lunedì 8 giugno 2026

Il giorno in cui Michael Jackson ha smesso di essere un mito



Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.

Poi, l’altra sera, ho guardato il documentario "The Michael Jackson story". E per la prima volta nella mia vita, ho provato qualcosa di totalmente nuovo, quasi spaventoso: la repulsione.
Non sto parlando solo degli ultimi, tragici anni della sua vita. La sensazione è nata molto prima, tornando indietro fino ai tempi d'oro di Thriller. Guardando quelle immagini con occhi diversi, ho percepito chiaramente un essere umano completamente staccato dalla realtà. Un uomo imprigionato in un delirio di onnipotenza che, contrariamente a quanto ho sempre voluto credere, non aveva nulla di ingenuo o spontaneo. Era tutto studiato. Tutto calcolato.
Prendiamo la celebre intervista con Oprah Winfrey del 1993. Rivederla oggi, sapendo quello che sappiamo, mi ha fatto accapponare la pelle. In quel momento storico Michael doveva assolutamente recuperare il mercato afroamericano, perché era evidente a tutti che stesse diventando bianco. Per farlo, ha messo in piedi una narrazione perfetta. Ma facciamo un bagno di realtà: parliamo di un uomo che si faceva cucire i toupet sul cuoio capelluto, che si è sottoposto a innumerevoli plastiche facciali e che, come è emerso in seguito, abusava di cocktail chimici di ogni tipo per dormire o per darsi la carica. Vi pare che un uomo così avrebbe avuto problemi a distruggere la propria pigmentazione per motivi di immagine o personali?
Questo pezzo del puzzle, per me, si è incastrato perfettamente con un altro dettaglio che conservavo in mente. Tempo fa vidi un documentario sulla Motown. Un magazziniere raccontò che, al momento della storica scissione quando i Jackson 5 passarono alla Epic, la Motown trattenne i loro costumi di scena. Ebbene, nelle tasche dei vestiti di Michael trovarono tantissime creme per i brufoli, ma anche flaconi di creme schiarenti.
Io, a essere onesto, alla storia della vitiligine non ci ho mai creduto. Fino a quell'intervista con Oprah, quella parola non era mai, mai emersa. Com'è possibile che un uomo sotto i riflettori mediatici da quando aveva dieci anni non avesse mai menzionato questa patologia? Com'è possibile che non l'avessero mai fatto i giornalisti o i suoi stessi familiari?
Dire quelle cose davanti a milioni di persone, in quel modo, con quello sguardo apparentemente indifeso, mi ha provocato un profondo disgusto. Mi è crollato un castello di carte. Se ha potuto mentire al mondo intero in quel modo, con quella freddezza calcolata, chi mi garantisce che non abbia mentito allo stesso modo su tutto il resto della sua vita?

Tennis e algoritmi: la strana gestione di GameSet, dove Giuliani decide chi gioca e chi no




Cara community di GameSet,

ci ritroviamo qui, uniti da una passione che ci fa svegliare presto la domenica mattina, con i borsoni pesanti sulle spalle e quella leggera tensione allo stomaco che solo il profumo dei campi in terra rossa o il rimbalzo regolare sul cemento sanno dare. Guardiamo i nostri avversari negli occhi, stringiamo la racchetta con le mani sudate e cerchiamo, in quei sedici o trentadue partecipanti, lo stimolo per superare i nostri limiti nei gironi all'italiana. Il meccanismo sulla carta è semplice, quasi perfetto. Paghiamo la nostra quota di 10 €, aspettiamo il tabellone e via, si gioca.

Ma c'è un "ma". Un "ma" grande quanto un campo da gioco.

Giocare un torneo amatoriale significa accettare una sfida nella sfida. Quando non c'è un arbitro di sedia a decretare se una palla è dentro o fuori, quando non c'è una figura neutra che vigila sul punteggio o sulla correttezza, la partita si sposta su un altro livello. Diventa una questione di compromesso logistico – venirsi incontro sugli orari, sulle superfici, sulle distanze – e, soprattutto, di lealtà sportiva.

Chiunque passi ore a guardare il tennis professionistico in TV sa benissimo che il campo è una pentola a pressione. Sotto l'effetto dell'adrenalina, i volti si contraggono, le espressioni si fanno dure, i respiri affannati. Abbiamo visto tutti racchette scagliate a terra, bottigliette prese a calci o proteste vibranti sull'ennesimo out millimetrico. A volte, un atteggiamento un po' sopra le righe serve persino a darsi la sveglia, a scrollarsi di dosso il torpore di un set iniziato male.

Intendiamoci: di Rafa Nadal, algido, perfetto e impeccabile nella sua etica d'acciaio, ce n'è uno solo. Tutti gli altri, compresi i campioni da cui compriamo le racchette, sono umani che lottano con i propri demoni sul rettangolo di gioco.

A me è capitato spesso di incrociare lo sguardo di avversari con la bava alla bocca, pronti a fare la guerra su ogni punto, contrariati da una deviazione del nastro. Eppure, finita la partita, non sono mai tornato a casa a "piangere da mammina". ( certo ci sono alcuni che non crescono mai, che si comportano eternamente come fossero all'asilo) - Ricordo alcuni episodi, uno con con un certo Finzi, che ha un negozio di ottica a Milano,  Prima di organizzare la partita, per cui mi ero già occupato di trovare campo, giorno ed orario, mi chiamò svariate volte perché era uno di quei periodi in cui il clima era variabile, ed i campi appena scoperti. Mi fece chiamare anche il centro, più di una volta, per chiedere se i campi fossero praticabili, e lo stesso continuava ad affossarmi l'anima anche dietro rassicurazioni ( perché lui doveva esserne certo prima di chiudere il negozio), inoltre fece pagare a me l'intera del campo perché lui non voleva usare la app Playtomic - per non parlare della partita, un pallettaro che si metteva a fondo campo. Quelli con cui ti chiedi ( ma lo sai che stai giocando un amatoriale??? Cazzo almeno divertiamoci!!!). Un altro con un certo Arata, sembrava di giocare alla moviola, ma caspita può capitare che ti "cadono i coglioni", se fai un'amatoriale, per cui a parte la simbolica vittoria per un girone, o per un torneo che ha come unica validità quella di aumentare la capacità economica di Giuliani, non ti diverti, no? 

