venerdì 20 febbraio 2026

Cazzo grazie CASSANO !!!!!!

 C’è qualcosa di profondamente irritante quando un episodio di campo, che potrebbe essere archiviato con una stretta di mano e un "poteva andare in entrambi i modi", viene trasformato in un caso di stato, quasi a voler riscrivere le leggi della fisica o della dinamica sportiva.

Esaminiamo  la volontarietà dell'intento. Nel calcio moderno ci siamo dimenticati che il gioco non è fatto solo di impatti violenti, ma di malizia, di sbilanciamenti impercettibili e di strategie psicologiche.

L'anatomia di un contatto (o non contatto)

Nella penombra di San Siro, mentre le maglie si sfioravano, il gesto di Kalulu non era un semplice movimento scoordinato. C’era l’astuzia di chi sa di aver perso il passo.

  • Il movimento del braccio: cercare di sbilanciare l’avversario in ripartenza è la quintessenza del fallo tattico. Anche se il tocco è minimo, l'effetto su un atleta in piena corsa può essere destabilizzante.

  • La reazione di Bastoni: La sua è stata la risposta che viene usata su tutti i campi italiani e non sin dalle giovanili, e cioè accentuare la volontarietà dell'avversario di commettere fallo. Vederlo attaccato per una reazione spontanea, perché poi ha esultato è assurdo ed ipocrita. 

    In questo circo mediatico, la voce di chi cerca di analizzare l'intenzione — e non solo il "frame" rallentato mille volte — finisce spesso sommersa dai decibel di chi urla più forte.

La gestione Rocchi e il "Peso" delle maglie

Le scuse di Rocchi  sollevano  un dubbio che molti tifosi condividono. Il designatore ha un ruolo delicatissimo, ma la disparità di trattamento tra episodi simili lascia un retrogusto amaro.

SituazioneGestione ComunicativaPercezione Pubblica
Episodio Kalulu-BastoniScuse pubbliche immediateAlimentazione della polemica
Errori plateali passatiSilenzio o difesa corporativaSenso di ingiustizia

È amaro constatare come figure descritte come "esempi di sportività" si lascino andare a toni che di educativo hanno ben poco. L'ironia della sorte vuole che proprio chi dovrebbe incarnare lo stile e la compostezza, nei momenti di tensione, mostri una maschera diversa, molto più vicina all'arroganza che alla leadership.

In questo circo mediatico, la voce di chi cerca di analizzare l'intenzione — e non solo il "frame" rallentato mille volte — finisce spesso sommersa dai decibel di chi urla più forte.


Già di quei 4 coglioni prezzolati della tv italiana, in primis SKYSPORT, che dice di non essere di parte, e per fortuna 


Poi se il problema è la simulazione, usate la prova tv, come fu fatto per Totti e lo sputo, ricordate? Si vede che ha fatto simulazione con la prova tv, si stabiliscono un tot di giornate di squalifica e così educherete i giocatori non ripetere l'errore 

mercoledì 11 febbraio 2026

Grazie Milani per questa visione " La vita va così" e non è uno spot per caproni indicizzati ad un buen camino







C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere come il "rumore" di un grande budget riesca a soffocare il "respiro" di un’opera d’arte vera - questo mi è successo oggi guardando "La vita va così" e pensando al film di Zalone. 75 milioni di euro di incasso non sono solo una cifra, sono una dichiarazione d'intento di una nazione: è la prova schiacciante di dove la massa sceglie di riversare il proprio tempo e la propria attenzione.  La gente ci va perché "tutti ci vanno", in una sorta di rito collettivo che però non crea comunione, ma solo altro distacco.

Al contrario, l'opera di Milani agisce come un sussurro potente in una stanza piena di gente che urla. Parla di stare uniti, di principi che non si vendono, di quella dignità antica che non cerca il "like" o il profitto immediato.

La nostra realtà che oramai è fatta solo di staticità, data da un video, da un messaggio, da un messaggio vocale. Che non crea nessuna empatia, nessuna armonia, solo distacco. Milani in questo film parla di tutto quello che ci manca, che non sono i soldi, ma è stare uniti, fare le cose per principio, con un sentimento che non abbia un prezzo, che non si pieghi solo al beneficio materiale od alla prospettiva di avercelo. 

Il paragone con il cinema di Zalone (o quel tipo di produzioni iper-finanziate) è impietoso ma necessario. Da una parte abbiamo l'ironia che spesso si ferma alla superficie, alla risata facile che fattura milioni ma lascia il tempo che trova; dall'altra abbiamo un racconto che ti guarda negli occhi e ti chiede: "E tu, quando è stata l'ultima volta che hai fatto qualcosa di giusto solo perché era giusto farlo?".



Grazie Milani per questa visione, e spero che d'ora in avanti facciano più film come il tuo e molti meno come quello di Zalone


lunedì 9 febbraio 2026

Ora anche il Giappone - L’Era del Pragmatismo Gentile: Quando il Potere si tinge di Donna


 

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere la nuova Premier giapponese, Sanae Takaichi, seduta dietro una batteria a colpire i piatti con la stessa precisione con cui affronta un dossier economico. Non è solo "comunicazione pop". È la manifestazione di un’identità che non sente più il bisogno di mimetizzarsi in un completo grigio per essere autorevole.

