martedì 21 luglio 2026

Governo - Opposizioni e il mercato del consenso: quando i problemi diventano propaganda




È un senso di stanchezza sottile, ma profondo, quello che si avverte di fronte alle ultime vicende di cronaca. Un senso di nausea di fronte al solito, prevedibile teatrino politica-media che scatta puntuale ad ogni tragedia. Basta. Basta usare fatti complessi e dolorosi come clava per un pugno di voti in più.

Guardiamo in faccia la realtà e prendiamo due casi che hanno infiammato le piazze e i dibattiti: la vicenda del gioielliere Mario Roggero e quella di Abderrahim Fakir.

Mario Roggero: dalla ferita del passato al baratro

Da un lato abbiamo Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour. Un uomo di 68 anni con il volto segnato da una vita di lavoro, ma anche dalle cicatrici di un passato violento. Nel 2015, la sua bottega fu devastata da una rapina feroce: Roggero venne picchiato a sangue, lasciandolo a terra con tre costole rotte, legato e terrorizzato insieme alla moglie e alla figlia. Un trauma profondo, di quelli che ti scavano dentro, alimentando un senso di impotenza ed esasperazione strisciante.

Quando il 28 aprile 2021 tre uomini sono entrati di nuovo nel suo negozio minacciando i suoi cari, qualcosa in lui si è spezzato. Nel panico e nella rabbia ha impugnato l'arma ed è passato al punto di non ritorno: ha inseguito i rapinatori all'esterno e li ha freddati in strada mentre tentavano la fuga. La legge ha parlato chiaro con una condanna a 14 anni e 9 mesi: non ci si può fare giustizia da soli. Inseguire e sparare a chi sta ormai scappando non è legittima difesa, e il risarcimento dovuto alle famiglie dei deceduti nasce dal rispetto sacro per la vita umana, per quanto quei rapinatori si fossero messi da soli in una condizione di rischio estremo.

Eppure, per la destra, quest'uomo è diventato istantaneamente un eroe da sventolare senza sfumature, un simbolo con cui giustificare la legge del taglione e la giungla urbana.

Abderrahim Fakir: il confine fragile tra ordine e tragedia

Dall'altro lato c'è la storia di Abderrahim Fakir, 43 anni, operaio marocchino da tempo in Italia, con alle spalle una vita non semplice segnata da alcuni precedenti di polizia e da problemi di salute fragili, tra asma e cardiopatia. Durante una giornata di profonda alterazione nel quartiere Pilastro di Bologna, Fakir dà in escandescenze: danneggia un'auto della polizia, strattona e si scaglia contro gli agenti intervenuti per fermarlo.

Per immobilizzarlo, le forze dell'ordine usano lo spray al peperoncino e lo bloccano a terra a pancia in giù, ammanettandolo. Nei video girati dai residenti si sentono le sue grida disperate, prima del malore fatale che lo stronca a terra prima dell'arrivo dei soccorsi. Un fatto tragico su cui la magistratura e le perizie autoptiche devono fare piena luce per chiarire l'eventuale nesso tra le tecniche di contenimento e il decesso.

Ma la sinistra non ha aspettato la giustizia: ha già la sentenza pronta in tasca. Subito in piazza, cortei, accuse sommarie di abuso di potere sistemico e gogna mediatica verso le forze dell'ordine, prima ancora di aver ricostruito la dinamica dei fatti.

La resa della politica

Vedere la classe politica buttarsi a capofitto su queste vicende fa semplicemente schifo. Nessuno cerca soluzioni concrete per il territorio. Nessuno che si interroghi su come proteggere un commerciante prima che la disperazione lo trasformi in un assassino, né su come dotare le forze dell'ordine di strumenti e formazione adeguati per gestire situazioni di fermo ad altissimo rischio senza che ci scappi il morto.

No: l'unico obiettivo reale è grattare quel misero punto percentuale nei sondaggi della domenica.

Entrambi gli schieramenti sono i primi responsabili della profonda sfiducia che gli elettori nutrono verso di loro. L'interesse primario della politica dovrebbe essere la gestione matura del Paese, non il consenso facile. Basta con questi inutili teatrini. Basta strumentalizzare chi vede nella violenza l'unico modo di esprimersi e basta usare toni censori o autoritari per imporre la propria narrazione ideologica. Il Paese ha bisogno di responsabilità, non dell'ennesima tifoseria.

lunedì 20 luglio 2026

La Spagna come Trionfo dello Sport contro l’Antisport Argentino



Il calcio, a volte, sa essere un giudice giustissimo. Ti mette davanti a uno specchio e ti costringe a guardare cosa sei diventato. E l’epilogo di questo torneo non è stato solo il verdetto di un tabellone, ma la netta vittoria di una visione del mondo su un’altra. Da una parte lo sport nella sua essenza più pura, dall'altra una concezione quasi primitiva del rettangolo verde.

Diciamocelo con franchezza, senza girarci troppo intorno: vedere giocare l'Argentina negli ultimi tempi è diventato un esercizio di pura sofferenza estetica. Al di là del genio intramontabile di Messi — che dipinge calcio anche quando intorno a lui c'è il deserto — il resto della squadra sembra aver scambiato il pallone per una rissa da strada.

Prendiamo un esempio su tutti: Leandro Paredes.

L'espressione perennemente accigliata, lo sguardo di chi cerca la provocazione prima ancora della palla. Quando entra in campo l'atmosfera si fa subito pesante, quasi torbida. Non vedi la ricerca dello spazio, vedi spintoni gratuiti, gomitate a palla lontana, calcioni intimidatori. È l'archetipo del bullo di periferia prestato al calcio d'élite, una figura che trasuda un'aggressività cieca che fa male agli occhi e allo spirito di questo gioco. È veramente indecente.