 Fa parte del contesto competitivo. Se accetti di giocare senza supervisione, accetti anche la ruvidezza del confronto umano.

Ed è qui che il discorso si sposta su chi questa piattaforma la gestisce. Caro Giuliani, il tuo ruolo non può limitarsi a raccogliere le quote e far partire i playoff automatizzati. Gestire una community di sportivi richiede qualcosa in più del semplice inserimento di dati in un algoritmo.

Allo stato attuale, il sistema non prevede verifiche sui punteggi né sulla reale correttezza delle votazioni successive. Di conseguenza, assistiamo a uno scenario paradossale: basta che qualcuno perda un match, o incontri un avversario che mantiene una legittima autorità senza farsi condizionare, per veder partire lamentele infondate. E tu, senza alcun riscontro fattivo, senza aver visto le espressioni dei giocatori o sentito lo schiocco della palla, decidi di ascoltare l'unica campana che suona per prima, arrivando persino a estromettere le persone.

Se si vuole squalificare o allontanare un utente, bisognerebbe farlo sulla base di prove concrete, non sulle recensioni emotive di chi non sa accettare una sconfitta o un confronto acceso. Per governare il gioco, bisogna anche masticarlo, conoscerne le dinamiche psicologiche e i momenti di tensione.

Sorrido al pensiero che, applicando questo metro di giudizio così severo e privo di verifiche nel circuito professionistico, probabilmente oggi nessun tennista potrebbe più scendere in campo. Resterebbe solo Nadal a giocare da solo contro il muro. Un po' noioso, non trovi?

Amiamo questo sport proprio perché è vero, sporco, appassionato e a volte spigoloso. Chiediamo solo che chi gestisce i fili di questa piattaforma dimostri la stessa maturità che noi, ogni volta, cerchiamo di portare sul campo da gioco.

Ci vediamo al prossimo match. Di persona, s'intende.

domenica 7 giugno 2026

Il Paradosso Leclerc-Ferrari , Voi lo avete capito???



Avete presente quelle coppie che passano l'anno a lanciarsi piatti in cucina, a guardarsi con il broncio sul divano e a lamentarsi con gli amici di quanto sia diventato invivibile il rapporto? Quelle che guardi da fuori e pensi: "Ok, tempo tre giorni e ognuno per la sua strada". Ecco, immaginate la mia perplessità quando, dopo mesi di musi lunghi, sguardi spenti davanti alle telecamere e una costante frustrazione per una macchina che non rispecchiava il suo indiscutibile talento, Charles Leclerc si siede davanti ai microfoni e dichiara, con un sorriso d'ordinanza: "La Ferrari è casa mia", firmando il rinnovo di contratto.

Lì per lì ammetto di aver vacillato. Ho pensato che forse, sotto sotto, noi da fuori non capiamo nulla, che l'amore per la scuderia della vita cancella ogni colpo di sottosterzo.

Poi, però, arriva il Gran Premio successivo. E la magia svanisce più velocemente di un treno di gomme soft su una pista abrasiva. "Non ho nessuna fiducia in questa macchina", dice testualmente via radio. Un fulmine a ciel sereno? Nemmeno per idea, semmai un brusco ritorno alla realtà.

Ed è qui che la trama, da film romantico, si trasforma in un thriller psicologico dalle tinte decisamente grottesche. Gara successiva: una corsa passata nell'anonimato, lontana anni luce dal podio, condita da un battibecco via radio degno di una sitcom. Il pilota si lamenta, chiede spiegazioni sul perché lo abbiano richiamato ai box subito dopo la Safety Car – mossa che, di fatto, gli ha fatto scontare la penalità di Hamilton facendogli perdere posizioni – e, nel bel mezzo del nervosismo, la frittata è fatta. Finisce dritto contro il muro, tradito da una zona di asfalto visibilmente deteriorata da giri, visibile a tutti tranne, evidentemente, a chi in quel momento guidava con la mente offuscata dai fumi della frustrazione.

Rimango a guardar lo schermo, a Gran Premio finito, con una sola, gigantesca domanda che mi frulla in testa: ma perché?

È un paradosso che razionalmente non riesco a decifrare. Da un lato abbiamo una scuderia, la Ferrari, che manda segnali contrastanti, dando l'impressione di non credere più ciecamente e incondizionatamente in quel pilota, gestendo le strategie in pista con una disattenzione che rasenta l'apatia. Eppure, gli offre un rinnovo blindato. Dall'altro abbiamo un pilota che sembra vivere ogni weekend di gara come un calvario, scontento di come viene gestito e palesemente deluso dalle prestazioni del mezzo. Eppure, firma e giura fedeltà eterna.

Forse la risposta non sta nella logica sportiva, ma nel cinismo del business moderno. A volte, un matrimonio di facciata conviene a entrambi. La Ferrari mantiene il suo "predestinato", l'uomo copertina che scalda il cuore dei tifosi a prescindere dai risultati; Leclerc mantiene il sedile più prestigioso del mondo, convinto che prima o poi la ruota girerà, o forse semplicemente consapevole che le alternative vincenti, là fuori, al momento non esistono.