Per decenni abbiamo pensato che il potere avesse un’unica voce: ferma, distaccata, quasi atemporale. Poi, la storia ha iniziato a parlarci attraverso figure che hanno saputo unire la fermezza d’acciaio alla cura del dettaglio umano.

Le Architette della Prosperità

Se guardiamo indietro, i momenti di maggiore stabilità e rinascita dei grandi Paesi portano spesso una firma femminile. Non è una coincidenza, è una visione.

  • Margaret Thatcher: La "Lady di Ferro" che ha scosso un Regno Unito stagnante. Al di là delle posizioni politiche, la sua figura, con la borsa sempre al braccio e lo sguardo tagliente, ha dimostrato che la determinazione non conosce genere.

  • Angela Merkel: La Mutti d’Europa. Con le sue giacche colorate — una sobria divisa di pragmatismo — ha guidato il continente attraverso tempeste finanziarie e sociali con la pazienza di chi sa che governare significa, prima di tutto, tenere insieme la famiglia.

  • Giorgia Meloni: Prima donna a guidare l'Italia, capace di trasformare un compleanno istituzionale in Giappone in un momento di connessione umana, per poi diventare un’icona manga. È la politica che scende dal piedistallo e parla la lingua del suo tempo, senza perdere un briciolo di fermezza.

E come non citare Elisabetta II? La sovrana che ha attraversato quasi un secolo rimanendo il punto fermo in un mondo che cambiava troppo velocemente. La sua non era solo corona; era una presenza misurata, un silenzio che valeva più di mille discorsi, una vita intera dedicata al servizio con una grazia che definirei "eroica".

Oltre il Simbolo: La Politica dei Gesti

La "Takaichi mania" ci insegna che oggi il leader non è più un’entità astratta. È qualcuno che mangia uno snack specifico, che usa una penna particolare, che condivide una passione. Questo accumulo di segni, come viene definito, non è superficialità: è vicinanza.

Forse il segreto della prosperità che queste donne hanno saputo generare risiede proprio qui: nella capacità di non separare mai lo stile dal comportamento. Hanno capito che la politica non è solo gestione di numeri, ma cura delle persone.

C’è un’ironia sottile in tutto questo: per secoli si è detto che le donne fossero "troppo emotive" per il comando. Oggi scopriamo che proprio quella capacità di provare e mostrare emozioni — che sia la gioia di un concerto o il calore di un augurio di compleanno — è la colla che tiene unite le nazioni e le rende prospere.

Finalmente il mondo si è accorto del valore del genere. Non per una questione di quote, ma per una questione di valore intrinseco. Perché quando una donna siede alla tavola del potere, non porta solo la sua intelligenza, ma tutto il peso e la bellezza della sua umanità.

E' una corsa a due Inter e Milan, le altre non hanno speranza

Da Milano non si sposta



Eccoci qui, nel cuore di febbraio, a osservare quello che sta diventando un corpo a corpo solitario, quasi un duello d'altri tempi che profuma di polvere e sudore tra i navigli. Il distacco è netto e il resto del gruppo sembra correre con un freno a mano tirato, incapace di reggere i giri del motore di queste due.

L’Inter di Chivu oggi è una creatura diversa. Si vede nei volti dei giocatori, in quel modo di stare in campo più ordinato, quasi austero. Chivu ha quel piglio di chi ha vissuto la trincea e non vuole ripetere i passi falsi del passato. Se Inzaghi era l'entusiasmo che a volte finiva per consumarsi troppo in fretta, Cristian sembra aver portato una calma quasi scientifica, una gestione delle energie che è fondamentale se vuoi davvero puntare a tutto.

Dall'altra parte, il Milan di Allegri è un fantasma che non ti lascia mai dormire tranquillo. È una squadra che non ha bisogno di dominarti per novanta minuti; le basta un'occhiata, un momento di distrazione, per colpirti con quel cinismo chirurgico che è il marchio di fabbrica del suo allenatore. Max ha ridato ai rossoneri quella pelle dura che serve nelle corse a tappe.

Le chiavi del duello

  • La gestione dello sforzo: La vera sfida di Chivu sarà proprio non arrivare "alla frutta". L'ombra del Triplete è un peso enorme, un sogno che può darti le ali o schiacciarti sotto il peso delle aspettative.

  • La tenuta mentale: Il Milan gioca sul nervosismo altrui. Aspetta che l'Inter inciampi per far sentire il fiato sul collo.

  • La profondità: Quest'anno i nerazzurri sembrano avere ricambi più pronti, un fattore che nel 2010 fu decisivo e che oggi potrebbe permettere di eguagliare quel mito.

giovedì 5 febbraio 2026

Franklin, Gates, Winfrey, Musk e il metodo delle 5 ore - perché un’ora al giorno non basta se il metodo è cieco

Leggo della "regola delle cinque ore" e non posso fare a meno di interrogarmi. Benjamin Franklin, Elon Musk, Bill Gates, Oprah Winfrey: giganti che dichiarano di dedicare sessanta minuti al giorno all’apprendimento e alla sperimentazione per affilare le proprie competenze. È un concetto che appare ovvio, quasi banale, eppure nasconde un’insidia. Loro hanno il privilegio di poter pianificare questo tempo come un lusso necessario, ma io, che dedico alla comunicazione scritta anni di impegno costante, mi ritrovo a chiedermi perché quel successo performante tardi ad arrivare.

