lunedì 14 settembre 2026

L’Intelligenza Artificiale farà crollare Internet in 6 mesi? Spoiler: no, ma serve a far salire le azioni in Borsa







Negli ultimi tempi vi sarà capitato di leggere titoli apocalittici: l'IA sta per far saltare in aria la Rete, i server fonderanno, la cyber sicurezza globale è a un passo dal baratro. Un brivido lungo la schiena, un pizzico di ansia e il panico è servito. Ma prima di iniziare a fare scorte di cibo a lunga conservazione e disdire l'abbonamento a Wi-Fi, vale la pena fare un bel respiro e guardare dietro le quinte di questo teatrino.

Il rischio tecnico, sia chiaro, esiste ed è legato alla velocità: sciami di agenti IA capaci di scovare falle informatiche a ritmo record e una mole di traffico dati che mette a dura prova i server di tutto il mondo. Ma la domanda sorge spontanea: se siamo noi a programmare questi sistemi, perché non inseriamo semplicemente dei vincoli di sicurezza insuperabili, proprio come si fa per i filtri contro il linguaggio volgare o i contenuti inappropriati?

La risposta è che la Rete non è un'applicazione aziendale chiusa. Internet è una ragnatela aperta, priva di un "amministratore supremo", dove chiunque può prendere un modello open source, rimuovere i blocchi di protezione e usarlo a proprio piacimento. In più, la sicurezza informatica è un gioco asimmetrico: chi protegge deve essere perfetto sempre, a chi attacca basta trovare un singolo punto cieco.

Eppure, l'improvvisa fretta dei "guru" della Silicon Valley nel dipingere uno scenario da fine del mondo non nasce da un illuminato senso di altruismo per la sorte dell'umanità. Seguire la pista dei soldi aiuta a capire il quadro generale.

Invocare una minaccia imminente e chiedere regole severissime serve a due scopi chiarissimi:

  • Creare barriere d'ingresso insormontabili: Imporre certificazioni di sicurezza milionarie taglia fuori i concorrenti più piccoli e affonda l'open source, garantendo il monopolio a pochissimi colossi.

  • Mantenere alle stelle le quotazioni di Borsa: Per giustificare investimenti e valutazioni finanziarie da capogiro, devi convincere Wall Street che la tecnologia che stai vendendo ha la potenza di un'arma nucleare. E, incidentalmente, che l'unica cura per proteggersi sia acquistare altri tuoi software di protezione.

Non siamo di fronte all'imminente apocalisse digitale, ma alla classica strategia industriale: amplificare la paura per regolare il mercato a proprio favore e assicurarsi che la spina della Rete rimanga saldamente nelle stesse, potentissime mani.

"Ehi ragazzo smettila di bagnarti i ricci" - l'errore che facciamo tutti davanti allo specchio




Hai presente quel momento preciso davanti allo specchio? Quello in cui prendi il flacone, ti bagni le mani — o peggio, tuffi direttamente la testa sotto il rubinetto — e ti guardi con soddisfazione. Quei ricci bagnati, appesantiti dall'acqua, ti sembrano finalmente sotto controllo: lucenti, definiti, non più gonfi come una nuvola fuori controllo. La tentazione di lasciarli così, o di affogarli in chili di creme e gel per prolungare quell'effetto, è forte. Forte e irresistibile.

Eppure, sto per dirti la verità: stiamo facendo tutti l'esatto opposto di ciò che serve per dare loro vita.

Ci sono passato prima di te. Ho fatto esattamente la stessa identica cosa per mesi, convinto di aver trovato la formula magica. Il risultato finale? Capelli apatici, sfibrati e privi di qualsiasi tipo di movimento naturale. A furia di saturarli d'acqua o di soffocarli sotto strati di prodotti fissanti nell'illusione di domarli, li rendiamo semplicemente statici, quasi finti.

Prova a fare un piccolo esperimento mentale. Immagina un filo d'erba in mezzo a un prato. Pensalo inzuppato d'acqua, appesantito e incollato a terra, mentre ci soffia sopra un filo di vento: resta lì, immobile, rigido. Ora immagina lo stesso prato, ma completamente asciutto, soffice e leggero. Quando passa il vento, l'erba danza, si piega, prende vita e mostra tutta la sua elasticità.

Ecco, i tuoi ricci funzionano esattamente allo stesso modo.

Per essere davvero vivi, districati ed elastici, i capelli ricci hanno bisogno di respirare e di ritrovare la loro forma naturale, non di rimanere intrappolati in un perenne "effetto bagnato" che li spegne. Lo so che la paura del gonfiore è tanta e che vedere la massa prendere volume fa venire voglia di correre ai ripari col primo getto d'acqua a portata di mano. Ma fidati di chi ci è già cascato: lasciar andare quell'ossessione è il primo passo per riscoprire la bellezza autentica dei tuoi capelli.

La prossima volta che ti trovi davanti al lavandino con le mani pronte a bagnare tutto... fermati un secondo, posa il flacone e lascia che il vento faccia il suo lavoro.


venerdì 11 settembre 2026

Come fottere il sistema dei cookie-wall e leggere gratis le analisi blindate



Quante volte vi è capitato? Aprite la pagina iniziale del browser, un titolo stuzzica la vostra curiosità, cliccate e... bam! Un muro digitale vi impone di "accettare tutti i cookie" o di sottoscrivere un abbonamento per proseguire. Una vera e propria trappola pensata per monetizzare i nostri dati.