Resta il fatto che guardare questa soap opera a 300 all'ora è diventato stancante. Tra dichiarazioni d'amore eterno il giovedì e accuse al veleno la domenica, l'unica certezza è che quel muro, alla fine, lo ha colpito un pilota che non ha più la serenità necessaria per guidare al limite. E finché continueranno a fare finta che vada tutto bene, temo che i pezzi di carbonio da raccogliere sull'asfalto saranno ancora parecchi.

lunedì 1 giugno 2026

Tiziano Ferro a Lignano: Quando la Musica Diventa un "Grandissimo Regalo"

Ci sono concerti che sono semplicemente spettacoli, e poi ci sono sere in cui la musica si trasforma in qualcosa di diverso. Qualcosa di viscerale, quasi doloroso nella sua sbalorditiva bellezza. Sabato scorso ero a Lignano Sabbiadoro per la tappa del tour Stadi 2026 di Tiziano Ferro, e vi confesso che un’emozione così forte, così densa e totalizzante, non la provavo da anni.

Non è stato solo un live. È stato un viaggio a cuore aperto.

Tiziano è salito sul palco e, fin dalle prime note, è stato chiaro a tutti che stesse mettendo a nudo la sua anima. 


Un'anima che si percepisce essere messa a dura prova in questo momento della sua vita. Lo guardavo e pensavo: “Eh sì, Tiziano... a volte bisogna solo fingere e continuare”


Si sentiva, in alcuni momenti, quel peso sottile, quel dover salire lassù anche quando forse il desiderio profondo di cantare certi brani — come "Ero contentissimo" — non c’è più. Lo fai per i fan, lo devi fare, è il patto invisibile tra l'artista e il suo pubblico.

Poi, però, arrivano quei pezzi capaci di squarciare il velo, che ti prendono per mano e ti catapultano in un'altra dimensione. Quando sono partite le note di "Accetto Miracoli" e quel verso, "Arriverà la fine ma non sarà la fine...", l'atmosfera si è letteralmente sospesa. 


In quel preciso istante, Tiziano ha fatto un Grandissimo Regalo a tutti noi che eravamo lì a condividere il respiro della serata.




Ecco lo scatto dell'inizio, quando le luci si sono abbassate e il cuore ha iniziato a battere a tempo:

Certo, c'è un elefante nella stanza. Non so cosa un artista debba "farsi" o come debba stringere i denti per stare su quel palco a produrre una tale intensità; qualcosa, a livello emotivo e di tensione, è fin troppo evidente. Ma sapete che c'è? Non importa, non è necessario scavare. La verità è che siamo davanti a un artista immenso, di una qualità eccelsa che non ha bisogno di alcuna stampella o messinscena.

E lasciatemelo dire, senza filtri: Tiziano non deve assolutamente sminuirti o temere il confronto con i mostri sacri del pop-rock nostrano come Vasco o Cesare. Perlomeno, non con questo Vasco. L'anno scorso ero a Bibione per il Blasco, ma vi assicuro che quella serata non mi ha dato nemmeno la metà delle emozioni, dei brividi e delle sensazioni che Tiziano è riuscito a trasmettermi sabato. Qui c'era la vita vera, con le sue crepe e la sua luce.

Prima che lo stadio si infiammasse di musica e luci, c'era solo l'attesa, il sole che calava e la gioia di essere lì insieme, a goderci l'inizio di una notte indimenticabile:

Alla fine si torna a casa un po' più svuotati ma decisamente più pieni. Grazie Tiziano, per aver scelto di non nasconderti.  #Stadi2026#TizianoFerro2026#LignanoSabbiadoro

lunedì 25 maggio 2026

IL GRANDE INGANNO: E se il patto segreto Allegri-Conte-De Laurentiis fosse stato scritto ad aprile (mentre il Milan affondava)?



 Mettiti comodo, prenditi due minuti e prova a dimenticare per un attimo la narrazione ufficiale che ci hanno propinato le televisioni e i giornali nelle ultime settimane. Quella che parla esclusivamente di "problemi di spogliatoio", "improvvisi cali fisici di primavera" e della solita, inevitabile sfortuna.

Se anche tu hai provato quella strana sensazione di sconcerto guardando il Milan crollare in quel modo inspiegabile contro il Cagliari all'ultima giornata, beh... forse non eri l'unico. Viene quasi il sospetto che non si sia trattato di semplice casualità, ma che sotto potesse esserci un copione ben più complesso, orchestrato lontano dai riflettori.

Se proviamo a unire i puntini, la data zero di questo presunto terremoto geopolitico del nostro calcio sembrerebbe essere il 6 aprile 2026. È possibile che il sipario si sia alzato proprio in quella settimana?

Il teatrino delle ombre: coincidenze o indizi di un patto?

Riguardiamo le reazioni dei protagonisti in quei primi giorni di aprile. Se lette con il senno di poi, certe dichiarazioni potrebbero non essere state così casuali:

  • Antonio Conte: esce dal campo dopo aver battuto il Milan, con l'adrenalina ancora a mille. Ma invece di blindare il futuro a Napoli, lancia una frase che avrebbe potuto scardinare gli equilibri: «Se fossi il presidente della FIGC mi prenderei in considerazione». Un’autocandidatura totale. Sarebbe potuta nascere così, dal nulla, se non ci fosse già stato un mezzo sdoganamento?