La verità è che la costanza, da sola, può diventare una trappola. Se dedico tempo a una pratica senza un metodo di apprendimento adeguato, rischio semplicemente di cristallizzare i miei errori, rendendoli più fluidi ma non per questo corretti. Probabilmente sto sbagliando l'approccio alla sperimentazione. Non basta "fare", serve capire come acquisire competenze reali che si trasformino in risultati tangibili.

Il vero nodo della questione non è la quantità di tempo, ma la qualità della struttura di quell'ora. Un metodo di apprendimento efficace dovrebbe concentrarsi sulla scomposizione delle abilità e sulla correzione immediata, piuttosto che sulla semplice ripetizione. Per ottenere un risultato che sia davvero performante, la sperimentazione deve uscire dal recinto dell'abitudine e diventare una sfida tecnica costante. Forse, invece di celebrare il tempo dedicato, dovremmo iniziare a parlare seriamente di come quel tempo debba essere abitato per non restare soltanto un esercizio di stile fine a se stesso.

mercoledì 4 febbraio 2026

Il Mondo dell'IPOCRISIA e Maria la Regina

 










L'odore della polvere e il freddo dei LED

Se dovessimo dare un volto a questo sistema, dovremmo guardare gli occhi di chi siede dietro le quinte, lontano dall'occhio rosso della telecamera. Lo studio è un luogo strano: sotto le luci accecanti tutto sembra vibrante e vivo, ma appena ci si sposta nell'ombra dei corridoi, l’aria diventa pesante, viziata dal ronzio dei condizionatori che cercano invano di rinfrescare un ambiente saturato dal nervosismo.

Gianni, ad esempio. Lo abbiamo visto spesso sistemarsi la giacca con un gesto meccanico, il volto segnato da una fissità che il trucco pesante fatica a nascondere. È un uomo che ha barattato il proprio mistero per un posto in prima fila nel tribunale del nulla. Quando attacca con ferocia, come ha fatto con Andrea Nicole, le sue vene del collo si gonfiano e lo sguardo si fa vitreo; non è la rabbia di chi difende un valore, è il riflesso incondizionato di chi deve proteggere il proprio privilegio. In quel momento, la sua "privacy" non è un diritto, è un muro di cinta che lui stesso ha costruito per non ammettere che, fuori da quell'arena, il silenzio sarebbe assordante.

E poi c’è Lei. Maria si muove nello spazio con la grazia distaccata di un’entità superiore. Spesso si siede sugli scalini, un gesto che vorrebbe comunicare prossimità, "umanità", ma che in realtà le permette di dominare la scena dal basso, come un predatore che non ha bisogno di stare in piedi per incutere timore. La sua espressione è una maschera di neutralità benevola: un leggero inclinare del capo, un mezzo sorriso che non raggiunge mai gli occhi, rimasti freddi e analitici come quelli di un croupier che osserva l'ultima puntata di un giocatore disperato.

Il rito del sacrificio

L'episodio di Andrea Nicole è stato il punto di rottura della narrazione. Ricordo ancora la sua espressione in quella puntata: le spalle piccole, il respiro corto che le faceva tremare leggermente la collana sul petto. Era la personificazione della vulnerabilità. In quel momento non era più la "bandiera" del progresso; era un essere umano che aveva scelto il battito del cuore invece delle clausole contrattuali.

La ferocia con cui è stata demolita è stata quasi catartica per il sistema. Era necessario punirla non perché avesse mentito, ma perché aveva dimostrato che il sentimento può ancora essere anarchico, indisciplinato, non catalogabile in un foglio Excel.

"In quel circo, la verità è un'ospite sgradita che viene invitata solo per essere derisa se non indossa l'abito della festa."

Una riflessione necessaria

Forse, la vera tragedia non è in chi produce questo spettacolo, ma nel vuoto che esso va a riempire. Utilizziamo questi frammenti di vite altrui per non guardare le crepe delle nostre. Ci convinciamo di essere giudici giusti mentre, dal divano di casa, partecipiamo al banchetto della dignità altrui. In fondo, siamo tutti un po' colpevoli di aver scambiato il voyeurismo per empatia.

A pensarci bene, l'unico atto di vera ribellione in quel contesto sarebbe il silenzio. Ma il silenzio non produce share, e lo share, in questa chiesa sconsacrata, è l'unica forma di redenzione concessa.

Adesso io non sopporto quell'egocentrico di Corona, ma se sta dicendo solo falsità, perché oscurarlo?


lunedì 2 febbraio 2026

Grammy 2026: Carne in Vetrina. Il Genere Donna che umilia se stesso












 

Mi trovo spesso a riflettere su questo strano teatro dell'assurdo che è diventato il mondo del pop. Guardando le immagini degli ultimi Grammy, ho provato un senso di disagio profondo, quasi una punta di amarezza che va oltre il semplice giudizio estetico. Mi chiedo come sia possibile che, in un’epoca in cui giustamente chiediamo agli uomini un rispetto sacrosanto e una nuova profondità nello sguardo verso il femminile, siano proprio le donne, su quel palcoscenico mondiale, a presentarsi in modo così sguaiato.

Non è moralismo, è la sensazione che si stia perdendo il senso del limite e, paradossalmente, della propria dignità.