C'è un metodo semplicissimo per aggirare l'ostacolo senza regalare un solo dato personale: basta copiare il titolo preciso dell'articolo e inserirlo direttamente su un motore di ricerca oppure in AI, chiedendo specificamente cosa ha scritto quella testata su quell'argomento. Il sistema si fotte da solo, perché l'informazione finisce per circolare comunque nei dati di sintesi accessibili senza dover mai cliccare su quel banner aggressivo.

Mi è capitato proprio riguardo un titolo su di un film in mostra a Venezia al festival del cinema:

"un bon petit soldat" La recensione e l'analisi pubblicate dalla testata Today.it elogiano l'opera definendola "esattamente il film che serviva a questa Venezia 83", capace di raccontare con precisione chirurgica "l'orrore che è diventata la società occidentale"

L'analisi di Today.it sul film di Stéphane Brizé

Proprio applicando questo sistema sulla notizia bloccata di Today.it, siamo riusciti a recuperare l'analisi completa senza cedere ai ricatti dei cookie.

Secondo la critica di Today.it, il regista Stéphane Brizé realizza un altro grande regalo cinematografico proseguendo la sua spietata indagine sul mondo del lavoro, tracciando un solco coerente dopo pellicole intense come La legge del mercato e Un altro mondo. L'articolo evidenzia come la pellicola riesca a mostrare magistralmente tre aspetti fondamentali:

  • La tossicità della performance: La narrazione espone la totale mancanza di spazio per la vulnerabilità emotiva nei contesti aziendali odierni, dove la produttività schiaccia l'empatia.

  • L'isolamento dell'individuo: Viene descritta l'angoscia del lavoratore, ridotto a puro oggetto o numero matematico all'interno di dinamiche disumane e alienanti.

  • La straordinaria prova attoriale: L'interpretazione di Alba Rohrwacher viene celebrata per la capacità di trasmettere la costante e insostenibile tensione vissuta dal suo personaggio.


Alla fine, sia che si parli delle logiche aziendali ritratte nel cinema di Brizé, sia delle trappole digitali che incontriamo ogni giorno sul web, la matrice è la stessa: c'è sempre qualcuno pronto a ridurci a un algoritmo, un target da monetizzare o un semplice numero su un foglio Excel.

Ma la verità è che non siamo merci e i nostri dati, il nostro tempo e la nostra attenzione non sono valuta di scambio obbligatoria. Ricordarsi di rivendicare questo piccolo spazio di libertà — anche solo rifiutando un ricatto digitale o rifiutando di farsi schiacciare da dinamiche che annullano l'empatia — è il primo passo per restare umani in un mondo che prova continuamente a calcolarci.

lunedì 7 settembre 2026

Dalla Ferrari-Panda alla favola dell'ultima fila: l'Orgoglio di Leclerc, i dubbi di Hamilton ed il giorno del Fenomeno



Ci sono gare che riconciliano con il Motorsport. Di quelle dove la Formula 1 smette di essere un'equazione contabile su gomme e consumi per tornare a essere ciò che deve: talento puro, staccate al limite e battiti a duecento. Se c'eri anche tu davanti allo schermo, sai benissimo di cosa parlo.

Guardi la pista e vedi l'anima dei piloti messa a nudo da un mezzo meccanico spietato. Charles Leclerc incarna questa sofferenza: lo vedi lottare con il coltello tra i denti, guidato da un orgoglio viscerale che lo spinge a compensare con il cuore ciò che la Ferrari perde in rettilineo. Ma a forza di guidare oltre un limite già sottilissimo, il rischio di rompere qualcosa — nel corpo o nella vettura — diventa certezza. E poi c'è Lewis Hamilton. Sentirlo lamentarsi per metà gara via radio fa uno strano effetto se poi, quando la Virtual Safety Car gli spalanca la porta del box, sceglie di restare fuori su mescole ormai consumate. Da un sette volte campione del mondo ti aspetti lucidità, non questo smarrimento strategico.

E poi, l'estasi pura. Quel fenomeno partito dall'ultima fila ha messo in scena una dimostrazione di forza brutale. Non è stata solo fortuna con le ripartenze: vederlo rimontare il gruppo e infliggere mezzo secondo al giro a tutti prima del pit-stop, e un secondo pieno subito dopo, è roba da far tremare le vene ai polsi. Farlo contro avversari con lo stesso identico motore Mercedes significa una cosa sola: la macchina era fantastica, ma a fare la differenza reale è stato il manico. Una lezione di guida chirurgica che resta impressa.

lunedì 31 agosto 2026

Controlli urgenti nelle aree di servizio: la mia odissea da Bregnano tra distributori fantasma e prezzi da rapina



Stavo rientrando da un torneo di tennis a Bregnano, le braccia ancora stanche per i colpi scambiati sulla terra battuta e quel pizzico di sana fatica che ti fa sentire vivo, quando sul cruscotto della mia auto si è accesa la spia della riserva. Un classico. Senza panico, attivo il sistema elettronico per verificare l'autonomia residua e alleggerisco il piede sull'acceleratore. Mi metto in modalità risparmio, gli occhi fissi sulla strada e il cuore che spera nell'apparizione quasi mistica di un'area di servizio.

