Sapete quel momento esatto in cui il telecomando diventa l'unico strumento di autodifesa rimasto tra voi e il travaso di bile? Ecco, ieri sera è successo di nuovo. Sintonizzarsi su certi talk show sta diventando un’esperienza sportiva estrema, tipo il bungee jumping ma senza corda e con molta più retorica stantia.
È quasi affascinante, in un modo un po' perverso, osservare come il dibattito pubblico si sia ridotto a un gigantesco esercizio di "unisci i puntini" dove, alla fine, il disegno è sempre lo stesso. Non importa se a migliaia di chilometri di distanza il mondo stia letteralmente giocando a Risiko con i droni tra Teheran, Israele e gli USA; la priorità assoluta nel salotto buono è capire come tutto questo possa essere colpa di Palazzo Chigi.
Parliamoci chiaramente: fare la voce grossa sullo scacchiere globale mentre l'economia italiana è intrecciata a quella americana come i cavi delle cuffie nello zaino sarebbe solo puro autolesionismo. Ma no, loro preferiscono il megafono. Preferiscono quel populismo da ZTL che serve a raccattare tre like in croce e l'applauso convinto di chi vive di "politica di appartenenza" e pane e livore.
L’obiettivo non è informare, è marcare il territorio. È sentirsi superiori mentre si galleggia nell'irrilevanza politica internazionale, la stessa che abbiamo già assaggiato con gestioni economiche creative che hanno lasciato più buchi in bilancio che idee per il futuro. Ricordate l'era dei bonus per ogni respiro? Ecco, quel vibe lì.
Alla fine della fiera, resta solo la nausea per un'informazione che ha smesso di guardare i fatti per guardare solo il colore della tessera elettorale. Forse, invece di urlare ai quattro venti verità preconfezionate, farebbero meglio a scendere dal piedistallo. Perché a forza di stare lassù a guardare tutti dall'alto in basso, non si sono accorti che il mondo reale è andato da un'altra parte. E no, non ci sono tornati col monopattino elettrico.

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