  • Aurelio De Laurentiis: passano meno di ventiquattr'ore. Un qualsiasi presidente avrebbe fatto barricate per trattenere il proprio tecnico. Invece, da Los Angeles, il patron azzurro spiazza tutti con una diplomazia fin troppo morbida: «Se Conte chiedesse la Nazionale gli direi di sì». Un via libera che potrebbe nascondere una clamorosa verità: De Laurentiis avrebbe acconsentito così facilmente solo se avesse già avuto in mano un sostituto di primissimo livello?

  • Massimiliano Allegri: il 4 aprile giura amore al Milan. Il 10 aprile, dopo il valzer Conte-De Laurentiis, cambia improvvisamente strategia. Niente più promesse, ma un dribbling politico e ironico: «Prima del CT devono scegliere il presidente della FIGC». Max potrebbe aver capito in quel preciso istante che il suo destino era già stato tracciato sopra la sua testa?

Il crollo del Milan: un'inspiegabile resa psicologica?

Ora guarda l'incredibile parabola del Milan da quella fatidica settimana in poi. Viene da chiedersi se questo sia il cammino di una squadra che si stava giocando la stagione, o se lo spogliatoio possa aver subito un contraccolpo psicologico legato alle voci sul futuro del proprio allenatore.

GiornataLa parabola rossoneraPuntiLa chiave di lettura (Ipotesi)
31ªNapoli - Milan 1-063Il Napoli sorpassa il Milan. Cominciano a rincorrersi le voci sulle panchine.
32ªMilan - Udinese 0-363Il primo, clamoroso blackout a San Siro. La squadra potrebbe aver perso serenità.
35ªSassuolo - Milan 2-067Il Milan appare vuoto, senz'anima. Allegri in panchina sembra quasi rassegnato.
36ªMilan - Atalanta 2-367Terza sconfitta in cinque gare. Un crollo verticale che nessuno è riuscito ad arginare.
38ªMilan - Cagliari 1-270Il verdetto finale. Como e Roma sorpassano un Milan ormai spento, fuori dalla Champions.

Solo 7 punti conquistati in 8 partite. Una media quasi da retrocessione. Come si potrebbe spiegare il fatto che una squadra stabilmente terza si spenga di colpo, proprio in concomitanza con il gran ballo delle panchine?

L'ipotesi che fa più rumore è che lo spogliatoio possa aver "annusato" il disimpegno. Nel calcio, quando un gruppo avverte – anche solo inconsciamente – che il proprio timoniere potrebbe avere già un piede sul traghetto per Napoli, la tensione agonistica rischia di evaporare. Si smette di correre, si perde quella ferocia necessaria per difendere il piazzamento Champions.

Chi potrebbe averci guadagnato?

Sia chiaro: non abbiamo prove certe e potremmo essere di fronte a una gigantesca serie di coincidenze astrali. Ma se questa ricostruzione venisse confermata dai fatti nelle prossime settimane, il quadro sarebbe perfetto. La FIGC avrebbe trovato l'uomo forte per rinascere dopo l'addio di Gattuso; De Laurentiis avrebbe sistemato la panchina del Napoli con un gestore ideale come Allegri; e il Milan? Il Milan si ritroverebbe ad essere l'unica vera vittima sacrificale di questo presunto incastro politico, scivolando in Europa League all'ultimo respiro.

Ci avrebbero venduto un finale di campionato thrilling, mentre forse i destini erano già stati segnati a inizio aprile.

martedì 19 maggio 2026

Il calcio dei divi e degli uomini: perché abbiamo un disperato bisogno di più Christian Chivu e meno di Antonio Conte




Stasera, guardando le immagini su Sky Sport, mi è sembrato di assistere a una specie di cortocircuito televisivo. Un contrasto così netto, quasi violento, che mi ha costretto a spegnere lo schermo, prendere la tastiera e scriverti queste righe di getto. Due allenatori, due mondi opposti, due modi di intendere lo sport che si scontravano nello spazio di pochi servizi giornalistici.

Da un lato c’era Christian Chivu. Lo guardavo e provavo una strana forma di orgoglio, quasi di pace. Veniva celebrato, certo, perché alla fine i risultati contano e uno scudetto sul petto fa sempre rumore. Ma la verità è che la coppa era solo lo sfondo. Quello che riempiva lo schermo era la sua filosofia, il suo spessore umano. Parlavano i ragazzi che ha cresciuto nelle giovanili, parlavano i suoi ex compagni di squadra, e nei loro occhi non c’era solo il rispetto per il "mister", ma la gratitudine per l'uomo, la stima verso la persona. Chivu trasmette qualcosa che va oltre la lavagna tattica: trasmette valori, dignità, una qualità umana che oggi, in questo circo, sembra merce rara. Ha lo sguardo profondo di chi sa cosa significa cadere, lottare e rialzarsi senza mai aver bisogno di gridare per farsi notare.

Poi, un attimo dopo, cambia il servizio ed ecco la solita, stucchevole tiritera di Antonio Conte.

Ammettiamolo, siamo alle solite. Con le vene del collo gonfie e quell'aria da perenne incompreso, è iniziato il consueto show della primadonna. Il campionato è appena finito e lui è già lì, a mettersi sul mercato da solo, a sventolarsi come se fosse l'unico bene prezioso del pianeta, lanciando frecciate alla società e messaggi cifrati al miglior offerente. Ogni volta la stessa storia, ogni anno lo stesso copione recitato a memoria.

Ma sai che c'è? Io oggi ho pensato: ma che se ne andasse all'estero. Davvero.