Dopo una trentina di chilometri di marcia prudente, ecco la prima stazione della Esso. Un sospiro di sollievo durato meno di tre secondi. Le pompe erano tutte spente, sbarrate da una sequenza di birilli di plastica arancione che sembravano sbeffeggiarmi. Sopra, i cartelli dei prezzi svettavano con cifre che definire surreali è un eufemismo: benzina a 2,70 euro al litro, gasolio a 3,10. Un furto a cielo aperto, specie se pensiamo che in città viaggiamo intorno ai 2,02 per la verde e 2,15 per il diesel. Con la sensazione di essere finito in una candid camera, ingrano la marcia e riparto con l'indicatore del carburante ormai agonizzante.

Venti chilometri dopo, un'altra Esso. La benzina qui costa 2,20 euro. Ancora un furto, ma almeno umano. Mi accosto, decido di fare giusto il minimo sindacale — dieci euro — per non darla vinta a chi specula sulla necessità altrui e per riuscire a guadagnare la via di casa. Vado per pagare con la carta e il gestore, con la spigliatezza di chi pensa di aver sempre ragione, mi fa: "Per dieci euro può pagare anche in contanti".

L'ho guardato negli occhi, tra la stanchezza e la rabbia che montava: "Guardi che non ce li ho, e poi non voglio farmi fottere da voi, quando tra qualche decina di chilometri la posso fare a 1,99".

È un episodio che lascia un retrogusto amarissimo. Non si tratta solo dei dieci euro o della rabbia del momento, ma della sensazione di essere costantemente lasciati soli. Ma non ci avevano garantito controlli certosini per scovare e punire chi specula sulla pelle degli automobilisti? È davvero accettabile permettere a questa manica di furbetti di mangiare sulle spalle della gente? Perché poi, parliamoci chiaro, le conseguenze di queste gestioni scellerate e prive di etica non si fermano al nostro serbatoio, ma si riflettono a catena su tutta l'economia del Paese. E a pagare il conto, come sempre, siamo noi.

venerdì 28 agosto 2026

Claudio Baglioni spiazza tutti: addio SIAE, il futuro della sua musica è già nel domani





Il cielo sopra la musica sta cambiando, e ancora una volta c’è qualcuno che ha alzato la testa prima degli altri per guardare dove soffia il vento.

Claudio Baglioni non è mai stato uno capace di accontentarsi della cornice che gli avevano dipinto attorno. Chi si ricorda i suoi palchi al centro degli stadi, le strutture avveniristiche, la ricerca quasi ossessiva di reinventare il suono? Ha passato una vita a smontare e rimontare le sue canzoni, a ricolorarle con abiti nuovi per paura — o forse per lucida dignità — di restare ingabbiato nell’etichetta del "cantautore degli anni ’70". Per lui l'innovazione non è mai stata una moda, ma una questione di sopravvivenza artistica. Un modo per dire che il passato è solo un punto di partenza, mai un’ancora.

E oggi, mentre tanti suoi colleghi si accontentano della solita routine, il "buon vecchio Claudio" piazza un altro colpo da precursore.

A partire dal 2027, la gestione dei suoi diritti d’autore passerà a Soundreef. Addio vecchia cara SIAE, con la sua mole di carta, i timbri polverosi e quella lentezza burocratica che sembra appartenere a un'altra era geologica. Baglioni ha capito una cosa fondamentale: la musica oggi vive nell'etere digitale, viaggia nei flussi invisibili di Spotify, nei reel di Instagram, nelle dirette streaming e nei video di YouTube. I consumi non si misurano più a spanne, ma bit su bit, algoritmo su algoritmo.

Soundreef rappresenta esattamente questo: una struttura nativa digitale, un segugio ad alta tecnologia capace di tracciare ogni singolo ascolto in tempo reale con precisione quasi chirurgica. È la differenza che passa tra il contare le auto a mano al casello e l'avere un sistema di tracciamento satellitare.

È un gesto coraggioso? Forse sì, per chi ha alle spalle più di cinquant'anni di carriera. Ma per chi conosce davvero la sua visione, è solo la naturale prosecuzione di un viaggio. Claudio dimostra che non serve avere vent'anni per abbracciare il futuro: basta avere la sensibilità di capire dove sta andando il mondo e il coraggio di lasciare andare gli ormeggi.

Chissà, magari è solo un altro modo per ricolorare la sua musica. Ma una cosa è certa: ancora una volta, mentre gli altri discutono sul presente, lui ha già firmato il contratto con il domani.

mercoledì 26 agosto 2026

Carburanti: il vicolo cieco dei tagli a tempo e la sfida mancata della svolta elettrica

 


Il continuo ricorso al taglio delle accise sui carburanti non è altro che un'illusione d'ottica. Una misura d'emergenza, riproposta a singhiozzo, che finge di sollevare le tasche dei cittadini ma di fatto ne prolunga soltanto l'agonia finanziaria.

Non esiste una strada di ritorno. Il mondo basato sui combustibili fossili, insieme all'intero impianto industriale e commerciale che vi gravita attorno, ha già un destino segnato. Continuare ad accanirsi terapeuticamente su questo modello serve solo ad alimentare una volatilità folle, destinata inevitabilmente a far salire la tensione sul prezzo al barile e a pesare, alla fine, sempre sulle stesse spalle.