L'Illusione Tattica e il Peso del Genio

Ma il problema non è solo l'atteggiamento muscolare e provocatorio. C'è un vuoto pneumatico alle spalle. La critica che il grande Diego Armando Maradona mosse a suo tempo a Lionel Scaloni risuona oggi più vera che mai. Maradona, che di anima ed estro se ne intendeva, definì Scaloni un allenatore limitato. E come dargli torto?

In questa squadra non c'è traccia di un'idea collettiva, non c'è una struttura. La "tattica" si riduce a un unico spartito, ripetuto fino alla noia:

  • Cercare disperatamente Messi.

  • Aspettare che crei superiorità numerica scambiando nello stretto sulla destra.

  • Cercare il cross o il classico taglio centrale per la sponda di ritorno.

Fine della storia. Se togli l'estro divino del numero dieci, resta il nulla cosmico. I successi passati, alla luce di questo vuoto, appaiono sempre più come il miracolo personale di un singolo uomo piuttosto che il frutto di un progetto tecnico.


La Lezione Spagnola: Il Collettivo e la Bellezza

Dall’altro lato del campo, ieri come oggi, c’è la Spagna. Entrare in uno stadio dove giocano le Furie Rosse significa respirare un'aria completamente diversa. Qui la filosofia è nobile, antica, radicata profondamente in decenni di cultura sportiva.

È l'idea che si difende offendendo, che non ci si barrica dietro la linea della palla sperando in un errore altrui, ma si scende in campo per imporre il proprio codice genetico, la propria forza e la propria bellezza.

Questa identità non nasce dal nulla. È figlia diretta del calcio totale olandese, filtrata poi attraverso la rivoluzione "Sacchiana" che in Italia ha ridefinito il concetto di armonia e sincronismo. In questa visione la squadra è un organismo unico:

Valore FondanteEspressione in Campo
Il CollettivoIl singolo è al servizio del gruppo, la palla si muove a un tocco.
L'Estro FunzionaleIl talento individuale (i vari Yamal o Nico Williams) non è un'isola, ma la gemma che impreziosisce una struttura già perfetta.
Mentalità ProattivaControllo del gioco, pressing alto e coraggio costante.

Guardare le facce dei giocatori spagnoli durante i momenti di massima pressione restituisce l'immagine di una serenità concentrata, ben lontana dalle smorfie di rabbia dei rivali. C'è il sorriso di chi si diverte a fare le cose per bene, c'è il rispetto per l'avversario e per il pubblico.

Per fortuna, questa volta, il calcio ha scelto la strada della luce. Ha vinto la memoria storica, ha vinto la coralità, ha vinto il coraggio. Ha vinto lo SPORT.

sabato 18 luglio 2026

Il rumore tardivo del ricordo: Bagnoli, perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

 


L’ho fatto di nuovo. Ho aperto il telefono, ho fatto scorrere i social e mi sono ritrovato sommerso da un’ondata di affetto, rispetto e commozione. Immagini in bianco e nero, video di repertorio con quella musica malinconica di sottofondo, articoli firmati dalle firme più prestigiose del giornalismo sportivo, aneddoti commoventi che spuntano da ogni angolo del web. Tutto per lui, per lo "Schopenhauer della Bovisa", l'uomo del miracolo di Verona, l'allenatore di un calcio pane e salame che non c'è più. Osvaldo Bagnoli se n'è andato, e improvvisamente il mondo si è ricordato di quanto fosse immenso, integro, unico.

E per l’ennesima volta, insieme alla tristezza, ho avvertito quel solito, fastidioso nodo allo stomaco. Una domanda che continua a bussare alla mia testa e a cui non riesco a dare una risposta logica: perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per dirgli quanto è stato grande?

È una dinamica che trovo profondamente ingiusta, quasi ipocrita. Perché copriamo d'oro la memoria di chi non può più sentirci, mentre lasciamo che le stesse persone, negli ultimi anni della loro vita, scivolino lentamente ai margini, dimenticate nei loro silenzi e nella nebbia del tempo che passa? Bagnoli era un uomo schivo, fiero delle sue origini operaie, uno che si era ritirato presto perché in quel calcio moderno fatto di urla e telecamere ossessive non si riconosceva più. Ma questo non significa che l'oblio sia una scelta felice per chiunque. A chi si è distinto, a chi ha scritto pagine indelebili della nostra cultura o del nostro sport, non farebbe piacere tornare al centro di quell'abbraccio mediatico quando è ancora in grado di sorriderne? Non sarebbe più umano riempire lo stadio di striscioni per un uomo anziano che cammina a fatica, invece di intitolargli l'impianto quando la terra gli è già lieve?

Purtroppo, la storia è piena di questi risvegli tardivi. È come se la nostra società soffrisse di un'amnesia cronica, curabile solo dal lutto.

  • Ennio Morricone: Un genio assoluto, le cui note fanno parte del DNA emotivo di chiunque abbia amato il cinema. Eppure, l'Academy di Hollywood si è ricordata di tributargli un Premio Oscar alla carriera solo nel 2007, dopo averlo ignorato per decenni nelle categorie competitive, e la vera pioggia di intitolazioni di piazze, auditorium e teatri in Italia è esplosa solo dopo il 2020.

  • Gigi Riva: L'eroe silenzioso della Sardegna. Finché era in vita, protetto dal suo proverbiale e dignitoso isolamento a Cagliari, l'affetto era immenso ma spesso privato, confinato nell'isola. C'è voluta la sua scomparsa per vedere i telegiornali nazionali dedicargli edizioni straordinarie, per ascoltare i grandi opinionisti rispolverare la sua epopea e per avviare le procedure burocratiche per intitolargli lo stadio di Cagliari.

  • Mia Martini: Il caso forse più doloroso e lampante del nostro panorama culturale. Una delle voci più straordinarie della musica italiana, letteralmente emarginata, isolata e ferita da voci infamanti diffuse dal suo stesso ambiente. Solo dopo la sua tragica scomparsa il mondo dello spettacolo ha fatto "mea culpa", istituendo il Premio della Critica a suo nome a Sanremo e trasformandola nel mito indiscusso che avrebbe meritato di essere difesa e celebrata da viva.

