fondo.

mercoledì 18 marzo 2026

Femminicidio a Bergamo. poi tenta di uccidersi!!! Ma uccidetevi prima così risolviamo il problema




È l’ennesimo titolo che scorre sullo schermo, freddo come il marmo: Bergamo, 42 anni, un’altra vita spezzata. E poi il solito copione, quello del "tentato" suicidio. Ma parliamoci chiaro: è ora di smetterla di chiamarlo il gesto della disperazione. Perché, guarda caso, questa presunta disperazione arriva sempre un secondo dopo aver distrutto tutto, mai un secondo prima.

C'è un'efficienza chirurgica, quasi militare, quando si tratta di colpire una donna, una ex, una compagna. Lì la mira non sbaglia, lì la mano non trema. Ma quando arriva il momento di rivolgere quell’arma, o quel peso, contro se stessi, improvvisamente si diventa degli inetti. Si diventa goffi, incerti, quasi a voler restare a guardare il disastro appena compiuto.

Allora facciamo un patto di onestà: se quella "carica emotiva" è così insopportabile, se il mondo vi sembra davvero crollare addosso, usatela subito su voi stessi. Fatelo prima. Risparmiateci la cronaca nera, il dolore di una famiglia, il vuoto incolmabile di una vita che aveva ancora tutto da dire.

Un pirla in meno nel mondo, una donna in più viva. Il calcolo è semplice, quasi banale nella sua logica. Invece di diventare "letali" contro chi dicevate di amare, provate a essere altrettanto risoluti con il vostro stesso destino, se proprio non riuscite a gestire il rifiuto o la fine.

È inutile piangere dopo. È inutile cercare la pietà di un tribunale o di un pubblico attraverso un tentato suicidio che puzza di farsa. Se volete davvero porre fine a un tormento, fatelo da soli, in silenzio, senza portarvi dietro chi non c'entra nulla con i vostri mostri. Sarebbe l'unico, vero atto di responsabilità in una marea di vigliaccheria.

Coppa d'Africa ma come si fa a rendere tutto così schifoso???!!!



È difficile restare in silenzio quando vedi la polvere nascondere la bellezza di un campo da gioco. Ci sono momenti in cui lo sport smette di essere quella zona franca dove il merito dovrebbe essere l'unica legge, per diventare l'ennesimo ufficio dove si firmano sentenze già scritte.

Stiamo parlando di una ferita aperta: quello che è successo al Senegal non è solo un errore tecnico o una svista arbitrale. È un sopruso che colpisce al cuore l'essenza stessa della competizione. Lo sport nasce per unire, per offrire una disciplina che sia giustizia pura, dove chi corre di più e chi mette la palla dentro vince. È quel bisogno profondo di sentirsi parte di qualcosa di pulito, una tregua dal cinismo di un mondo dominato da interessi e avidità.

Eppure, eccoci qui. Prima il tentativo di seppellire la realtà con un rigore inesistente a tempo scaduto, come se la giustizia potesse essere manipolata a comando. E poi, visto che il campo non voleva piegarsi, la decisione politica. Una mossa senza senso, priva di ogni valore sportivo, che annulla la supremazia dei meriti per far spazio a logiche che con il calcio non hanno nulla a che fare.


Il peso di una vittoria senza merito

Mi chiedo, e lo chiedo a chi mastica ancora un briciolo di onestà intellettuale: come possono i giocatori del Marocco o i loro tifosi sentirsi campioni legittimi? Come si fa a festeggiare un trofeo sapendo che sul campo, lì dove batte il cuore della sfida, il risultato diceva 1-0 per gli avversari?

  • La vittoria è un sapore, non solo un trofeo in bacheca. Se non è condita dal merito, resta amara.

  • La competizione è un patto, e oggi quel patto è stato tradito davanti agli occhi di tutti.