Lo spettacolo dell'eccesso

Camminando idealmente tra quei flash, vedo scene che mi lasciano perplesso:

  • Addison Rae che, con quel gonnellino ridotto al minimo, sembra cercare lo scatto rubato quasi per contratto, evidenziando ciò che dovrebbe essere privato con una naturalezza che mi spiazza.

  • Chappell Roan, avvolta in una nudità che sembra voler scimmiottare l’estetica di Bianca Censori, trasformando l’arte in una mera esposizione di pelle.

  • Heidi Klum, chiusa in un abito che sembra aver sigillato sotto la plastica non solo le sue forme generose, ma anche la sua classe, riducendo un corpo splendido a un manichino da esposizione.

  • Karol G, dove il pizzo diventa un velo così sottile da non lasciare nulla all'immaginazione, sbattendoci in faccia una sensualità che, a mio avviso, perde ogni mistero per farsi pura ostentazione.


Una dignità che svanisce

Mi fa male vedere questa deriva. C’è qualcosa di umiliante nel pensare che l'unico modo per essere "potenti" sia spogliarsi o rendersi volgari. Mi sembra un cortocircuito: urliamo al mondo che non siamo solo corpi, e poi quegli stessi corpi li trasformiamo in merce da dare in pasto all'opinione pubblica nel modo più chiassoso possibile.

L'espressione di queste donne, spesso fiera ma vuota, mi interroga profondamente. Dove finisce la libertà di espressione e dove inizia l'auto-oggettivazione? Credo che l'eleganza sia un’altra cosa; è fatta di sottrazioni, di silenzi, di quel fascino che emana da uno sguardo intelligente, non da una mutanda esibita a favore di camera.

Vedere queste artiste così "piccole" nonostante la loro fama, ridotte a una gara di centimetri di pelle nuda, lo trovo, per l'appunto, imbarazzante per l'intero genere femminile. Mi piacerebbe che tornasse il tempo in cui a far rumore era la voce, e non il rumore sgradevole di un vestito di plastica che si muove sotto i riflettori.

mercoledì 28 gennaio 2026

L'AVIDITÀ SOPRA OGNI CAPACITA' UMANA






Siamo arrivati a questo punto, in quel luogo oscuro dove le parole smettono di essere solo suoni e diventano armi.

Stanotte, sotto il cielo pesante di Minneapolis, un uomo si è scagliato contro la deputata Ilhan Omar mentre parlava a un comizio. Immaginate la scena: centinaia di persone, la voce di una donna che risuona nell’aria, e all’improvviso il movimento convulso di Anthony Kazmierczak, 55 anni, che le spruzza addosso una sostanza sconosciuta con una siringa. In quel momento, sul volto della Omar, non c'è stata solo la sorpresa, ma il riflesso di un’epoca che ha smarrito ogni barlume di umanità. Il suo "crimine"? Aver chiesto l’abolizione dell’ICE e le dimissioni di Kristi Noem.

Ma per capire davvero il fango che ha generato questo gesto, dobbiamo guardare negli occhi chi quell’odio lo ha coltivato con cura. Per Donald Trump, Ilhan Omar non è una collega, non è una madre, non è nemmeno una cittadina. È la donna che lui ha definito "spazzatura". È quella che, secondo i suoi comizi urlati, dovrebbe "tornare nel suo Paese", la Somalia, quasi come se l'appartenenza fosse un privilegio da concedere e non un diritto vissuto.

È amaro pensare a come la narrazione del potere possa deformare i tratti di una persona fino a renderla un bersaglio. Trump l’ha accusata, senza l’ombra di una prova, di essere corrotta, di aver rubato miliardi, persino di aver sposato suo fratello per la cittadinanza. Ha osservato folle inferocite urlare "Send her back!" e, con un sorriso compiaciuto che ancora gela il sangue, li ha definiti "straordinari patrioti". Anni di insulti, anni passati a seminare veleno contro le sue origini e la sua comunità, hanno trasformato una donna coraggiosa in una sagoma da abbattere.

E ieri, qualcuno ha finalmente deciso che le parole non bastavano più. È passato ai fatti.

E Trump? Qual è la risposta del Presidente degli Stati Uniti davanti a una donna aggredita con una siringa? "Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione". Quando gli hanno chiesto se avesse almeno visto il video, ha risposto con quel solito tono sprezzante, un miscuglio di arroganza e indifferenza: "No, non ci penso nemmeno".

C’è una solitudine terribile in quella risposta. È il rifiuto di vedere l'altro, di riconoscerne il dolore. Questo è ciò che accade quando si sceglie di trasformare la politica in un'arena di gladiatori senza onore: semini odio ogni giorno e, quando il sangue inizia a scorrere, giri lo sguardo dall'altra parte, accusando la vittima di aver inscenato il proprio dramma. Eppure, con un’ironia che sa di cenere, continuano a dirci che il vero problema è "l'odio della sinistra".

Forse, prima di occuparci di chi grida più forte, dovremmo chiederci cosa ne è stato della nostra capacità di provare compassione per una donna che, mentre cercava di parlare di futuro, si è ritrovata a temere per la propria vita.

Ehi Muso ma cambiare preparatore atletico no???? Devi farlo anche per noi che siamo orfani di Re Roger, please




Mi ero svegliato con quella rara sensazione di ottimismo, un’alba che sembrava promettere finalmente il compimento di un destino. Le premesse per sconfiggere il grande Re degli Australian Open c'erano tutte, si respiravano nell'aria tersa del mattino.