  • Paolo Rossi: L'uomo che fece piangere il Brasile nell'82 e che unì una nazione intera. Negli ultimi anni lavorava come opinionista, trattato spesso con la normale familiarità che si riserva a un ex atleta. La notte in cui se n'è andato, il Paese si è improvvisamente risvegliato orfano di un simbolo patriottico, dando il via a una corsa per intitolargli lo stadio di Vicenza e persino lo stadio Olimpico di Roma, in un impeto di celebrazione che ha il sapore del rimpianto.

Questa tendenza a glorificare i defunti nasconde una pigrizia emotiva spaventosa. Da vivi, i grandi personaggi sono "ingombranti", hanno opinioni, spigoli, difetti. Richiedono uno sforzo di coerenza da parte nostra. Da morti, invece, diventano perfetti. Diventano icone malleabili, che possiamo gestire sui nostri schermi senza il rischio di essere smentiti. Il loro silenzio definitivo ci dà il permesso di parlare per loro, di appropriarci dei loro aneddoti.

Bagnoli guardava il calcio moderno con il distacco saggio del pensatore, protetto dalle mura della sua casa di Verona. Oggi lo piangiamo e lo definiamo "l'ultimo romantico". Ma se vogliamo davvero onorare la sua lezione di umiltà e concretezza, dovremmo imparare a cambiare prospettiva. Cominciamo a celebrare il talento, l'integrità e la bellezza quando sono ancora qui, stringendo le mani a chi ha fatto la storia finché quelle mani sono calde. Non aspettiamo che cali il sipario per accorgerci che lo spettacolo era straordinario.

mercoledì 15 luglio 2026

Spagna - Francia: La Lezione Tattica di De La Fuente e il Vuoto Cosmico dei Soliti Opinionisti

 


Le luci accecanti degli studi televisivi, il profumo di lacca, i sorrisi di plastica di chi siede su poltrone troppo comode per aver mai respirato davvero l’odore del fango e del sudore. Ieri sera, mentre il fischio finale di Spagna - Francia sanciva la fine delle ostilità, ho assistito all'ennesimo, desolante spettacolo post-partita.

È incredibile come persone pagate per "analizzare" il calcio riescano, con sistematica precisione, a guardare il dito anziché la luna.

La Scacchiera Invisibile (e gli occhi bendati dei "soliti noti")

Mentre sullo schermo scorrevano i replay, nei salotti TV si celebrava il solito processo alle stelle cadenti. "Mbappé spento", "Dembélé senza inventiva", "La Francia non ha avuto anima". Il solito bignami del qualunquismo.

Nessuno che abbia osato posare lo sguardo sulla vera, spietata realtà geometrica del campo: Luis De La Fuente ha semplicemente spento l'interruttore della Francia.

  • Il blocco su Olise: Il tecnico spagnolo ha capito che per fermare una macchina non serve colpire la carrozzeria, ma staccare la batteria. Olise, la vera fonte di accensione delle transizioni transalpine, è stato asfissiato fin dai primi minuti.

  • Il labirinto tattico: Lo abbiamo visto tutti — o almeno, noi dal divano con un minimo di onestà intellettuale. Olise che si allargava, retrocedeva, cercava disperatamente zone d'ombra dove ricevere un pallone pulito, costantemente rincorso e raddoppiato.

E in tutto questo, l'immagine più dolorosa ed empatica della serata: Didier Deschamps.

Lo sguardo fisso nel vuoto, le mani sprofondate nelle tasche della giacca scura, la mascella contratta di chi sente la terra tremare sotto i piedi ma non sa dove spostarsi. Didier, l'uomo dei record, è rimasto pietrificato. Zero contromisure, nessun "Piano B" per ridare ossigeno alla manovra. Un'inerzia tattica quasi drammatica nella sua ostinazione.

Il Teatrino del Cliché

Ma per gli opinionisti d'ordinanza, tutto questo è troppo noioso da spiegare. Richiede uno sforzo, richiede di saper leggere il calcio oltre il nome sulla maglietta. Molto meglio rifugiarsi nella narrazione pigra del "campione in giornata no".

Il dialogo tipo in studio sembrava un copione scritto da un algoritmo svogliato:

"Eh, ma da Mbappé ci si aspetta sempre la giocata che risolve la vita..."

"Sì, concordo, è mancata proprio la leadership emotiva!"

Ma quale leadership emotiva! Se tagli i rifornimenti alla fonte, anche il miglior predatore dell'area di rigore si trasforma in un naufrago che agita le braccia in mezzo al mare.

La mia riflessione: Viviamo in un'epoca che preferisce di gran lunga la narrazione patinata del singolo eroe caduto alla silenziosa, rigorosa e talvolta spietata bellezza della tattica collettiva. È più facile vendere un "Mbappé triste" che spiegare come tre passaggi di schermatura abbiano ridotto al silenzio un'intera nazionale.

Un pizzico di autoironia (prima di perdere la testa)

A volte mi chiedo perché continuo a seguire questi post-partita. Forse c'è in me una vena masochista, o forse spero sempre che, per puro errore statistico, qualcuno tiri fuori una lavagna tattica degna di questo nome invece di discutere del nuovo taglio di capelli di un terzino. (Spoiler: ieri sera ho sperato invano, guadagnandoci solo un leggero mal di fegato e un'andata a letto tardiva).

La verità è che questi "esperti" sono spesso lì proprio perché il calcio reale, quello che si decide nelle stanze dei bottoni e sui campi d'allenamento, li ha gentilmente accompagnati alla porta. Chi capisce davvero il gioco non ha tempo di lucidarsi il trucco davanti a una telecamera; è troppo occupato a studiare come disinnescare il prossimo Olise di turno.