Un governo lungimirante non dovrebbe tamponare le falle di una nave che affonda, ma finanziare la costruzione di una nuova rotta. Invece di bruciare risorse pubbliche per scontare qualche centesimo al litro alla pompa, la vera priorità politica ed economica deve essere un cambio strutturale della mobilità.

Nel breve termine, ecco cosa occorre fare con decisione:

  • Sostegno diretto alla conversione: Destinare i fondi attualmente sprecati nei tamponi fiscali a incentivi continui, accessibili e trasparenti per cittadini e aziende che scelgono di passare all'elettrico (full ed ibrido).
  • Defiscalizzazione e contributi per la flotta aziendale: Agevolare fiscalmente e coprire parte dei costi di acquisto e leasing per le imprese che convertono i propri veicoli commerciali e la propria flotta al trasporto pulito.
  • Infrastrutturazione rapida e capillare: Sostenere capillarmente le imprese che investono in colonnine di ricarica ad alta velocità e nella produzione locale di energia da fonti rinnovabili, per rendere la transizione sostenibile anche nei costi di gestione.

Insistere con la politica dei cerotti sui carburanti significa rimanere ancorati a un passato che sta scomparendo. Finanziare subito chi ha il coraggio di passare all'elettrico significa invece costruire oggi la competitività del Paese e tutelare davvero il potere d'acquisto di domani.

martedì 25 agosto 2026

Stellantis e Peugeot: tra la resa dei conti coi difetti di fabbrica e la transizione elettrica



Guardiamoci in faccia: prima o poi al cambio automatico e all'elettrico—o quantomeno all'ibrido—ci dovremo arrivare tutti. È un passaggio obbligato, un cambio di passo che in Oriente hanno già digerito da un pezzo. Il mondo dei trasporti sta per essere stravolto dalle fondamenta, e battersi per tenere in vita vecchi sistemi a combustibile fossile ha lo stesso senso che arrampicarsi sugli specchi. Persino la figura del tassista è destinata a sfumare, sostituita gradualmente da mezzi a guida autonoma. Un lustro, forse poco più, e il paesaggio urbano sarà irriconoscibile.

Ma il vero nodo non è solo il futuro tecnologico: è il modo in cui veniamo accompagnati verso questo cambiamento. Quando ti ritrovi a combattere contro la gestione miope delle grandi case automobilistiche, la fiducia svanisce prima ancora che la batteria della tua prossima auto si sia caricata.

Prendete la mia esperienza con una Peugeot 3008. Per ben due volte di fila mi sono ritrovato a sborsare migliaia di euro—quasi 4.000 euro in totale—per un difetto arcinoto alla cinghia di distribuzione. Una cinghia "a bagno d'olio" che si sfalda progressivamente, rilasciando detriti nella coppa dell'olio fino a mandare il motore in recovery e a bloccare l'auto di colpo. Una sensazione di impotenza pura, con il cruscotto che si illumina come un albero di Natale e il motore che si spegne, lasciandoti a piedi e con il cuore in gola.

La cosa grave? Il difetto era riconosciuto dalla casa madre, con tanto di campagne di richiamo per lo specifico modello. Io, però, non ho mai ricevuto alcuna segnalazione. E quando provi a dialogare con Stellantis, inviando PEC e cercando un contatto umano, ti sconti contro un muro di gomma fatto di burocrazia e condizioni capziose.

La risposta standard? "Doveva prendere appuntamento da noi. Se ha riparato l'auto altrove o se in passato ha fatto un tagliando fuori dalla rete ufficiale, niente rimborso."

Ma se parliamo di un difetto strutturale di fabbricazione, che senso ha tutto questo? È davvero questo il modo di offrire supporto a chi vi ha dato fiducia acquistando una vostra vettura?

Ci spingono a guardare avanti, verso una mobilità pulita e iper-tecnologica, ma continuano a gestire il presente con logiche che lasciano il cliente da solo a pagare il conto degli errori altrui. E forse la vera transizione di cui abbiamo bisogno non è solo quella energetica, ma quella del rispetto verso chi guida.


L'assurdo nel ridicolo: una chiamata surreale

La ciliegina sulla torta? Dopo tre PEC inviate e oltre un mese di silenzio assoluto, vengo finalmente contattato per telefono. Dall'altro capo del filo, un operatore francese che faticava persino a parlare l'italiano.

Quando gli ho fatto presente che per quel medesimo difetto la casa madre aveva avviato un richiamo ufficiale in fabbrica, la sua risposta ha superato ogni immaginazione: mi ha liquidato dicendo che il richiamo riguardava la catena di distribuzione, non la cinghia.

Siamo al limite del ridicolo. Non solo non conosceva le campagne di richiamo del gruppo per cui lavora, ma ignorava persino l'architettura base dell'auto: quel motore non ha mai visto una catena in tutta la sua esistenza. Risposte approssimative per un problema da quasi 4.000 euro scaricato interamente sulle spalle del cliente.

mercoledì 29 luglio 2026

Infantino, la malattia del calcio: è ora di estirpare il male



Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.

A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.

È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.

Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.


La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.

«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.

«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.

Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino. La FIFA è solo un'istituzione nata per amministrare un bene collettivo, non un'azienda padrona che può impacchettare la Coppa del Mondo e cederne il 20% a un fondo d'investimento per fare cassa. La ferma presa di posizione dell'UEFA e di diverse federazioni dimostra che una linea d'ombra è stata valicata.