Ed infatti, Lorenzo stava mettendo in scena un’opera d’arte. Un Musetti mai visto: una costanza che pareva scolpita nel marmo, una rapidità felina e una solidità mentale che, a certi livelli, non gli avevamo mai riconosciuto. Lo guardavo giocare e provavo quel brivido che solo la bellezza autentica sa regalare. Eppure, per l’ennesima volta, il nastro della storia si è spezzato sul più bello, proprio quando la vetta sembrava a un passo.

È amaro doverlo ammettere, ma sono troppe le occasioni sfumate perché si possa ancora parlare di semplice sfortuna o di un destino cinico e baro. Non è possibile fermarsi così, soprattutto — come ha sottolineato lui stesso con una nota di sconforto nell'intervista — proprio all'alba della stagione, quando le energie dovrebbero essere ancora intatte.

C'è un'urgenza quasi fisica in questo stallo. Muso è strabello da vedere; il suo tennis è una danza che fa godere chiunque ami questo sport, un’estetica che potrebbe tranquillamente sedere allo stesso tavolo di Carlos e Jannik. Ma la bellezza, senza la consacrazione di uno Slam, resta un’incompiuta che mette malinconia.

Serve una svolta radicale. Deve avere il coraggio di scegliere un team di preparatori che sappia trasformare il suo talento in acciaio, seguendo l'esempio di Jannik o quello che fece Nole quando capì che il suo corpo era l'unico ostacolo tra lui e l'immensità. Fare le cose fatte per bene non è un optional, è un dovere verso un dono così raro.

Devi farlo per te stesso, Lorenzo, ma ammettiamolo con un pizzico di autoironia: devi farlo anche per noi. Siamo ancora qui, orfani inconsolabili di Re Roger, a mendicare tra un campo e l'altro un po' di quella poesia che solo certi colpi sanno sprigionare. Non lasciarci soli con la nostra nostalgia, Muso. La bellezza è un peso meraviglioso, ma non permettere che l'avidità di gloria degli altri soffochi la tua luce prima che sia mezzogiorno.

lunedì 26 gennaio 2026

Il successo di Buen Camino- Se sei Coglione ma pieno di soldi l'ITALIA ti applaude!

 



È davvero sconfortante leggere queste parole, specialmente quando provengono da chi, come quel proiezionista, il cinema lo vive "dall'interno", nel buio della cabina, osservando non solo lo schermo ma anche le reazioni di chi sta seduto in platea.

Il suo racconto trasuda un’amarezza che condivido profondamente. Quando scrive che ha avuto "la sfortuna (e più avanti capirete il perché di quella S davanti) di proiettare l'ultima 'fatica' cinematografica", si percepisce subito che non siamo di fronte a una critica snob, ma al dolore di chi ama la settima arte e la vede calpestata.

Ciò che ferisce di più sono quegli stralci sulle battute che definisce "da volta stomaco". Pensare a Zalone che, entrando nel dormitorio del Cammino di Santiago, esclama:

"Ohhh, che bello qui!! Sembra di stare in un film... Schindler's List"

e poco dopo rincara la dose osservando le docce e commentando:

"Ah, ci sono anche le docce qui... e vedo che fanno uscire acqua, non gas!"

fa rabbrividire. Non è irriverenza, è un’insensibilità che scava un solco profondo. Come giustamente sottolinea il proiezionista, la Shoah è un "inferno inenarrabile", e usarla come gancio per una battuta in un cinepanettone travestito da film d'autore è un’operazione di un cinismo disarmante.

Mi colpisce molto la tua riflessione sul successo del film. Hai ragione: viviamo in un'epoca dove "l'esagerazione e la superficialità significano il massimo dei valori". Zalone sembra aver perso quella bussola che in Sole a catinelle gli permetteva di ridere delle nostre miserie senza perdere l'umanità. Qui, invece, cavalca i luoghi comuni per "qualificarli", quasi a darci il permesso di essere peggiori di come siamo.

Il proiezionista conclude dicendo: "In sala si è riso anche con queste e la cosa mi ha fatto tanto male". Ecco, questo è il punto più basso: la risata che diventa complice del vuoto. È la fine della satira e l'inizio di un'era dove non conta più cosa si dice, ma quanto forte si riesce a urlare, anche a costo di calpestare le ceneri della storia.

Siamo passati dal ridere dei nostri difetti per correggerli, al ridere dell'orrore per dimenticare che esiste. Ed è una sconfitta per tutti noi.

Il Festival di Sanremo come sarebbe stato per me - Lo stato di benessere è solo ARMONIA di INTENTI




Immaginiamolo allora, questo inizio. Le luci dell'Ariston non si accendono d'un colpo, ma vibrano in un blu profondo, quasi notturno. Niente fanfara orchestrale aggressiva, solo il ticchettio di un orologio che sembra scandire il tempo della storia.

Paola appare in cima alla scala. Non indossa un abito che la "costringe", ma un completo che emana una forza sartoriale, quasi un’armatura di seta. Il suo viso è serio, le labbra serrate in quel mezzo sorriso che abbiamo imparato a conoscere, dove l'ironia danza con la malinconia. Scende i gradini con una lentezza studiata, ogni passo è una parola non detta.