Siamo stanchi di queste figure che fagocitano tutto, che riducono le società a loro personali palcoscenici e che, stringi stringi, non hanno fatto nulla per far crescere il valore reale e il livello del nostro calcio. Hanno lavorato solo ed esclusivamente per il proprio Status, per il proprio conto in banca e per nutrire un ego che non entra nemmeno in uno stadio intero. Certo, a volte vincono, ma a quale prezzo umano e societario? Lasciano dietro di sé terra bruciata e macerie, mentre si allontanano con la borsa piena verso la prossima sfida "impossibile".

A volte mi chiedo se sono io a essere diventato troppo romantico, o se forse un briciolo di quella vecchia, sana ironia sia l'unico modo per non farsi venire il fegato amaro davanti a certe conferenze stampa. Dopotutto, vedere un uomo di cinquant'anni suonati che fa i capricci perché vuole il giocattolo più costoso ha anche un che di comicamente grottesco.

Ma poi torno serio, perché il calcio è ancora una cosa importante per molti di noi. E allora ti dico: ben vengano, mille volte, personaggi come Christian Chivu. Abbiamo un disperato bisogno di pulizia, di sguardi puliti, di allenatori che insegnino ai ragazzi a stare al mondo prima ancora che a stare in campo. Abbiamo bisogno di spessore umano, non di teatrini. Se il calcio italiano vuole davvero ritrovare la sua anima e un livello degno di questo nome, deve ripartire da qui. Dalle persone, non dalle primedonne.

lunedì 18 maggio 2026

Il "Metodo Travaglio" alla prova dei fatti: la bufala dei 5 miliardi e il silenzio dell'Ordine

Avete Capito Chi E' 


Non ho mai nutrito alcuna stima per il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio. Quell’atteggiamento perennemente arrogante, la faziosità travestita da "culto della verità" e l'uso della cronaca come un'arma a senso unico sono elementi che ho sempre rifiutato. È un vizio diffuso nei nostri talk show: basti pensare a Giovanni Floris e al suo DiMartedì, dove spesso si ritrova lo stesso identico modus operandi, fatto di narrazioni orientate e verità piegate per compiacere la linea editoriale e la propria "tribù" di riferimento. Si spacciano per i puri depositari dei fatti, ma troppo spesso manipolano le informazioni a proprio vantaggio.

La conferma definitiva di questo sistema l'ho trovata in un post dettagliato letto su Facebook, che smonta una fandonia geopolitica riproposta da Travaglio in un editoriale dello scorso febbraio. La tesi è quella cara alla propaganda russa: gli Stati Uniti avrebbero investito 5 miliardi di dollari per finanziare e costruire a tavolino le proteste di Piazza Maidan a Kyiv nel 2014, "confessione" che l'allora numero due del Dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, avrebbe reso davanti al Congresso.

Basta verificare le fonti ufficiali per scoprire che è una balla colossale. I fatti dicono altro:

  • Il contesto: Il discorso della Nuland risale al dicembre 2013 (non al 2014) e avvenne durante un incontro con la comunità ucraina negli USA, non davanti al Congresso.

  • La realtà dei fondi: La diplomatica spiegò che 5 miliardi di dollari erano la somma totale degli investimenti americani in Ucraina dal 1991 fino al 2013 (in ben 22 anni).

  • La destinazione: Quei soldi servivano a finanziare la transizione democratica, lo sviluppo economico e la sicurezza nucleare dopo il crollo dell'URSS. Programmi identici a quelli che gli USA hanno attivato in quasi tutti i Paesi ex sovietici, Russia compresa, e non certo benzina per le proteste.

Travaglio ha preferito fare un copia-incolla della disinformazione russa piuttosto che citare le dichiarazioni ufficiali disponibili sul sito del governo americano. Ma la parte più irritante è l'assoluta impunità di cui gode questo sistema. L'autore del post di Facebook ha chiesto formalmente una rettifica al Fatto Quotidiano, ricevendo solo silenzio. Ha poi inviato una PEC all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte per violazione del codice deontologico (che impone l'obbligo di verifica delle fonti e il dovere di rettifica). Risultato? Dopo oltre due mesi, nessun procedimento aperto. Mesi prima, per una segnalazione identica, l'Ordine se l'era cavata con una supercazzola, appellandosi al "diritto di cronaca" e derubricando le menzogne a "legittime opinioni" con un tragicomico invito a "fare l'amore e non fare la guerra".

Ho deciso di aprire questo spazio e di scrivere in prima persona perché sono stufo di questa narrazione tossica e di questi doppi standard. Se chi ha passato la vita a fare il tribunale degli altri si sente al di sopra delle regole, e se gli Ordini professionali preferiscono girarsi dall'altra parte invece di tutelare i lettori, significa che dovremo difenderci da soli. Questo blog nasce per rimettere i documenti al centro e fare le pulci a chi si crede intoccabile. All'arroganza risponderò sempre con la durezza dei fatti. E io non mollo il colpo.

(Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal Marco Travaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.

Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni. Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...)

Il prezzo del Silenzio e la trappola della transizione - L'Occidente come un T-Rex che tira gli ultimi colpi di coda



Guardando le ultime puntate di Pechino Express, ( vi prego non giudicatemi male, so che è tutta finzione, ma è un bel momento da condividere con la mia compagna) , ho avuto come l'impressione che in Oriente fossero già in un'altra era rispetto la nostra. Fiumi di auto che scivolavano sull'asfalto come spettri. Nessun rombo, nessun fumo dallo scarico. In Cina e Giappone il futuro elettrico non è una promessa da salone dell'auto; è la normalità del martedì mattina. Praticamente viaggiano già tutti così.