La Spagna vola in finale con merito, De La Fuente dà lezioni di calcio, e a noi non resta che spegnere la TV. Almeno il silenzio, a differenza di certi commenti, ha una sua dignità.

lunedì 13 luglio 2026

Quando le Regole Diventano un Paravento: Il Paradosso dello Sporting Club di Garbagnate




Un anno fa vi raccontavo su queste pagine dello Sporting Club Milano di Garbagnate Milanese (in Via Milano 166) come un piccolo paradiso del tennis (https://myspacecomrafaelcoche.blogspot.com/2025/06/un-paradiso-del-tennis-garbagnate-lo.html).

 Campi rossi curati, quell'atmosfera di quiete a due passi da Milano e la promessa di lunghe domeniche estive a godersi un po' di relax a bordo campo. Oggi, a distanza di dodici mesi, devo purtroppo fare marcia indietro. Ci sono tornato e ho trovato un clima totalmente differente. Un cortocircuito burocratico gestito con una rigidità che lascia sinceramente l'amaro in bocca.

La scena è di quelle che fanno sorridere per non piangere: una distesa di lettini vuoti, ombrelloni rigorosamente chiusi sotto il sole e il sottoscritto che si sente rifiutare il noleggio. Il motivo addotto dalla nuova gestione dell'Associazione Sportiva Dilettantistica? “Il circolo è riservato ai soli soci, se noleggiamo i lettini agli esterni rischiamo una sanzione salatissima dal Comune di Garbagnate Milanese.

Ora, cerchiamo pure di fare uno sforzo e credere alla buona fede di questa giustificazione. Ma è proprio qui che crolla il castello di carte della coerenza.

Se l'esclusività del club è un dogma così sacro da dover lasciare i lettini a prendere la polvere piuttosto che far sedere un appassionato, come si spiega la massiccia organizzazione dei tornei TPRA? Per chi non mastica le sigle federali, i circuiti TPRA muovono costantemente tennisti non soci, provenienti da altri club della provincia. In quel caso, l'accesso agli esterni non solo è consentito, ma diventa il motore delle giornate. E il socio regolare? Resta a guardare, aspettando pazientemente che i campi si liberino per poter finalmente giocare. Due pesi e due misure che tolgono ogni linearità al discorso.

Ma il Comune può davvero multare il Circolo?

Proviamo a fare chiarezza sulla normativa che regola le ASD (Associazioni Sportive Dilettantistiche), perché la risposta ricevuta solleva più di un dubbio. I controlli amministrativi a Garbagnate Milanese fanno capo principalmente alla Polizia Locale e allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) del Comune.

La distinzione legale c'è, ma non è esattamente come è stata raccontata al desk:

  • Il regime fiscale e lo Statuto delle ASD: Un'associazione sportiva gode di forti agevolazioni fiscali perché, per legge, non persegue scopi di lucro e si rivolge ai propri associati. Se il circolo iniziasse a vendere servizi commerciali al pubblico (come il noleggio attrezzature o l'accesso alla zona solarium/piscina a chiunque passi per strada) senza le dovute licenze commerciali, rischierebbe una contestazione per "attività commerciale occulta". In quel caso sì, gli organi di controllo del Comune o la Guardia di Finanza potrebbero elevare sanzioni per violazione delle norme sul commercio e la somministrazione.

  • Il paradosso dei tornei: I tornei ufficiali FITP o TPRA sono considerati attività istituzionali dell'associazione orientate alla promozione dello sport, motivo per cui l'affluenza di atleti esterni (purché tesserati alla federazione) è perfettamente legale e prevista dagli statuti.

Il punto non è la legge in sé, ma la gestione della stessa. Spesso, dietro lo scudo della "paura della multa", si nasconde semplicemente la scelta strategica di non voler gestire la burocrazia legata alle attività aperte al pubblico o alle quote per i non soci.

Dire di no a un appassionato che chiede di utilizzare un servizio accessorio, mantenendo le strutture deserte mentre si aprono le porte ai tornei per esterni, non è un obbligo del Comune: è una scelta gestionale che sacrifica l'ospitalità sull'altare di una burocrazia difensiva. Un vero peccato, perché lo sport, prima di essere un codice di articoli e commi, dovrebbe essere accoglienza.


Il vero nodo: Mancanza di flessibilità o scelta gestionale?

La giustificazione che ti è stata data ("rischiamo la multa") ha quindi un fondamento legale reale, ma nasconde una precisa scelta della nuova gestione.

Molti circoli risolvono questo paradosso in modo molto semplice e accogliente: offrono all'esterno una "quota socio temporanea" o un tesseramento giornaliero/estivo di pochi euro. Diventando socio (anche solo per la stagione o con una formula base), i tuoi lettini diventano magicamente un servizio istituzionale a disposizione di un associato, azzerando il rischio di sanzioni.

Se la nuova gestione ha preferito dirti di no, lasciando gli ombrelloni chiusi e i lettini vuoti, non è colpa del Comune di Garbagnate: è che hanno scelto la via della rigidità burocratica anziché quella della flessibilità gestionale. Un autogol che, dal punto di vista dell'immagine e del calore umano, purtroppo si paga caro.

sabato 11 luglio 2026

Quella malinconia che ci unisce (e perché i fallimenti, a volte, sono solo un punto di vista)

Ciao a tutti, ragazzi. Stefano, Rino, Davide Romano, Olivares, Censabella, Viviana, Monica, la Brignoli, la Podestà, Furia... sì, dico proprio a voi.

Di recente mi è capitato sotto gli occhi un film che, lo ammetto, ho iniziato a guardare senza troppe pretese: Cena di classe, l'opera prima di Francesco Mandelli. Sulla carta poteva sembrare la solita commedia all’italiana un po’ caciarona, magari strizzando l’occhio a Una notte da leoni tra gag e situazioni paradossali. E invece, mi ha colpito dritto allo stomaco, lasciandomi addosso riflessioni che non riuscivo a scrollarmi di dosso. E ho pensato subito alla nostra compagnia.