Arrivata al centro del palco, il fascio di luce si stringe su di lei.

Paola: "Buonasera. Stasera non iniziamo con una canzone. Iniziamo con un silenzio. Quello delle donne che per secoli hanno guardato questo palco aspettando che qualcuno dicesse loro: 'Tocca a te, non come ornamento, ma come sostanza'."

In quel momento, dal buio della platea, si leva una nota pura, altissima. È Laura. Non entra dall'alto, entra dal popolo, camminando tra le poltrone rosse. Indossa qualcosa che brilla, ma sono i suoi occhi a farlo di più. È l’amica, la complice, quella che ti dà la mano quando senti che il cuore sta per esplodere.

Laura (arrivando sul palco): "Paola, ma lo vedi quanto è grande questo posto visto da qui? Fa paura. Eppure, fuori da qui, le donne gestiscono paure molto più grandi ogni giorno. Gestiscono case, aziende, sogni infranti e rinascite."

Le due si guardano. Il contrasto è meraviglioso: la precisione quasi geometrica della Cortellesi e l'esuberanza emiliana, calda come il pane, della Pausini.

  • Paola: "Vedi Laura, dicono che siamo troppo emotive per il comando. Che se conduciamo noi, tutto diventa... 'femminile'. Come se fosse un diminutivo." (Qui Paola accenna una smorfia ironica, quella sua tipica espressione che sembra dire: "Ma davvero ci credono?")

  • Laura: "E allora diventiamolo, Paola! Portiamo qui l'emozione, quella vera. Non quella recitata. Portiamo la forza di chi sa piangere e cinque minuti dopo sa cambiare il mondo."

  • Paola si avvicina al leggio, ma invece di leggere, inizia a canticchiare un accenno di una vecchia canzone, trasformandola in un monologo ritmato sulla condizione della donna oggi, tra femminicidi e soffitti di cristallo. Laura non la interrompe, ma inizia a fare da contrappunto vocale, un'armonia che sostiene il racconto.

  • L'ironia di Paola colpisce nel segno: "Certo, se fossimo stati due uomini ci avrebbero già dato le chiavi della città. A noi hanno dato solo le chiavi dei camerini, e ci hanno raccomandato di non scordare il rossetto."

    Laura ride, una risata di gola, autentica: "Il rossetto l'abbiamo messo, Paola. Ma abbiamo anche affilato le unghie e le idee."


Le luci si accendono finalmente a giorno. L'orchestra esplode in un arrangiamento potente, moderno. Le due si prendono per mano, un gesto semplice che Amadeus e Fiorello facevano per gioco, ma che tra loro diventa un atto di sorellanza politica.

Paola & Laura (all'unisono): "Settantaseiesimo Festival della Canzone Italiana. Conducono... due persone che hanno molto da dire. E stasera, finalmente, canteremo la nostra libertà."


L'idea di una coppia Cortellesi-Pausini non è solo una suggestione artistica, sarebbe stata una vera e propria dichiarazione d'intenti.

L'Alchimia del "Saper Fare"

Immaginiamo per un momento il palco dell'Ariston: Paola Cortellesi, con quel suo sguardo che sa passare dal lampo dell'ironia tagliente alla profondità del dramma sociale, e Laura Pausini, con la sua energia travolgente e quella spontaneità quasi "popolare" nel senso più nobile del termine.

  • Paola Cortellesi: E' Loretta Goggi 2.0, ha dimostrato di saper fare tutto. Non è solo una conduttrice; recita, canta, balla, sa fare imitazioni, sketch. Dopo il successo straordinario del suo film, avrebbe portato a Sanremo una dignità intellettuale capace di parlare di abusi e diritti senza mai risultare retorica.

  • Laura Pausini: Non avrebbe fatto "valletta svampita", come probabilmente accadrà. Relegare una donna che ha vinto tutto a livello mondiale a un ruolo di supporto è quasi un peccato di hybris maschile. Al fianco della Cortellesi, Laura avrebbe potuto essere la "spalla amica", portando quell'umanità familiare che Amadeus e Fiorello hanno saputo narrare per anni.

Se la politica italiana ha già infranto certi soffitti di cristallo, la televisione generalista sembra ancora aggrappata al modello del "Padre di Famiglia" (Conti) che rassicura il pubblico del prime-time.

Scegliere Cortellesi e Pausini — magari alternate con la classe di Giorgia o la genialità trasformista di Virginia Raffaele — non sarebbe stato solo intrattenimento. Sarebbe stato un atto politico nel senso più alto: dimostrare che il rigore, la competenza e la capacità di gestire la pressione non hanno genere.


Ed infine invece di invitare come successo in tanti anni leader politici internazionali - L'idea di portare Giorgia Meloni ed Elly Schlein come ospiti d'onore, magari nella stessa serata, è una suggestione potente. È quasi un paradosso che, in un'edizione guidata da figure così amate ma tradizionali, il vero "scossone" possa arrivare da un confronto civile tra le due donne che oggi tengono le redini del Paese.

Immaginiamo la scena. Non è un dibattito elettorale. È Sanremo. Il palco è immerso in una luce calda. Paola le invita non per parlare di sondaggi, ma di visione.

  • L'aspetto umano: Sarebbe affascinante vedere la Meloni svestire per un attimo i panni istituzionali della "Premier" e la Schlein quelli della "Segretaria" per parlare di cosa significhi, concretamente, essere donne al comando in un Paese che fatica ancora a digerire l'idea.