Guardavo lo schermo e poi pensavo  al rumore di fondo delle nostre città. Quel brontolio familiare di pistoni, quel leggero odore di benzina che per generazioni ha significato una sola cosa: libertà, viaggio, economia.  Noi che ci culliamo nell'idea di essere l'avanguardia del mondo, mentre fuori dalla nostra finestra il tempo si è fermato. COME DEI DINOSAURI

Ma l'immagine dell'Oriente così silenzioso e già proiettato nel domani mi ha lasciato addosso un'inquietudine più profonda, che va ben oltre la semplice tecnologia. Mi sono chiesto: cosa succede quando un intero sistema economico capisce che il terreno sotto i suoi piedi sta scomparendo?

La risposta, purtroppo, la leggiamo ogni giorno. Ho la netta sensazione che i conflitti e le tensioni geopolitiche che stanno lacerando il nostro presente non siano altro che il frutto avvelenato di questo stravolgimento. Il mondo occidentale ha costruito la sua ricchezza, il suo potere e le sue dinastie industriali sui combustibili fossili. Per un secolo è stata una fonte di guadagno continua, immensa, quasi mitologica. Ora che quella fonte vede la sua fine all'orizzonte, assistiamo al colpo di coda di un gigante ferito. UN T-REX che non accetta il passaggio di un'ERA

Queste guerre sembrano disperati tentativi di stringere i pugni per trattenere l'oro nero, di spremere e recuperare fino all'ultimo centesimo possibile da un modello che a poco a poco andrà inevitabilmente a esaurirsi.

Mentre l'Oriente ha ridisegnato il proprio paesaggio urbano con una fluidità quasi disarmante, l'Occidente si trova di fronte a un bivio identitario. La produzione di auto e l'intero commercio legato ai vecchi carburanti stanno subendo un'evoluzione sistematica che stravolgerà completamente i prossimi lustri. E dietro i grandi numeri della macroeconomia ci sono le espressioni preoccupate dei nostri operai, gli sguardi smarriti di chi vede cambiare le regole del gioco da un giorno all'altro.

La transizione non è indolore, ma l'errore più grande è confondere la difesa del passato con la sopravvivenza. Arroccarsi dietro le vecchie logiche del petrolio, fino a sanguinare per esso, non fermerà la storia. Il trasporto mondiale sta cambiando pelle e la mappa del domani è già tracciata. Prima accetteremo che il vecchio mondo è finito, prima smetteremo di combattere guerre nostalgiche per un passato che non può più ritornare. 



martedì 12 maggio 2026

Il "Modello Como" e la deriva del Calcioscommesse: l'esempio negativo che affossa il calcio italiano



Dobbiamo smetterla di farci abbagliare dai capitali stranieri e dai successi costruiti a tavolino, spacciandoli per "modelli esemplari". La recente narrazione intorno al Como, dipinto come il nuovo miracolo calcistico da imitare, nasconde una realtà che è l'esatta antitesi di ciò di cui ha bisogno il nostro movimento. Non è un modello da copiare, è il sintomo di un sistema che ha perso la bussola, dove persino i risultati sul campo iniziano a sollevare dubbi che definire "ambigui" è un eufemismo.

Guardatevi intorno: stiamo parlando di una realtà di provincia che, per sua natura, ha un bacino d’utenza e uno sviluppo popolare necessariamente limitato. Eppure, viene celebrata come un’eccellenza. Ma eccellenza di cosa? Di una proprietà straniera che arriva e costruisce una struttura che parla tutto tranne che italiano, mentre intorno il fetore del calcioscommesse torna a farsi sentire con dinamiche di gioco che sfidano ogni logica sportiva.

Un'identità smarrita tra capitali e ombre

Il campo non mente. Vediamo una squadra formata quasi esclusivamente da stranieri, guidata da un allenatore straniero. È questo il modo in cui pensiamo di rilanciare la nostra Nazionale? Al contrario, questa gestione giustifica e alimenta la totale mancanza di italianità. E mentre si elogia la "gestione esemplare", assistiamo a partite dai finali grotteschi che sembrano scritte da uno sceneggiatore di bassa lega piuttosto che dal destino sportivo.

Prendete Parma-Roma di domenica scorsa. All’86° minuto il Parma conduceva 2-1. Una partita chiusa? No. Al 100° minuto il risultato recitava 2-3. Per darvi un'idea dell'assurdità:

  • Prima del 93° minuto (gol del 2-2 di Rensch), la quota per la vittoria della Roma era schizzata oltre 25.00, un evento dato per impossibile dai mercati.

  • Eppure, dopo il pareggio e un rigore concesso al 98°, ecco il ribaltone. Casualità? Nel calcio moderno, la linea tra "miracolo" e "anomalia" è diventata pericolosamente sottile.

La farsa di Napoli-Bologna

Non è andata meglio ieri sera al "Maradona" in Napoli-Bologna. Una partita che per il Bologna non valeva nulla, mentre per il Napoli significava la certezza matematica della Champions League. La dinamica è stata un insulto all'intelligenza dei tifosi: 0-2 fulmineo, rimonta fino al 2-2 e poi, nel pieno del recupero, il 2-3 finale di Rowe.

  • Quota inizio partita: La vittoria del Bologna era data a circa 6.00, considerata un'impresa improbabile contro una squadra di Conte motivata dal traguardo Champions.

  • Dopo il 2-2: Nel finale, con il Napoli che spingeva per il gol qualificazione, la quota del Bologna vincente era praticamente fuori mercato (sopra 15.00/20.00), eppure è arrivato il gol che ha gelato lo stadio.