La trama si sviluppa attorno a una di quelle reunion che tutti, prima o poi, affrontiamo. Ci si ritrova dopo vent'anni. Ci si guarda in faccia, si scrutano i segni del tempo sugli zigomi e si fa, inevitabilmente, un bilancio. Il film parla di una generazione "di passaggio", di persone che la società etichetta facilmente come falliti. Ma guardando quelle dinamiche, ho capito una cosa profonda, che appartiene a noi, come a ogni generazione che ci ha preceduto o che ci seguirà.

Arriva un momento in cui comprendi che non ha alcun senso quanto hai accumulato, quanto hai corso, quali traguardi hai tagliato da solo. Quella sottile, cronica malinconia che ci accompagna non nasce dal non aver "fatto la storia" o dall'aver mancato il successo da copertina. Nasce dalla consapevolezza che il tempo scorre e che la vera tragedia non è fallire, ma perdersi la storia insieme al tempo.

Ciò che ci tiene davvero in equilibrio, ciò che ci fa sentire uniti e vivi, è semplicemente l’idea di avere ancora qualcosa da fare, da vivere insieme. Un'unità di intenti. Guardarsi negli occhi e sapere che, nonostante i bivi presi, siamo ancora parte dello stesso viaggio.



Voglio chiudere questo pensiero dedicandoci una canzone. Non posso far partire la musica direttamente da questa pagina come un vecchio mangianastri, ma premete play nella vostra mente (o cercatela subito sulle vostre app), chiudete gli occhi e ascoltate le parole. Racconta esattamente questo: la bellezza di ritrovarsi, di stringersi e di camminare insieme, anche quando il mondo fuori sembra correre troppo veloce.

In sottofondo per noi: ESSERE UMANI

"Credo negli esseri umani che hanno il coraggio, coraggio di essere umani..."

Ecco il link per ascoltare il brano direttamente su Spotify:

Ascolta "Esseri Umani" di Marco Mengoni su Spotify

martedì 7 luglio 2026

Quel 4-1 è uno sputo in faccia che è partito da tutti NOI



Ci sono momenti in cui la realtà decide di riprendersi il palcoscenico, spazzando via con un colpo di spugna l’arroganza di chi pensa che le regole valgano solo per gli altri. Quel 4-1 non è stato solo un risultato sul tabellone; è stato un urlo, un boato liberatorio in faccia a chi ha confuso lo sport con il proprio salotto di potere.

È uno spettacolo grottesco quello a cui abbiamo assistito da quando certi personaggi si sono insediati ai vertici. Un esercizio continuo di favoritismo e abuso, dove il gioco del pallone è diventato solo un paravento per muovere fili ben più opachi. Hanno fatto unicamente il gioco delle borse, trattando i sentimenti dei tifosi e il sudore degli atleti come asset da speculazione. Viene da chiedersi, con un pizzico di amara ironia, dove siano avvenute le maggiori fluttuazioni azionarie mentre andava in scena l'ennesima querelle mediatica tra Trump e il fango di turno. Chi ha guadagnato davvero mentre la dignità sportiva colava a picco?

Il potere logora chi non ce l'ha, diceva qualcuno, ma a volte acceca talmente tanto chi lo detiene da fargli dimenticare la legge fondamentale della fisica: ogni azione corrisponde a una reazione uguale e contraria.

Il Peso della Vergogna

Ed ecco che il castello di carte è crollato, trasformandosi in un potentissimo boomerang. Quella che doveva essere una dimostrazione di forza si è ritorta contro la nazionale di calcio degli Stati Uniti e contro l’intera nazione. Oggi, lo sguardo del resto del mondo è impresso di un unico, pesante giudizio: vergogna. Si percepisce nell'aria quel senso di imbarazzo collettivo, lo si legge negli occhi bassi dei tifosi allo stadio, costretti a subire le decisioni scellerate di leader che si credono intoccabili. Il volto della nazionale, che dovrebbe spendere i valori del sacrificio, si ritrova invece sporcato dal fango della slealtà e del favoritismo.

Il vero paradosso di tutta questa storia tocca però le corde più profonde della cultura anglosassone. Parliamo di un mondo che, storicamente, si è sempre fatto paladino della lealtà, dell'etica e del fair play in ogni disciplina. Per quella cultura, il rispetto delle regole non è un optional; è l'essenza stessa della competizione. Comportamenti del genere, che macchiano l'integrità dello sport, sono sempre stati giudicati intollerabili da quel popolo. E oggi, la vera incoerenza sarebbe accettare un favore nato dal marcio.


I fatti della vita, alla fine, arrivano sempre a rimettere le cose a posto, ricordandoci che il potere può comprare i contratti, ma non la dignità. E voi, da che parte state? Preferite vincere con il trucco o perdere restando uomini?

lunedì 6 luglio 2026

Il Telefono Squilla, il Calcio S'Inchina: Benvenuti nel Circo di Infantino




C’è un limite oltre il quale il baraccone non dovrebbe spingersi, un confine invisibile che separa il business dall’indecenza pura. Quel limite è stato polverizzato in una notte d'estate. Quello che è successo con Folarin Balogun ai Mondiali non è semplicemente un "precedente pericoloso", è la certificazione di morte dei valori sportivi, firmata e timbrata in diretta mondiale.

Un giocatore espulso sul campo con rosso diretto per un brutto fallo sulla caviglia di un avversario. La regola parla chiaro: squalifica automatica. Ma poi, la magia. Uno squillo di telefono proveniente dalla Casa Bianca, la voce pesante di Donald Trump che chiede spiegazioni a Gianni Infantino, e come per incanto la FIFA si inventa una "sospensione della squalifica con la condizionale" per un anno. Una decisione irrituale, grottesca, mai vista. Una giravolta ridicola per non scontentare il potente di turno e prostrarsi ai piedi di "Donaldone", assicurando alla Nazionale di casa la presenza della sua stella nell'ottavo di finale contro il Belgio.