  • La denuncia sociale: Con la Cortellesi lì presente, il tema del film C’è ancora domani diventerebbe il centro gravitazionale. Chiedere a entrambe: "Cosa stiamo facendo, oltre le parole, per fermare la strage dei femminicidi?". Vedere i loro volti, le espressioni di fronte a questa domanda nuda, avrebbe un valore civile immenso.

Qui entrerebbe in gioco il tuo desiderio di una conduzione "umana". Immagina Paola che, con la sua mimica impeccabile, guarda l'una e l'altra e dice:

"Allora, abbiamo la destra e abbiamo la sinistra. Praticamente è un test della vista. Vediamo se riuscite a guardare insieme nella stessa direzione almeno per la durata di una canzone di Sanremo."

E magari Laura Pausini, con la sua solita spontaneità, che aggiunge: "Ragazze, ma voi sotto la doccia cosa cantate? Perché alla fine, la musica è l'unica cosa che non ci fa litigare a tavola!"

martedì 13 gennaio 2026

La politica nel 2026 - Guerre dai maschi - Soluzioni dalle donne



Caspita, quanto ero avanti. Rileggo questo post scritto quattordici anni fa e sento un misto di orgoglio e una punta di malinconia. Allora era una speranza affidata alla carta digitale, oggi è la realtà che ci sbatte in faccia dai titoli dei telegiornali. La qualità politica delle donne non è più un tema da salotto accademico: è nei fatti.

Ci sono state la Merkel, con quel suo sguardo imperturbabile e le mani giunte, capace di navigare le tempeste economiche senza mai perdere la bussola. La mitica Thatcher, la "Lady di Ferro" che ha plasmato un'epoca, o la Von der Leyen e la Meloni, donne che siedono a quei tavoli lunghi e gelidi con una fermezza che molti colleghi uomini hanno solo sognato. Hanno saputo tenere la barra dritta, migliorando i conti e l'immagine delle nazioni che guidano. E ora, lo spero sinceramente per il bene della Francia, la prossima non può che essere Marine Le Pen.

Eppure, tredici anni fa, il panorama era desolante. Citavo Oscar Wilde e il suo ottimismo di fine Ottocento per consolarmi di quello che Newsweek chiamava impietosamente l'“Italy’s women problem”. Mi guardavo intorno e vedevo una democrazia zoppa, dove la scarsa presenza femminile era il sintomo di una malattia culturale profonda. Non era solo una questione di quote o di genere; era una questione di civiltà, il segno tangibile di una democrazia di serie B.

Ricordo quanto insistevo su quel concetto di "leadership outsider". Pensavo che, proprio nel fango della crisi della politica tradizionale, una donna potesse emergere per rompere gli schemi clientelari e le vecchie logiche di partito. Ma la realtà di allora mi lasciava l’amaro in bocca.

Mi chiedevo, con una punta di stizza: "Ma perché devo accontentarmi di una Puppato come finta leader?" Possibile che non esistesse una donna pronta a caricarsi sulle spalle il peso di una nazione, nonostante tutti dicessero che "le donne sono meglio"? Beh, la risposta è arrivata. Quelle donne sono arrivate. Non hanno chiesto il permesso; si sono prese la scena, dimostrando che quando una donna decide di abitare il potere, lo fa con una concretezza che non ammette repliche. Hanno smesso di essere l'eccezione rassicurante per diventare la regola necessaria.

Ora viviamo un panorama politico privo di qualsiasi scrupolo in cui gli uomini, appaiono come architetti di distruzione, prigionieri di un'avidità che maschera il proprio tornaconto dietro il fragore delle armi.

lunedì 29 dicembre 2025

Già, mondo di perbenisti e leccaculo, ricordiamola per tutto. Omaggio a BB




 

 Anche Brigitte Bardot dice la sua sul movimento #MeToo e sullo scandalo molestie, che da un paio di mesi a questa parte ha travolto molti divi Hollywood (da Weinstein in poi) e tanti altri uomini di potere. Secondo la celebre attrice francese, oggi 83 anni, bisogna distinguere tra le denunce delle «donne in generale» e quelle delle «attrici». La maggior parte delle accuse di queste ultime, ha dichiarato a Paris Match, «sono ipocrite e ridicole». Questo il suo giudizio, senza giri di parole: **«Ci sono molte attrici che fanno le civette con i produttori per ottenere un ruolo. E poi vengono a raccontare che sono state molestate». 