È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.

lunedì 27 luglio 2026

Malagò se hai scelto Maldini e Leo, devi difenderne le scelte, è un fatto!

TROPPA POLITICA NEL NOSTRO CALCIO


C’è un momento preciso in cui la passione sportiva lascia il posto alla rassegnazione, ed è quando la logica di campo viene travolta e calpestata dalle dinamiche di palazzo. Quello che sta accadendo in queste ore attorno alla figura di Andrea Pirlo ha dell'incredibile, ed è la fotografia perfetta di un sistema sportivo in cui le scelte tecniche contano ormai meno di nulla di fronte alle convenienze e alle correnti di comodo.

Parliamoci chiaro, senza filtri e senza retorica: è evidente che le cose così non funzionano. Il motivo è apparso chiarissimo in tutti i recenti episodi emersi in questi giorni: la Politica è troppo radicata nel mondo calcistico, stracolma di troppi interessi in ballo per permettere a chi se ne occupa davvero di lavorare con serenità.

Andiamo con ordine. Pirlo non si è meritato la Nazionale, diciamolo con lucidità. Le sue due precedenti esperienze in panchina — prima alla Juventus e poi alla Sampdoria — sono state fallimentari e non offrivano certo le garanzie necessarie per affidargli la guida degli azzurri. La sua nomina era una scelta specifica, precisa e coraggiosa del duo formato da Paolo Maldini e Leonardo. Certo, non piaceva a nessuno, era palese. Ma la questione fondamentale non è la simpatia o il consenso di una nomina: è il rispetto del ruolo.

Non si possono e non si devono assolutamente avallare polemiche contro scelte squisitamente tecniche, strumentalizzando e giustificando il dissenso attraverso comportamenti della sfera privata che non hanno assolutamente nulla di criminale. Si è montato un caso sul nulla, alimentato da chi cercava solo un appiglio per far saltare il banco, perché era chiaro fin dal primo minuto che a una certa parte di questo ambiente non interessava avere Pirlo alla guida della Nazionale.

La gravità di questa situazione sta nel metodo. Dal momento in cui decidi di affidare la direzione tecnica a due figure del calibro di Maldini e Leonardo, concedendo loro la responsabilità delle decisioni, non puoi sconfessarli alla primissima scelta importante. In questo modo si cancella con un colpo di spugna l'autorevolezza di chi dovrebbe dirigere. È del tutto normale e comprensibile che adesso Maldini e Leo vogliano rassegnare le dimissioni: gli è stato tolto di fatto ogni potere decisionale, ammesso che ne abbiano mai avuto uno reale.

In questo scenario frammentato, lo sguardo cade inevitabilmente sui vertici dello sport italiano. Giovanni Malagò è indubbiamente un uomo forte, lo ha dimostrato in più occasioni nel corso della sua carriera. Tuttavia, se vuole davvero tracciare un solco e lasciare un segno, deve staccarsi dal mondo politico e andare avanti per il proprio senso, se no, visti i precedenti, non se ne esce.

L'esempio da seguire c'è già all'interno dello sport azzurro ed è sotto gli occhi di tutti. Deve fare come ha fatto Angelo Binaghi nel tennis: tirare dritto, pestando anche piedi, ma portando avanti una filosofia forte che punta sui significati tecnici piuttosto che sulle convenienze ed i compromessi. Binaghi ha dimostrato che quando si protegge la visione sportiva dalle ingerenze esterne, i risultati arrivano, le strutture crescono e l'intero movimento ne trae beneficio.

Malagò ha scelto Maldini e si è trovato anche Leo; bene, deve andare avanti per quella strada, quella che ha individuato, non quella che gli viene suggerita, da chi, finora, ha dimostrato di non capirci una bega e parlare in base a come tira il vento.

Finché le decisioni sul rettangolo di gioco verranno dettate dalla paura di scontentare i soliti noti o dall'esigenza di assecondare gli umori della piazza e della politica, continueremo a assistere a teatrini grotteschi come questo. È tempo che chi ha la responsabilità di guidare lo sport italiano torni a rimettere la palla al centro, difendendo le scelte fatte e lasciando che a parlare, finalmente, sia soltanto il campo.

La parabola del tennista e dell'immondizia errante: storie di ordinario disservizio tra i monti della Valsassina

C'è un momento preciso, dopo una sconfitta sul campo da tennis, in cui il corpo stanco cerca solo due cose: un po’ di riposo e un piatto di carne alla brace.

Eravamo a Lecco, nello splendido centro tennis di via Giotto, sotto la supervisione attenta, solare e sempre simpaticissima della bravissima Sara. L'ennesima sconfitta del mio circuito TPRA è arrivata anche questa volta, ahimè, ma devo spezzare una lancia a favore del mio avversario, il buon De Consoli. Una vera "vecchia volpe" della racchetta che, per una volta, ha deciso di fare uno strappo alla solita regola non scritta dei tornei amatoriali: niente ragnatele di pallonetti stremati o smorzate snervanti, ma un gioco d'attacco, a viso aperto. Perdente sì, ma ci si è divertiti. E non è poco.


Per riprenderci dalle fatiche del match, la meta prescelta è stata Moggio, in Valsassina. Il posto è davvero notevole: ben strutturato, immerso nel verde, con quel classico profumo di montagna che ti rimette al mondo e un piccolo ruscelletto che gli scorre accanto. Certo, il torrente era completamente in secca e non abbiamo potuto fare a meno di notare strani tubi che sembravano fare da indiziati speciali per quel letto di pietra vuoto... Ma l'atmosfera c'era tutta.