Il calcio italiano non ha bisogno di questo

Non basta vincere un campionato di Primavera 2 se la struttura portante ignora il prodotto interno e i risultati della prima squadra puzzano di bruciato. Il modello Como, unito a queste dinamiche di campo indecifrabili, è l’esempio perfetto di come si possa fare calcio in Italia senza fare calcio italiano.

Accettare passivamente questa visione significa firmare la resa definitiva. Invece di copiare chi compra il successo con passaporti esteri e partecipa a partite dai finali "estrosi", dovremmo tornare a chiederci cosa resti di autentico. Il calcio è della gente; se diventa un esercizio finanziario per pochi o, peggio, un terreno di caccia per flussi di scommesse anomali, abbiamo già perso tutti.

Il calcio italiano non riparte dai milioni stranieri o dai risultati ribaltati al centesimo minuto. Riparte se ha il coraggio di essere, finalmente e orgogliosamente, sé stesso.

domenica 10 maggio 2026

Chi non vive l'amicizia per quello che è ma solo per sentirsi superiore è una vera "merda" e come tale va scaricata






C’è un silenzio strano che cala quando ti rendi conto che qualcuno che credevi vicino, in realtà, stava solo prendendo le misure della tua vita per capire se la sua fosse più lunga, più larga, più splendente. È una sensazione amara, un retrogusto di cenere che sporca la bellezza di quello che, per definizione, dovrebbe essere il sentimento più libero del mondo: l’amicizia.

Ma è mai possibile che questo legame debba essere costantemente inquinato dalla competizione?

L’amicizia non è una gara. Non è un podio su cui salire per mostrare i propri trofei o una vetrina dove esporre "quanto si ha" per suscitare l’approvazione o, peggio, l’invidia altrui. L’amicizia è condivisione pura. È quel desiderio quasi infantile e bellissimo di manifestare la propria gioia a chi senti complice, a chi vede il mondo con i tuoi stessi colori o, almeno, con la stessa luminosità. Quando questo specchio si incrina sotto il peso dell’esibizionismo, dell’arroganza o, peggio, della gelosia, ci troviamo anni luce distanti dal cuore pulsante di questo rapporto.

Spesso ci confondiamo. Pensiamo che l'amico sia solo colui che arriva con i fazzoletti quando piangiamo. Certo, la spalla è fondamentale, ma il vero banco di prova è la gioia. L’amico autentico è quello che si anima per te, che gode dei tuoi successi come se fossero i suoi, che vede la tua serenità e ne trae ossigeno. Non è chi osserva i tuoi post o i tuoi racconti cercando la crepa, il difetto o la prova di una felicità fittizia per sentirsi, nell'ombra, un po' meglio di te.

Esistono persone che si nutrono, quasi parassitariamente, dei tuoi stati di malessere. Persone che si sentono sicure solo finché tu sei nell'incertezza. Ma la verità è che chi ha davvero a cuore il tuo bene non può che compiacersi del tuo ritrovato stato di equilibrio. Se qualcuno usa il tuo vissuto per fare confronti, per sminuirti o per proiettare le proprie insicurezze sulla tua vita, non sta offrendo amicizia: sta solo cercando di nutrire il proprio ego.

Allontanare queste presenze non è un atto di cattiveria, è un atto di igiene mentale. È proteggere quella parte di noi che vuole ancora credere nella trasparenza degli sguardi. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, perché chi non vive l'amicizia in questo modo ma solo per confrontarsi avendone bisogno per sentirsi superiore è solo un vera "merda" e come tale va scaricato.

venerdì 8 maggio 2026

Ehi FIGLI e fatelo un "cazzo di piccolo sforzo" perché non sempre si deve solo dare!!!!



Leggete qui e fatelo un piccolo favore 


Ci sono momenti in cui la realtà ti colpisce in pieno volto, non per un evento eclatante, ma per la sottile freddezza di un gesto mancato. Ieri è successo proprio questo, e mi ha lasciato addosso un senso di amarezza difficile da scrollare via.

Immaginate la scena: una giornata normale, il lavoro in smart working che scorre tra le mura di casa, e una richiesta semplice. Antonella deve solo portare l'auto a fare il tagliando, a dieci minuti di strada. Chiede alla figlia di venticinque anni di accompagnarla, giusto il tempo di lasciarla lì e rientrare. La risposta? Un rinvio al pomeriggio. Ma quando arriva il momento di andare a ritirarla, ecco che spunta il muro: "Non posso staccarmi dal video, i capi mi controllano".

Ora, parliamoci chiaramente. Lo smart working, per sua natura, è un lavoro ad obiettivi. Non c’è un cartellino che ti incatena al secondo; c’è una flessibilità che ti permette di spalmare l'impegno, di gestire il tuo tempo con intelligenza. Dire di no per una manciata di minuti dietro a una scrivania virtuale non è solo una questione professionale, è una scelta di priorità.

Ma quello che mi fa davvero rabbia, quello che mi stringe il cuore, è il vuoto di consapevolezza che c'è dietro quel rifiuto.

Per capire il peso di quel "piccolo favore" negato, bisognerebbe fermarsi un secondo e leggere la storia di Antonella. Bisognerebbe vedere i solchi invisibili che la fatica ha lasciato nella sua anima, una donna che ha dovuto caricarsi sulle spalle il destino di due figlie praticamente da sola. Senza paracadute, senza un compagno accanto, e con il peso di una madre malata che, invece di aiutarla, era un altro cuore fragile di cui prendersi cura. Ha attraversato tempeste che avrebbero piegato chiunque, trovando una forza che definire eroica è poco, solo per garantire a Federica e Aurora un presente sereno.