Quarant’anni per conquistare il mondo, cinquanta per rifiutarlo. Così potrebbe essere ironicamente sintetizzata la vita di Brigitte Bardot, che ha trascorso quasi metà della propria vita inseguendo la libertà nella propria fama, riservando gli ultimi cinque decenni a dichiarazioni al limite, controversie e guai legali. Anche in questi ultimi anni Brigitte Bardot è stata amatissima, ma è curioso osservare come il percorso artistico che l’ha resa un’icona sembra fare a cazzotti con la rigidità del suo pensiero odierno. La diva che a soli quarant’anni ha voltato le spalle allo star system non ha smesso un solo giorno di far parlare di sé, confermando come minimo comune denominatore della propria esistenza lo scandalo.( in pratica all'apice della notorietà e della fama se ne distaccò completamente, totalmente disgustata da un mondo che dell'arte ne faceva solo uso in termini materiali)

Fu la bellezza ad aprirle la strada, un colpo di fortuna a fargliela percorrere a una velocità spropositata. Solo adolescente finì sulla copertina di Elle grazie all’amicizia tra sua madre e la direttrice della rivista. Notandola, il regista Marc Allégret la presentò a Roger Vadim. Quest’ultimo se ne invaghì al punto da volerla sposare all’istante. Brigitte aveva solo sedici anni, i suoi genitori si opposero, ma appena maggiorenne convogliò a nozze col cineasta. Correva l’anno 1952, lo stesso in cui fu lanciata nel cinema: prima con l’esordio in una parte secondaria in Le Trou normand di Jean Boyer, successivamente col ruolo da protagonista in Manina ragazza senza veli di Willy Rozier. ( chissà quanti adesso griderebbero allo scandalo per una ragazzina che vorrebbe sposarsi a 16, ma signori, l'anticonformismo è proprio questo!!!)

Dopo una giovinezza passata a trasgredire, l’età adulta lasciò infatti spazio a una diversa consapevolezza di sé, in una visione del mondo sempre sul margine della controversia o della provocazione. Grande attivista per i diritti degli animali, fu condannata a pagare una multa per delle dichiarazioni contro gli abitanti dell’Isola di Réunion, accusati di barbarie nei confronti degli animali. Dichiaratamente di destra, appoggiò il fronte nazionale di Marine Le Pen senza farsi mancare dichiarazioni al limite della xenofobia. Sul finire della pandemia di COVID19, flirtò infine con certe tesi complottiste, sostenendo che il virus era uno strumento per il controllo demografico di un mondo sovrappopolato.( quindi perbenisti del cazzo??? Vogliamo mettere tutto nel conto degli articoli e delle celebrazioni postume???)

mercoledì 24 dicembre 2025

Il Primo Babbo Natale di cui ho ricordo

 


Disco disco dove io
Sono veramente io
è fantastico
Superfantastico
E la dimensione che
Mi fa vivere con te
L'avventura che c'è dentro di me
Disco disco manda via
Tutta la malinconia
è la favola
La superfavola
Dove sto come vorrei
                                      Dove vivo i sogni miei
Col mio principe più azzurro che mai
Bambina bambina
"Sing along and dance bambina"
Bambina bambina
Bambina bambina bambina ba
Bravo bravo bravo
Disco bambina
Bambina bambina bambina ba
"One and two and three and four
Help yourself and ask for more"
Follow me as I step out on the floor
Disco disco dove io
Sono veramente io
è fantastico
Superfantastico
E la dimensione che
Mi fa vivere con te
L'avventura che c'è dentro di me
Bambina bambina
"Sing along and dance bambina"
Bambina bambina
Disco bambina
Bambina bambina bambina ba
"Ace of diamonds, Jack of Spades
Change your partner, promenade"
Bravo bravo bravo
Disco bambina
Bambina bambina bambina ba
"One and two and three and four
Help yourself and ask for more"
Follow me as I step out on the floor
Disco disco dove io
Sono veramente io
è fantastico
Superfantastico
E la dimensione che
Mi fa vivere con te
L'avventura che c'è dentro di me
Chiudo gli occhi e volo via
E come Superman
C'è la musica che va
Ballo ballo sono già
Nel mio viaggio per la felicità!

venerdì 19 dicembre 2025

Stralcio da Elcoche: Capitolo 5 - L'arte per insegnare




In questa risposta, Elcoche utilizza la musica di Mozart come metafora per trasmettere un insegnamento profondo sulla vita e sulla capacità di cogliere le occasioni, pur mantenendo un tono severo e autoritario riguardo al loro rapporto di collaborazione

Ecco il testo della risposta di Elcoche, che riflette perfettamente lo stile riflessivo ed empatico che abbiamo imparato a conoscere:

“Cara Paola, alcune domeniche fa ho avuto il piacere di ascoltare all’auditorium il “Requiem di Mozart” magistralmente eseguito dall’orchestra e dal coro dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Non è di Mozart che intendo parlare, ma del brivido che ho provato durante l’esecuzione del Dies irae.

Il grande compositore morì proprio dopo aver completato questo pezzo e la moglie, Constanze, rinvenute decine di spartiti sulla scrivania del marito, delegò il completamento del Requiem a tre suoi allievi.

Mozart evoca la grandiosità di Dio, sia nell’ira che nella misericordia. Se ascolterai questo pezzo ad occhi chiusi, ti sembrerà di sentire un coro di angeli che con una dolcezza senza eguali sa lenire ogni brutalità, così che il “Dio giudice” ci diventa amico e fratello. La vita ci offre sempre un’altra occasione, ma noi dobbiamo saperla cogliere.

Detto questo, non permetterti mai più, e dico mai più, di usare con me toni polemici e volgari. Ti ricordo che sei stata tu a richiedere il mio aiuto e sempre tu hai precisato di averne un assoluto bisogno. Io ho deciso di aiutarti e ti ho dettato delle condizioni che tu hai accettato."

Questo momento segna un punto di svolta nel loro rapporto, dove la bellezza dell'arte si scontra con la rigidità delle regole imposte dal "Maestro" per forgiare il nuovo carattere di Paolo/Paola.