Dopo qualche fisiologico momento di assestamento, ci siamo divisi i compiti con una sinergia impeccabile: la mia compagna si è occupata di alimentare il fuoco con una maestria encomiabile, mentre io mi sono dedicato alla griglia. Devo ammettere che mettersi a fare il mastro fuochista con le gambe ancora pesanti per i recuperi a fondo campo è stata una discreta faticaccia, ma il sapore della carne e la bellezza del luogo hanno ripagato ogni singola goccia di sudore.

L'amaro in bocca, però, non è arrivato dalla brace, bensì dal momento dei saluti.

Raccogliamo tutto con cura, pronti a lasciare l'area pulita, e cerchiamo con lo sguardo un cestino. Uno qualunque. Nemmeno l'ombra. In compenso, l'area è costellata da cartelli il cui succo suona più o meno così: "Siete pregati di lasciare pulito dopo l'uso, altrimenti saremo costretti a chiudere il parco. I rifiuti tornano a casa con voi".

Ora, fermiamoci un attimo a riflettere. Quando un'amministrazione ti chiede civiltà e rispetto per l'ambiente, la prima cosa che ti aspetti è che ti metta nelle condizioni di esercitare questa civiltà. Invece no. Il messaggio sottinteso, spogliato da ogni retorica istituzionale, sembra essere un altro: "Noi non abbiamo voglia di gestire la spazzatura, di passare a svuotare i contenitori o di sostenere i costi di pulizia, quindi il problema lo scarichiamo interamente su di te". Ti viene chiesta l'onestà, ma dall'altra parte ti viene mostrata la totale disimpegno.

Senza altre opzioni, carichiamo la spazzatura in macchina. Chiunque abbia mai viaggiato per un'ora sotto il sole estivo con un sacchetto di umido post-grigliata nel bagagliaio può facilmente immaginare l'aroma persistente che ha iniziato a invadere l'abitacolo. Convinti che di lì a poco avremmo incrociato un punto di raccolta lungo la strada, continuiamo la discesa. Il nulla.

Guidiamo fino a Barzio, quando finalmente intravediamo una speranza di salvezza davanti a un bar "Stube": ci sono dei cassoni. Avvicinandomi noto che due sono chiusi a chiave con il lucchetto, ma accanto ce n'è uno verde con dentro della polenta. Penso: "Perfetto, è l'umido". Ci infilo il nostro sacchettino, tiro un sospiro di sollievo e mi avvio verso l'auto.

Nemmeno il tempo di aprire la portiera che dal locale esce di gran carriera il gestore.

— «Cosa sta facendo?!» — «Ho buttato l'umido nel cestino apposito,» rispondo con calma. — «Ma non ha visto che sono privati?!» — «In che senso privati? Siamo su suolo pubblico...» — «Ma lei da dove viene?» — «Da Milano.» — «E a Milano andate a buttare l'immondizia nei cassonetti dei condomini?»

Sorrido amaro, cercando di mantenere la razionalità di fronte all'assurdo. — «No, ma questo non è un condominio e la questione non è Milano. Il suo comune mi chiede di lasciare tutto pulito quando vado al parco, ma non mi dà modo di farlo, perché questi sono gli unici cestini che abbiamo trovato nel giro di chilometri!» — «E allora scriva all'amministrazione!» mi liquida lui.

A quel punto la logica vacilla del tutto. — «Ma mi scusi... dovrei essere io, che vengo da Milano per passare una domenica sul vostro territorio, a scrivere all'amministrazione di Moggio e Barzio per far mettere dei cestini?! Ma cosa sta dicendo?»

La soluzione finale del cortese gestore? — «Si riprenda il suo sacchetto e lo vada a buttare in quel cestino situato alla fermata dell'autobus

Ecco. Un sentito ringraziamento al gestore dello Stube di Barzio per questa perla di accoglienza turistica e per l'illuminante suggerimento.


 

Ce ne siamo tornati verso casa con il nostro sacchetto dell'umido ben salco a bordo, riflettendo su come a volte basti poco per rovinare la bellezza di un luogo: la totale assenza di servizi base da un lato, e l'assoluta mancanza di empatia e accoglienza dall'altro. La montagna è bellissima, per carità. Ma la sensazione che certi territori vogliano il turismo solo fino a quando si tratta di incassare, lasciando ai visitatori l'onere di gestirsi perfino i propri scarti, è un peccato che fa più male di una palla corta a filo rete.

venerdì 24 luglio 2026

Il colpo di coda del Dinosauro: perché le vostre guerre per il petrolio hanno già perso contro il futuro



Guardatevi allo specchio, voi che muovete i fili delle vecchie economie occidentali. Guardate la frenesia con cui vi aggrappate a ogni singola goccia di greggio, l'ansia con cui cercate di congelare il tempo. Sbracciate, urlate, alzate i dazi e muovete la scacchiera geopolitica come se poteste davvero fermare la marea. Ma la verità, quella spietata che fingete di non vedere, è che il vostro ruggito è diventato solo il verso di una creatura sfinita.

Siete come un dinosauro che sbatte rabbiosamente la coda nell'aria: fa un gran rumore, spaventa chi gli sta intorno, ma non cambia di un millimetro la sostanza delle cose. Sta arrivando la fine della sua era, e lui lo sa.