Vedere ambienti così carichi di tensione trasformarsi in teatri di ingiustizia fa male. Guardo i volti dei giocatori, immagino le loro espressioni: lo sguardo fisso di chi ha dato tutto e si vede scippare il risultato da una penna su un foglio, non da un gol subito. È un'immagine che stride con l'idea di fratellanza che il calcio dovrebbe promuovere. Forse sono un illuso a credere ancora nella purezza del tifo, ma se smettiamo di indignarci per queste derive, allora abbiamo davvero perso tutti, non solo il Senegal.

martedì 17 marzo 2026

Chi muove i fili dietro lo schermo? Una riflessione sul Referendum e Sky




Seguo spesso Skytg24. Mi piacciono i ritmi, la grafica pulita e, soprattutto, apprezzo la lucidità chirurgica di Mariangela Pira. È una delle poche che riesce a spiegare le Borse senza fartele sembrare un club d'élite per pochi eletti; ti fa capire davvero chi muove i flussi del mercato e perché. Eppure, osservando il canale in queste settimane, ho notato qualcosa che prescinde dall'analisi tecnica della Pira.

Ho la sensazione che i vari "contenitori" politici ed economici della rete stiano spingendo sull'acceleratore, indirizzando discussioni e considerazioni verso una scelta precisa per il prossimo referendum: il NO.

Mi sono fermato a riflettere, con quella punta di sano scetticismo che serve a non prendere tutto per oro colato. Chi è, oggi, l'editore di Sky? E soprattutto, che interesse concreto avrebbe a ottenere una vittoria del NO, impedendo l'applicazione della legge?

Sappiamo che dietro il brand c'è Comcast, un gigante americano che ragiona su scala globale. In un mondo dove i capitali si spostano con un clic, la stabilità è il bene più prezioso. Forse una grande multinazionale teme che un cambiamento radicale delle regole del gioco possa innescare un’incertezza capace di spaventare gli investitori? O c'è dell'altro, magari legato a equilibri normativi che noi, da spettatori, fatichiamo a decifrare tra un servizio e l'altro?

Non è un’accusa, sia chiaro. È una domanda che pongo a voi, perché a volte, per capire davvero chi muove i mercati, bisogna guardare non solo cosa viene detto, ma anche chi paga il microfono.


Ma chi c’è davvero dietro le quinte?

Spesso mi chiedete: "Ma non è che sotto sotto ci sono i soliti noti? Gli Agnelli, i De Benedetti, i grandi salotti buoni dell'industria italiana?". La risposta, carte alla mano, è un po' più complessa e, per certi versi, ancora più interessante.

Sky Italia è 100% americana. Dal 2018 il proprietario è Comcast, un colosso di Philadelphia che fattura oltre 120 miliardi di dollari. Se guardiamo l'azionariato di Comcast, non troviamo i cognomi della nostra storia industriale, ma i "padroni del vapore" della finanza globale:

  • Vanguard Group e BlackRock: i due fondi d'investimento più potenti al mondo (quelli che la Pira, appunto, definisce spesso i "market mover").

  • Brian Roberts: il CEO che detiene il controllo effettivo tramite azioni speciali.

Quindi, zero legami con l'Italia? Non esattamente. Sebbene non ci siano quote azionarie di Agnelli o De Benedetti in Sky, esiste una "comunanza di interessi" che viaggia su binari paralleli.

  1. L'élite economica: Comcast e i grandi gruppi italiani (come Exor degli Agnelli) frequentano gli stessi ambienti finanziari globali. Se una riforma in Italia viene percepita come un rischio per gli investimenti esteri, BlackRock e i grandi capitalisti italiani reagiscono allo stesso modo: con estrema prudenza.

  2. Stabilità vs. Cambiamento: Un editore americano non ha un interesse "politico" nel senso nostrano del termine (non tifa per un partito per ottenere una poltrona), ma ha un interesse regolatorio. Vuole che le regole del gioco non cambino. Se il referendum viene visto come un elemento di instabilità istituzionale, la linea editoriale rifletterà naturalmente questo timore.