Il Belgio è furioso, e come dargli torto? Dov’è il garante? Dove sono le regole scritte che dovrebbero valere per tutti, dal Qatar agli Stati Uniti, passando per l’ultimo dei campi di periferia?

Un Sistema Calcio Senza Più Pudore

La verità è amara e ha il volto di chi gestisce il calcio globale come un feudo privato. Michel Platini lo aveva detto tempo fa, ammonendo sui rischi di una deriva commerciale e politica priva di freni. E oggi quelle parole risuonano come una profezia tristemente avverata. Questo colpo di spugna su una squalifica sacrosanta è solo la punta di un iceberg fatto di favoritismi sfacciati e zone d’ombra che coinvolgono la gestione Infantino ormai da anni.

Non c'è più neanche il pudore di nascondersi. Negli ultimi anni abbiamo assistito a:

  • Mondiali assegnati a tavolino e riforme dei calendari pensate solo ed esclusivamente per moltiplicare i profitti, calpestando la salute dei calciatori e la passione dei tifosi.

  • Incontri opachi e diplomazie parallele con i leader politici più influenti del pianeta, trattando il pallone come merce di scambio geopolitica.

  • Un'ingerenza politica costante che toglie credibilità ai comitati disciplinari, ridotti a organi di facciata pronti a cambiare idea non appena si muove una pedina nello scacchiere del potere globale.

E poi ci si chiede perché l’Italia, e non solo, si trovi sempre ad affrontare percorsi tortuosi nei gironi di qualificazione, tra arbitraggi discutibili e decisioni politiche che sembrano spingere sempre i soliti noti. Forse è vero: chi versa meno nelle casse della FIFA o chi non ha il peso politico per alzare il telefono e dettare le sentenze, è destinato a subire il "regolamento", mentre per i padroni del vapore le regole diventano semplici raccomandazioni.

Lo sport dovrebbe essere l'unico luogo in cui il figlio di un re e il figlio di un operaio partono esattamente dalla stessa linea di partenza, con le stesse identiche regole. Se togli questo, togli tutto.

Vedere Infantino piegarsi così, senza un briciolo di vergogna, lascia un senso di nausea profondo. Hanno trasformato il calcio in una succursale della diplomazia dei miliardari. Rimane solo l'amarezza per un gioco meraviglioso che milioni di persone amano, ma che chi sta in cima continua, giorno dopo giorno, a infangare.

martedì 30 giugno 2026

Money Road 2: Il Trionfo dell'Ipocrisia e il Tramonto del Collettivo




Caro lettore, se lo scorso anno ci eravamo lasciati con l'amaro in bocca, convinti di aver toccato il fondo assistendo a dinamiche che definire discriminatorie era un eufemismo (come ricorderai dalle riflessioni su questo blog), oggi dobbiamo arrenderci all'evidenza. La seconda edizione di Money Road ha emesso il suo verdetto definitivo, e non parla solo di televisione. Parla di noi, del punto di non ritorno a cui è giunta la nostra società.

È oramai un fatto accertato, dolorosamente evidente sotto i riflettori di questo format: chi oggi pensa al gruppo, al collettivo, chi mette da parte i propri interessi personali per farli convergere verso un bene comune, è assolutamente fuori tempo. Un dinosauro emotivo destinato all'estinzione. Il reality si è trasformato nello specchio fedele di un'epoca che premia l'individualismo più becero, lasciando a terra chi conserva un briciolo di umanità e coerenza.

Osservando il percorso dei concorrenti lungo la "strada del denaro", il disgusto cede il passo a una profonda rassegnazione. Le peggiori concorrenti di questa edizione, Simona e Marilina, ne sono l'emblema perfetto. 

Purtroppo il mondo attuale è questo, un grande contenitore di stronzi, dove emerge sempre chi ha meno peso d'animo 



Sin dal primo giorno hanno fatto prevalere il proprio tornaconto su qualsiasi logica di convivenza. Hanno recitato, mentito, finto solidarietà nei confronti degli altri, per poi opportunisticamente chiederne l'aiuto e la sponda quando l'acqua alla gola si faceva troppo alta. Le abbiamo viste spettegolare negli angoli bui del daytime, criticare ferocemente chiunque solo perché magari, in quel preciso istante, aveva osato usufruire di una "tentazione" al posto loro. Hanno tirato fuori la parte più misera, viscida e ipocrita che un essere umano possa covare nel profondo.

Eppure, la logica distorta del gioco – e della vita – le ha incoronate vincitrici. Sono loro ad aver portato a casa il bottino più cospicuo, uscendo trionfanti da un meccanismo che fagocita la virtù e sputa oro sui cinici. Dall'altra parte del tavolo, a raccogliere le briciole, restano i giusti. Chi ha mantenuto coerenza, condivisione, onestà intellettuale e dignità se ne torna a casa con un premio minore. Penso a Chiara, ad Adele, al limpido "Monciccì" Daniele; persone che negli occhi specchiavano ancora il valore del rispetto reciproco, costrette a guardare dal basso il trionfo della meschinità. Le loro espressioni deluse, quel misto di compostezza e rassegnata dignità mentre assistevano alla spartizione finale, rimarranno l'immagine più pulita e dolorosa di tutta l'edizione.

Se lo scorso anno il format si era rivelato un inno al pregiudizio, quest'anno ha fatto un passo ulteriore: ha sdoganato la cattiveria sociale come unica strategia di sopravvivenza e successo. Purtroppo il mondo attuale è questo: un immenso, asfittico contenitore di stronzi, dove emerge sistematicamente chi ha peso d'animo, chi calpesta il prossimo senza guardarsi indietro, forte di un'assenza totale di empatia. La televisione non fa che registrare la deriva della realtà, amplificandola.