L'illusione del controllo: Potete manovrare i mercati, alzare polveroni mediatici, creare diversivi ad arte a colpi di annunci roboanti sull'ennesima intelligenza artificiale per distrarre le masse. Potete persino arroccarvi dietro figure che promettono di riportare indietro le lancette della storia. Ma sono tutti tentativi goffi di rimandare l'inevitabile.

Mentre in Occidente vi ostinate a succhiare le ultime gocce dal fondo del barile — difendendo un modello automobilistico e industriale oramai decotto —, ad Oriente il futuro non lo stanno semplicemente aspettando: lo stanno già vivendo.

La frattura del mercato globale

Il baricentro del mondo si è spostato. E non è una questione di ideologia, è una questione di pragmatismo tecnologico ed economico:

  • Elettrificazione di massa: L'Asia ha già imboccato la strada dei veicoli elettrici con una forza d'urto industriale che lascia poco spazio alle vostre lentezze burocratiche.

  • Automazione strutturale: Guardate gli scioperi nei trasporti pubblici che ancora oggi paralizzano le nostre città. Tra cinque o sei anni saranno un ricordo nostalgico: la guida autonoma e la flotta connessa renderanno quei modelli di gestione semplicemente obsoleti.

  • Geopolitica dell'energia: Chi ha basato il proprio potere sul gas e sul petrolio assiste terrorizzato alla nascita di un paradigma in cui l'energia non si estrae più dalla terra devastando territori, ma si genera e si gestisce con la tecnologia.

Certo, la transizione farà male. Ogni cambio d'epoca porta con sé strattoni, guerre commerciali e crolli finanziari. Chi ha guadagnato trilioni con i combustibili fossili non lascerà il tavolo da gioco senza aver prima ribaltato le sedie.

Ma il tempo è un giudice spietato e non accetta tangenti. Potete spremere quel barile fino all'ultimo residuo denso e nero, potete inventarvi mille manovre diversive per tenere in vita una carcassa industriale che appartiene al Novecento. Ma la fisica, l'innovazione e il mercato globale vi hanno già superato.

Continuate pure a sbattere la coda. Il mondo, intanto, sta già andando da un'altra parte.

giovedì 23 luglio 2026

IL TEATRINO SULLA NOSTRA PELLE: DA CONTE A SALVINI, SE L’INTERESSE PERSONALE AFFONDA IL POPOLO



Un momento di rabbia non nasce mai dal nulla. Nasce dal peso quotidiano di chi si sveglia ogni mattina, guarda il conto in banca e deve fare i conti con la realtà vera: la benzina a quasi due euro al litro, le bollette di luce e gas che divorano duecento euro come se niente fosse, il carrello della spesa che pesa sempre di meno e costa sempre di più. E gli stipendi? Piantati esattamente dove erano, immobili mentre tutto il resto sale.

In questo quadro di fatiche vere, la distanza tra il paese reale e il teatrino della politica non è mai sembrata così abissale.

Mentre là fuori c’è gente che cerca solo di arrivare a fine mese, in Parlamento assistiamo all'ennesimo show: deputati che sventolano cartelli con scritto "Fuori le chat". E la reazione viscerale di chiunque stia vivendo sulla propria pelle il peso dell'inflazione non può che essere una: ma a me, che non riesco ad arrivare a fine mese, cosa diavolo me ne frega delle chat di un sottosegretario che aveva "amicizie sbagliate"?

L'unica ossessione di certa Sinistra sembra essere quella di ostacolare con ogni mezzo chi sta provando a governare, facendo unicamente campagna elettorale denigrando il lavoro altrui senza fornire alcuna soluzione costruttiva o proporre soluzioni reali per il Paese. GENTE CHE HA AVUTO IL CORAGGIO DI CANDIDARE LA SALIS E PORTARLA IN PARLAMENTO. E l'ipocrisia tocca il picco quando si cerca di trasformare ogni episodio di cronaca in un caso politico, aizzando le piazze e alimentando un clima di rabbia e tensione. Ci si chiede di scendere in piazza a protestare per un uomo che si mette a sbraitare al centro di una via pubblica, dandomi in escandescenze? Ma stiamo scherzando? Impedire a una persona in stato di alterazione di fare del male a sé o agli altri è una misura Elementare di sicurezza pubblica. Quante volte abbiamo letto di tragedie sfiorate o consumate perché nessuno era intervenuto in tempo contro "pazzi" allo sbaraglio? Eppure, persino questo diventa motivo di propaganda per una cricca di sedicenti "difensori della socialità", gente che di sociale non vive assolutamente nulla se non i cinque minuti di passerella pubblica per farsi fotografare.

Poi c'è chi, come Giuseppe Conte, oggi si erge a paladino degli ultimi dopo aver lasciato un'eredità economica disastrosa. Ricordiamo bene cosa è stato fatto: un Reddito di Cittadinanza elargito per anni senza controlli reali, finito spesso nelle tasche sbagliate, e un Superbonus 110% che ha dissanguato le casse dello Stato facendo la fortuna di non pochi furbetti e parassiti dell'edilizia, trasferendo il debito sulle spalle di quelle stesse famiglie che oggi faticano a fare la spesa.