Insomma, forse non dobbiamo cercare il "patto segreto" tra famiglie, ma guardare a quella che gli americani chiamano Corporate Governance. L'interesse di Sky è l'interesse dei grandi fondi che la possiedono: meno scossoni, più certezze.

lunedì 16 marzo 2026

Serata degli Oscar ma come si fa... distacchiamoci da tutto questo





Le luci della notte degli Oscar filtrano attraverso lo schermo, ma quest’anno il riflesso sembra più freddo, quasi metallico. Guardavo quei sorrisi perfettamente simmetrici, quegli abiti che costano quanto il PIL di un piccolo comune, e non riuscivo a scrollarmi di dosso un senso di profonda dissonanza. Mentre il mondo si interroga su come far quadrare i conti, su come evitare che i venti di guerra diventino tempeste globali e su come resistere a un’economia del profitto che ci vuole tutti spettatori paganti, a Los Angeles si celebrava il trionfo dell'apparenza.

È il paradosso americano, incarnato oggi più che mai da figure divisorie come Donald Trump, che sembrano trattare la geopolitica come un reality show di pessimo gusto. Un’intera nazione che, per diritto acquisito o presunto, decide le sorti economiche e belliche del pianeta, costringendo gli altri Stati a rincorrere soluzioni d'emergenza per riparare i danni prodotti altrove. Eppure, nonostante le crepe evidenti, il diktat rimane lo stesso: the show must go on. Lo spettacolo deve continuare, anche se il palco sta bruciando.

C’è qualcosa di profondamente inquietante in questa capacità di ignorare il peso umano delle proprie scelte. Ci hanno insegnato a guardare a Ovest come al faro della civiltà, ma oggi quel faro sembra proiettare solo ombre lunghe, fatte di esclusione e cinismo. È una politica che ha svuotato il sentimento, sostituendolo con il fatturato, e che pretende che il resto del mondo batta le mani a tempo.

Forse il vero atto di ribellione oggi non è spegnere la TV, ma iniziare a pensare fuori da quel perimetro dorato. Distaccarsi da un modello che mette il profitto davanti alla sopravvivenza dell'altro non è solo una scelta politica, è una necessità spirituale. Abbiamo bisogno di ritrovare una misura umana, una razionalità che non sia schiava del mercato e una sensibilità che non si faccia incantare dagli allori di una serata di gala. Perché se è vero che lo spettacolo deve continuare, è altrettanto vero che siamo noi a poter scegliere di cambiare canale, o meglio ancora, di scrivere un’altra storia.


Trionfa e conquista la statuetta più ambita per un attore, come miglior attore non protagonista, ma al Dolby Theatre, non si fa vedere. La Notte degli Oscar 2026 è orfana di un grande protagonista, Sean Penn.( ma per fortuna, questo ti fa onore, non ci si può sempre piegare allo show biz e fare finta di nulla, un minimo di denuncia sociale è sacrosanto)

giovedì 12 marzo 2026

4 deragliamenti tram a Milano in 20 giorni - Spinta per influenzare il voto del NO????

 










L'anomalia dei venti giorni

Vedere quattro incidenti significativi in meno di tre settimane, dopo anni di relativa stabilità, è un dato che salta agli occhi. In ingegneria della manutenzione esiste il concetto di "guasto a grappolo", ma solitamente riguarda componenti identici prodotti nello stesso lotto. Qui, invece, abbiamo:

  • Deragliamenti di tram a Milano (come quello della linea 9 in viale Monte Nero e quello in zona Porta Lodovica).

  • Incidenti ferroviari minori sulla rete regionale, spesso derubricati a "guasti tecnici" che causano ore di blocco.

È oggettivamente difficile accettare che l'usura del parco mezzi, che è un processo lento e costante, decida di manifestarsi in modo così violento e concentrato proprio ora. Questo porta ad ipotesi di sabotaggio

Il silenzio sui dati del Referendum

Il collegamento  tra questi disastri e la trasparenza sui fondi del Comitato per il NO tocca un punto nevralgico della cronaca di questi giorni. Il rifiuto di rendere pubblici i nomi dei sostenitori economici, nonostante il pressing del Ministro Nordio e le interrogazioni parlamentari, crea un'ombra di mistero.