Ci stupiamo delle dinamiche di un reality, ma basta aprire i quotidiani per comprendere quanto la barbarie abbia ridefinito il valore attuale della vita. Una vita che oggi scorre così liquida e priva di senso, dove un pizzaiolo può morire, ammazzato per strada, solo perché si è legittimamente rifiutato di regalare una pizza gratis. Se questo è il metro del nostro presente, la vittoria di un premio televisivo basata sull'inganno non è che un piccolo, grottesco dettaglio in un panorama ormai desolato.

venerdì 26 giugno 2026

Cronache dal Grande Caldo Estivo (ovvero i coglioni del blackout- GRAZIE!!!!!)



Te lo sarai chiesto anche tu, almeno una volta in queste notti allucinanti, mentre fissavi il soffitto nel silenzio improvviso e spettrale della tua camera: “Ma come si fa ad essere così idioti?”

Sì, uso questa parola senza filtri, perché il perbenismo non ci salverà dal prossimo blackout di zona. Siamo nel pieno dell'estate, l'aria è una cappa pesante che sa di asfalto fuso e rassegnazione. Eppure, puntuale come le zanzare, si ripresenta la solita, deprimente commedia umana dell'egoismo tecnologico.

Immagina la scena. Interno sera, una casa qualunque della nostra ridente e surriscaldata città. C'è qualcuno che, con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli, decide che è il momento perfetto per:

  • Accendere la lavatrice (perché "ehi, la tariffa bioraria!").

  • Far partire la lavastoviglie.

  • Attaccare tre tablet, due smartphone e magari pure il ventilatore di riserva.

  • E, ciliegina sulla torta, impostare il condizionatore a temperature polari. 18 gradi.

Dico io, vuoi capire o no che la rete elettrica non è un pozzo infinito? Che se pretendi di ricreare l'inverno siberiano nel tuo salotto mentre lavi i panni, per forza di cose si creerà un sovraccarico? Non serve una laurea in ingegneria, basterebbe il sussidiario delle elementari. Eppure no.

La logica del "pago e quindi faccio quello che voglio" è il vero virus di questa società. Un individualismo cieco che si ferma esattamente al perimetro del proprio zerbino.

E così, puntuale, scatta il dramma collettivo. Il quartiere si spegne. Il condizionatore emette quell'ultimo, debole gemito prima di morire, lasciandoti addosso il sudore che ricomincia a imperlare la fronte. Ma il buio non porta il silenzio, tutt'altro. Inizia l'inferno sonoro: le sirene degli allarmi che scattano all'unisono, urlando nella notte come anime dannate; i vicini che si affacciano ai balconi con le torce degli smartphone, le facce stravolte e livide, gli occhi sgranati dal sonno interrotto, a chiedersi vicendevolmente "anche da te è andata via?".

Poi, dopo ore di agonia, la corrente ritorna. E via con la seconda sinfonia: i "bip" isterici di lavatrici che si riavviano, televisori che si accendono da soli illuminando le stanze a giorno, frigoriferi che tossiscono ripartendo a pieno regime.

Mi viene da ridere – per non piangere – se penso che l'essere umano ha conquistato lo spazio, ha mappato il DNA, ma capitola miseramente di fronte al termostato di un condizionatore. Basterebbe impostarlo a 25 gradi, deumidificare, usare un briciolo di empatia per il resto del mondo che condivide la stessa cabina elettrica. Ma l'altruismo, si sa, non rinfresca la stanza.

Siamo ostaggi dell'idiozia altrui. E la cosa più triste è che domani, alla stessa ora, saremo daccapo. Buon refrigerio a tutti, finché dura.

mercoledì 24 giugno 2026

Il Calciomercato dei Paradossi: SI 70€ per Palestra e NO 50€ per Guirassy



Mettetevi comodi, perché oggi dobbiamo fare un discorso serio, di quelli che tolgono il velo di ipocrisia al calcio moderno. Da più di un mese non si fa altro che fare nomi che lasciano il tempo che trovano, profili alla Sørloth che – con tutto il rispetto – non fanno certo sognare. Per non parlare di certe scelte in panchina, come Juric, su cui sarebbe meglio stendere un velo pietoso per non infierire. Ma la vera domanda, quella che mi tormenta e che dovrebbe tormentare chiunque ami ancora la logica di questo sport, è un’altra: chi dirige davvero gli interessi del calciomercato?

La risposta fa male, perché la sensazione è che il mercato sia ormai in mano a un oligopolio, a pochi gruppi di potere che si palleggiano commissioni milionarie alle spalle della passione dei tifosi.

Prendiamo un caso concreto, un paradosso sotto gli occhi di tutti. Sono due anni che un grande centravanti si sta mettendo in luce a suon di gol e prestazioni devastanti, prima trascinando lo Stoccarda e poi confermandosi un fattore totale sia in Bundesliga che in Champions League con la maglia del Borussia Dortmund. Parlo di Serhou Guirassy. Uno che nell'ultima stagione ha timbrato il cartellino 22 volte. Uno che ha una clausola rescissoria accessibilissima, fissata a 50 milioni di euro.

Ora, fatemi capire: com’è possibile che nessuno in Italia ne parli concretamente? Com'è possibile che non ci sia la fila per prenderlo?

Cifre Follia e Algoritmi Fantasma

Mentre per un talento emergente come Palestra si sentono sparare cifre assurde che orbitano intorno ai 70 milioni di euro, un attaccante fatto, finito e letale come Guirassy viene ignorato dai radar del nostro campionato. A questo punto sorge il dubbio spontaneo: ma gli algoritmi di cui tanto si vantano i direttori sportivi oggi, li guarda qualcuno in questi casi? O i dati servono solo come paravento quando fa comodo?