L'operato del Governo Meloni si può certamente discutere, ci si può confrontare ed è giusto farlo, perché nessuna misura è perfetta e non si può garantire sul libero arbitrio di ogni singolo individuo che ne fa parte. Ma bisogna anche avere l'onestà intellettuale di prendere atto di quanto è stato messo in campo:

  • Il taglio del cuneo fiscale e contributivo, reso strutturale per mettere più soldi direttamente in busta paga ai lavoratori con redditi medio-bassi.

  • La riforma dell'IRPEF e la revisione delle aliquote per alleggerire il carico fiscale del ceto medio.

  • L'abolizione del Reddito di Cittadinanza e la sua sostituzione con l'ADI (Assegno di Inclusione), legando il sostegno economico a chi ha davvero bisogno o a percorsi reali di avviamento al lavoro.

  • Il superamento della finanza d'emergenza del Superbonus, per mettere in sicurezza i conti pubblici ed evitare un crack finanziario sulle future generazioni.

  • Misure dedicate alle famiglie e alla natalità, con la decontribuzione per le madri lavoratrici e il potenziamento dei congedi parentali.

  • 1. Sicurezza e Giustizia

    • DL Caivano: Misure di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, con un inasprimento delle pene per i minori che commettono reati gravi e sanzioni per i genitori che non mandano i figli a scuola.

    • Norma Anti-Rave: Introduzione nel codice penale del reato di invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi.

    • Codice della Strada: Inasprimento delle sanzioni per chi guida sotto l'effetto di alcol o droghe, per chi usa il cellulare alla guida e stretta sui monopattini elettrici (obbligo di targa, casco e assicurazione).

    • Riforma della Giustizia (DdL Nordio): Abolizione del reato di abuso d'ufficio, ridefinizione del traffico di influenze illecite e stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche.

    2. Immigrazione e Politica Estera

    • Protocollo Italia-Albania: Realizzazione di centri in territorio albanese per la gestione delle procedure di frontiera e il rimpatrio di migranti irregolari.

    • Decreto Cutro: Inasprimento delle pene per i trafficanti di esseri umani e revisione della protezione speciale per i migranti.

    • Piano Mattei per l'Africa: Piano strategico volto a promuovere accordi di cooperazione economica, energetica e strutturale con i Paesi africani per affrontare le cause profonde dell'emigrazione.

    3. Fisco, Impresa e Made in Italy

    • Tregua Fiscale (Rottamazione-quater): Misure di definizione agevolata delle cartelle esattoriali per alleggerire il contenzioso tra cittadini e fisco.

    • Legge sul Made in Italy: Misure per la tutela e la promozione delle filiere produttive italiane, dell'artigianato e delle eccellenze enogastronomiche, con l'istituzione del Liceo del Made in Italy.

    • Decreto Asset e Concorrenza: Interventi su settori specifici come i taxi, le licenze e la tassazione sugli extraprofitti bancari.

    4. Riforme Costituzionali e Autonomia

    • DdL Premierato: Proposta di riforma costituzionale per l'elezione diretta del Presidente del Consiglio e la stabilizzazione dei governi.

    • Autonomia Differenziata: Legge quadro per l'attuazione dell'autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario (ex art. 116, terzo comma, della Costituzione).

    5. Lavoro e Pubblica Amministrazione

    • Decreto Lavoro (1° Maggio): Oltre al taglio del cuneo, la misura ha introdotto la semplificazione dei contratti a termine, nuovi incentivi all'assunzione di giovani e donne, e la revisione delle causali per i contratti a tempo determinato.

    • Semplificazione PA: Digitalizzazione dei concorsi pubblici, accelerazione delle assunzioni e sblocco dei turn-over per rinnovare il personale della Pubblica Amministrazione.

Al contrario, cosa ci avevano lasciato i governi a guida o trazione di sinistra negli anni precedenti?

  • Bonus a pioggia e assistenzialismo sfrenato, che hanno drogato l'economia creando debito anziché sviluppo.

  • Politiche fiscali oppressive, incapaci di premiare chi produce e chi lavora sodo.

  • Scarse tutele sul fronte della sicurezza e una gestione dei flussi migratori e dell'ordine pubblico spesso incoerente e priva di visione a lungo termine.

Ma dire basta a questa ipocrisia non significa accettare qualsiasi scorciatoia ideologica, ed è qui che serve la massima lucidità. Non si può condividere la linea di chi, come Matteo Salvini, si ritrova a giustificare chi pensa di farsi giustizia da solo con le armi laddove lo Stato appare assente.

Togliergli la vita a una persona perché ha sbagliato non è giustizia, non è senso del dovere, e non è difesa del territorio: è solo odio, rabbia cieca e basso livello culturale. Chi impugna un'arma per farsi giustizia da sé rompe il patto sociale tanto quanto chi compie un reato.

Ciò di cui questo Paese ha disperatamente bisogno non è la giustizia da far west, né la retorica vuota di chi vive di passerelle, ma uno Stato forte, presente e concreto. Un intervento deciso per proteggere davvero il territorio, garantire la sicurezza nelle strade e difendere l'interesse comune: quello dei cittadini ordinari, dei lavoratori, dei piccoli risparmiatori, e non solo quello dei grandi gruppi imprenditoriali o dei grandi proprietari.

È ora di finirla di lavorare soltanto per se stessi o per il proprio tornaconto elettorale. È ora di tornare a parlare dei problemi reali della gente.