Vedere questo sacrificio rispondere con l'indifferenza di un monitor acceso è disarmante. I figli dovrebbero conoscere il sentiero di spine che i genitori hanno calpestato per farli camminare sul velluto. Non si tratta di pretendere una venerazione costante, ma di restituire almeno un briciolo di quell'amore e di quella dedizione. È una questione di appartenenza, di rispetto, di umanità.

Se vi viene chiesto un favore, uno sforzo di dieci minuti, non guardate l'orologio o la webcam. Guardate chi avete davanti. Guardate quella madre che non ha mai detto "non posso" quando c'era da lottare per voi. Fate quel cazzo di piccolo sforzo. Perché un'auto si recupera sempre, ma il senso di solitudine che lasciate nel cuore di chi vi ama, quello resta. E fa male.

mercoledì 6 maggio 2026

Noi SIAMO parte della Natura e non PADRONI- Forse c'è uno spiraglio di Luce



Finalmente torniamo a respirare: perché scoperchiare i fiumi è la rivoluzione di cui abbiamo bisogno

Ciao a tutti! Avete mai avuto la sensazione che le nostre città siano diventate un po' troppo... grigie? Per decenni abbiamo vissuto sopra un tesoro nascosto, soffocandolo sotto colate di cemento e asfalto. Parlo dei nostri fiumi urbani, quelli che i nostri nonni vedevano scorrere e che noi abbiamo trasformato in fogne sotterranee o fondamenta per parcheggi.
Ma c'è una splendida notizia: il vento sta cambiando. In tutto il mondo stiamo assistendo al fenomeno del "daylighting" (letteralmente "riportare alla luce del sole"). E lasciate che ve lo dica: non è solo una questione estetica. Quando un fiume torna a vedere il cielo, la città ricomincia a battere.
Perché questa scelta cambia tutto
Vivere vicino all'acqua ci rende persone migliori. Non lo dico io, lo dicono i fatti. L’aria diventa più fresca, il rumore del traffico viene sostituito dallo scorrere dell'acqua e, improvvisamente, quel quartiere dove prima passavi solo di corsa diventa il posto dove vuoi fermarti a leggere un libro o a fare due chiacchiere.
Esempi che hanno fatto scuola (e attirato folle)
Se pensate che sia solo un sogno romantico, guardate cosa è successo in questi posti:
  • Seoul, Corea del Sud (Il miracolo del Cheonggyecheon): Questo è l'esempio "da manuale". Negli anni 2000 hanno abbattuto una mastodontica autostrada sopraelevata per liberare un torrente sepolto. Il risultato? Un parco lineare di 11 km nel cuore della metropoli. Oggi è una delle attrazioni turistiche più visitate della Corea, con oltre 60.000 visitatori al giorno. Il centro si è rinfrescato di quasi 4 gradi!
  • Madrid, Spagna (Madrid Río): Hanno interrato la tangenziale M-30 che separava la città dal fiume Manzanares. Ora c'è un parco immenso con spiagge urbane, fontane e piste ciclabili. Il turismo in quella zona è esploso, trasformando quartieri prima degradati in tappe fisse per chi visita la capitale spagnola.
  • Utrecht, Paesi Bassi: Qui hanno fatto una cosa coraggiosa. Hanno rimosso un’autostrada a dieci corsie per ripristinare il canale circolare storico (il Catharijnesingel). Ora la gente ci va in barca o in kayak. È diventato il simbolo della città moderna che rispetta la propria storia.
Non solo bellezza: un'arma contro il cambiamento climatico
Oltre al turismo, scoperchiare i fiumi ci salva dalle alluvioni. Un fiume libero ha spazio per espandersi quando piove troppo; un tubo sotterraneo esplode. È una scelta di sicurezza, oltre che di stile.
Insomma, riportare l'acqua nelle nostre strade significa restituire l'anima alle città. Voi cosa ne pensate? Vi piacerebbe vedere il fiume della vostra città tornare a scorrere libero sotto le vostre finestre?

E a casa nostra? Il sogno (possibile) di Milano

Non potevo scrivere questo post senza parlarvi di quello che bolle in pentola a Milano. Se c’è una città che ha un legame viscerale e quasi "dimenticato" con l’acqua, è proprio lei.
Per secoli Milano è stata una città d’acqua, simile a Venezia. Poi, tra gli anni ’20 e i ’60, abbiamo deciso che le auto erano più importanti dei riflessi del cielo e abbiamo coperto quasi tutto. Ma oggi la discussione sulla Riapertura dei Navigli è più accesa che mai.
  • Il progetto: L'idea non è solo quella di "abbellire", ma di riattivare quel sistema di canali che collegava il cuore della città con i laghi e il mare. Immaginate via Senato o via Francesco Sforza senza più il rumore assordante dei motori, ma con l'acqua che scorre tra piste ciclabili e nuovi spazi pedonali.
  • Perché sarebbe una rivoluzione turistica: Guardate cosa è successo in Darsena. Dopo la riqualificazione per l'Expo 2015, è diventata uno dei luoghi più iconici e fotografati di Milano, il vero "mare" dei milanesi e una tappa obbligatoria per ogni turista. Riaprire gli altri tratti significherebbe creare un itinerario unico al mondo, capace di attrarre milioni di visitatori che oggi vedono Milano "solo" come la capitale della moda e non come una città storica d'acqua.
  • L’ostacolo e la sfida: Certo, non è facile. Bisogna ripensare il traffico e gestire cantieri complessi. Ma pensate al beneficio termico e ambientale in una città che d'estate diventa una fornace. Riaprire i Navigli non sarebbe un ritorno al passato, ma un salto verso un futuro più sostenibile e, lasciatemelo dire, infinitamente più poetico.