La verità nuda e cruda è che il valore tecnico sembra passato in secondo piano. Oggi non si compra il giocatore più funzionale o quello che segna di più; si compra dove le sponde dei procuratori e gli incastri degli agenti sono più fluidi, dove i flussi di denaro accontentano tutti gli intermediari della filiera.

Se vogliamo davvero salvare il calcio, dobbiamo rimettere al centro i valori del campo. Fino ad allora, assisteremo a sessioni di mercato teatrali, dove i veri colpi da 50 milioni restano un miraggio per noi e una fortuna per i club di Premier o Liga, mentre qui continuiamo a inseguire le solite piste di fumo.

martedì 16 giugno 2026

Liberate "The Final": perché il concerto d’addio degli Wham! del 1986 a Wembley appartiene a tutti noi




Cari amici, fan e cultori della grande musica, vi parlo col cuore in mano.

Tutti noi conosciamo la storia ufficiale: quel 28 giugno 1986 lo stadio di Wembley tremava d'amore per l'ultimo storico show degli Wham!. Un evento epocale, interamente filmato da professionisti, che però George Michael decise di bloccare per sempre nei cassetti di una casa discografica perché non soddisfatto della resa tecnica. Da allora, siamo condannati a guardare pixel sgranati su YouTube e frammenti rubati dai tg dell'epoca, mentre sul mercato girano solo vecchie compilation di videoclip che lasciano l'amaro in bocca.
Oggi voglio fare un appello accorato, forte e disperato a chiunque abbia il potere di cambiare le cose: eredi, discografici, manager. Restituiteci quel concerto!
Chi ha amato George Michael e gli Wham! non può essere privato di questa meraviglia, specialmente alla luce della dolorosa scomparsa di George. La decisione di nascondere questo tesoro non può e non deve spettare solo a un vecchio veto del passato. Questa è storia della musica. Questa è arte pura, e l'arte non può essere sequestrata o tenuta sotto chiave.
Faccio un appello formale: superate l'ostacolo. Trovate un accordo economico con gli eredi, investite nel restauro digitale, fate quello che serve, ma rendete finalmente commercializzabile e visibile il video integrale di Wembley 1986. Abbiamo il diritto di piangere, ballare e vedere Elton John vestito da Ronald McDonald in alta definizione. Liberate la bellezza, prima che sia troppo tardi.
Condividete questo post. Facciamo sentire la nostra voce.#LiberateTheFinal#LiberateTheFinal #WhamWembley1986#WhamWembley1986 #GeorgeMichaelArchive#GeorgeMichaelArchive #WhamTheFinal#WhamTheFinal #UnsealTheFinal#UnsealTheFinal#ConcertOfA_Lifetime#ConcertOfA_Lifetime #MusicHistoryMatters#MusicHistoryMatters #GeorgeMichaelFans#GeorgeMichaelFans #BringBackWham#BringBackWham

Il feticcio del pallone bucato: " ma come cazzo è possibile che Zaniolo giochi all'Udinese, dai!!!"




Sedetevi un momento. Guardatemi negli occhi, o meglio, guardate lo schermo con la stessa disperata intensità con cui fissate il cronometro al novantesimo minuto, quando siamo sotto di un gol e l'arbitro ha già il fischietto in bocca. Vi siete mai chiesti quale strano oracolo abbia decretato che ventidue gambe tese a rincorrere una sfera di cuoio debbano custodire il segreto millenario della nostra identità?

Il calcio ha questo potere occulto, quasi sciamanico. Non è solo uno sport, è un rito di possessione collettiva. Incarna lo spirito di un popolo, il nostro faticoso processo di crescita, le nostre miserie e i nostri improvvisi, fulminei colpi di genio. Prima di baciare quella maglia azzurra, un ragazzo ha dovuto masticare la polvere della provincia, fare gruppo, sognare la fama e, infine, caricarsi sulle spalle il peso di una nazione intera. Quando scende in campo, non sta giocando: ci sta rappresentando davanti al tribunale del mondo.

Eppure, camminiamo tra le macerie di un'identità smarrita. Abbiamo perso l'origine del mito. Ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più nei volti ordinari, geometrici e spenti scelti per comporre l'undici titolare. Dove è finita la nostra vera anima?

Prendete un nome, un nome che risuona come un accordo minore in una notte di mezza estate: Nicolò Zaniolo. Ecco lo stereotipo perfetto, la fotografia vivente e pulsante dell'Italia. È fantasioso, estroso, irriverente. Ha quell'aria smargiassa di chi sa di essere un peccatore ma non ha nessuna intenzione di pentirsi. È quel tipo di calciatore che ti fa disperare per ottantanove minuti e poi, all'improvviso, inventa una giocata "da pazzi" che ti fa godere l'anima e riconciliare con l'universo. Un talento puro, a tratti tragico nella sua stessa sregolatezza.

Chiunque sieda sulla panchina della Nazionale, avvolto nel suo cappotto scuro da stratega, dovrebbe comprendere questo mistero: convocare uno così non è solo una scelta tecnica. È un esorcismo. Significa riappropriarsi di ciò che siamo, di quell'istinto teatrale e profondo che oggi ci manca come l'aria.

Invece, assistiamo al dramma dell'assurdo. Un patrimonio del genere viene confinato, quasi messo ai margini della narrazione principale. Con tutto il rispetto per la dignità del calcio di provincia, vederlo lì fa stringere il cuore, come un dipinto del Caravaggio appeso nel corridoio buio di un condominio di periferia.

Forse abbiamo paura della nostra stessa ombra, o forse preferiamo la rassicurante mediocrità di una sconfitta pulita alla gloriosa follia di un trionfo sporco. Ma finché non torneremo a scommettere sul nostro caos creativo, continueremo a vagare nel limbo dei ricordi, gridando al vento il nome di un'identità che abbiamo paura di schierare in campo.