Se esistesse un disegno per destabilizzare il clima sociale prima del voto del 22 marzo, la strategia della "tensione a bassa intensità" (colpire i trasporti urbani per esasperare i cittadini) sarebbe, storicamente parlando, un classico. L'incertezza genera paura, e la paura spesso spinge verso soluzioni autoritarie o verso il mantenimento dello status quo, a seconda di chi viene percepito come "garante della sicurezza".

Un'ipotesi tecnica: il sabotaggio silenzioso

Tornando alla  domanda, perché solo treni e tram? Perché nelle metropolitane è quasi impossibile agire senza essere visti. Sui binari del tram o su tratti di ferrovia regionale isolati, invece, basta poco per creare un disastro. Un bullone allentato in uno scambio o un oggetto metallico inserito in un punto cieco non richiedono una logistica complessa, ma possono avere effetti devastanti.

Il fatto che nessuno stia parlando apertamente di sabotaggio potrebbe essere una scelta investigativa per non generare panico o per non dare "idee" ad altri, ma è chiaro che la Procura di Milano stia indagando a 360 gradi, non escludendo alcuna pista, compresa quella del dolo.

In questo scenario così teso, la mancanza di trasparenza sui finanziamenti politici non fa che alimentare il sospetto che ci siano interessi molto grandi in gioco, pronti a tutto pur di non perdere terreno.


mercoledì 11 marzo 2026

Ecco perché i Vip preferiscono il toupet all'autotrapianto in Turchia





Il successo della Turchia è legato a una democratizzazione del processo: pacchetti tutto compreso che hanno reso accessibile ciò che prima era un lusso. Tuttavia, un personaggio pubblico con un patrimonio ingente ragiona in modo diverso.

  • La privacy come lusso: Andare in una clinica turca, per quanto eccellente, significa spesso trovarsi in strutture massive, con decine di pazienti al giorno. Un vip preferisce cliniche private in Canada (come Conte), negli USA o in Svizzera, dove può affittare un'intera ala e garantire l'anonimato assoluto.

  • La gestione del "post": Il trapianto ha una fase post-operatoria — crosticine, gonfiore, rossore — che dura settimane. Per chi vive di immagine, sparire dai radar per un mese o farsi fotografare dai paparazzi in quello stato è un rischio professionale.

l fascino discreto del Toupet (o Protesi)

Max Biaggi e Sal Da Vinci sono un esempio perfetto di come la psicologia umana preferisca a volte la certezza del "finto" alla scommessa del "vero".

  • Risultato immediato: Un trapianto richiede dai 6 ai 12 mesi per mostrare il risultato finale. Una protesi di nuova generazione (quelle che oggi chiamano sistemi capillari) offre una densità perfetta in un'ora.

  • La paura del fallimento: Non tutti i trapianti riescono. Esiste il rischio del rigetto parziale o di un aspetto "a bambola" se non eseguito con arte sopraffina. Per un vip, un trapianto venuto male è un danno d'immagine permanente; un parrucchino si può sempre togliere o cambiare.

Una riflessione più profonda

In fondo, c'è una sottile malinconia nel vedere uomini che hanno dominato piste o palcoscenici lottare contro il tempo che avanza. Accettare un toupet è, ironicamente, un modo per mantenere cristallizzata un'immagine di sé che il pubblico conosce da decenni. Forse temono che un nuovo trapianto, troppo perfetto o troppo diverso, rompa quell'incantesimo di familiarità che hanno costruito con i fan.

Alla fine, la scelta tra un bisturi a Istanbul e un adesivo invisibile sulla pelle è il riflesso di come ognuno di noi gestisce la propria vulnerabilità davanti allo specchio.

martedì 10 marzo 2026

Dott.ssa Lucrezia Gallo a Buccinasco: l’odissea per una visita dermatologica e mio figlio pieno di chiazze da oltre un mese




Esiste un confine sottile tra efficienza organizzativa e totale distacco dalla realtà clinica. Mio figlio l'ha varcato questa settimana, sulla sua pelle. Letteralmente.

Siamo finiti sotto le cure della dott.ssa Lucrezia Gallo a Buccinasco. Il problema? Un’allergia aggressiva che gli ha riempito il corpo di chiazze rosse. Una situazione compromessa, evidente, che richiederebbe un briciolo di tempestività. Invece, ecco il resoconto di un naufragio assistenziale:

  • L'appuntamento fantasma: Dopo una settimana di attesa, arriviamo in studio e la titolare non c’è. Al suo posto un sostituto che, davanti a un ragazzo "fiorito" di macchie, liquida la pratica con una crema e un antistaminico. Niente impegnativa per il dermatologo, niente approfondimento. Solo un "aspettiamo e vediamo".

  • Il peggioramento: Passa un’altra settimana. La situazione non migliora, anzi. Eppure, ottenere quella benedetta visita specialistica sembra diventata un'impresa degna delle fatiche di Ercole.

  • La fortezza inespugnabile: Provi a chiamare? Buona fortuna. La finestra è dalle 8:00 alle 9:00 del mattino: un’ora di occupato fisso, una roulette russa telefonica dove non vince mai l'utente. Scrivi una mail? La risposta è un gelido "prendete un nuovo appuntamento e portatelo in studio". Ma ci siamo già stati! È proprio questo il punto: serve uno specialista, non un altro giro di giostra burocratico.

Ma vi sembra normale? Leggendo il prontuario dello studio, sembra di trovarsi davanti a un ufficio ministeriale degli anni '70 piuttosto che a un presidio medico moderno. Tre giorni lavorativi per una risposta via mail, divieto di sollecito, e degli orari di ambulatorio che definire "ridotti" è un eufemismo: due ore al giorno, spesso in fasce orarie che sembrano fatte apposta per rendere tutto difficile.

È questo il volto della medicina di base oggi? Un elenco di paletti, orari impossibili e una totale assenza di flessibilità di fronte a un ragazzo che sta male? Mi chiedo se dietro a queste tabelle e a questi muri telefonici ci sia ancora spazio per l'ascolto e la cura, o se siamo diventati solo numeri da gestire tra un "non rispondo al telefono" e un "riapriamo tra tre giorni".

lunedì 9 marzo 2026

Il Var serve a farci capire che la vittoria di una squadra viene determinata a tavolino?

bagher




Ma infatti, raga, fermi tutti: stiamo scherzando? Ho appena finito di rivedere il replay del rigore negato alla Cremonese contro il Lecce e sento un cortocircuito logico che neanche il peggior bug di sistema.

Parliamoci chiaro: il giocatore grigiorosso è lì, coordinato, sta per caricare il tracciante verso la porta e viene letteralmente spostato con una spinta che si vedeva pure dal terzo anello senza occhiali. Eppure, la terna arbitrale? Ghosting totale. Ma la vera perla, il momento "AI allucinata", è il VAR. Non solo non chiamano l’on-field review per correggere lo scempio, ma riescono a partorire una punizione contro la Cremonese. È un plot twist degno di una serie TV scritta male, di quelle che cancellano dopo la prima stagione perché non hanno senso.

E se pensavate che il fondo fosse stato toccato, ecco che arriva Ricci del Milan a ricordarci che le regole sono diventate un’opinione creativa. Stoppare la palla con la mano in piena area? Ormai è considerato "controllo di classe". Sì, quel mix tra un bagher di pallavolo e un intervento da freestyle che ormai nel calcio moderno sembra essere diventato legale, a patto di avere la maglia giusta.

Siamo arrivati al punto in cui guardare una partita è diventato un esercizio di pazienza zen. C'è tutta questa tecnologia, telecamere ovunque che potrebbero contare i fili d'erba, e poi ci perdiamo su falli lampanti che gridano vendetta. Mi chiedo se in sala VAR stessero ordinando il sushi o se abbiano semplicemente deciso che la fisica, in certe aree di rigore, è un concetto opzionale.

Incredibile come si riesca a rendere cervellotico uno sport che dovrebbe essere di una semplicità disarmante. Se questo è il calcio 4.0, ridatemi il pallone di cuoio e il fango, perché qui l'unica cosa "smart" sembra essere la capacità di ignorare l'evidenza.