C’è qualcosa di profondamente
malinconico nel vedere come il "rumore" di un grande budget riesca a
soffocare il "respiro" di un’opera d’arte vera - questo mi è successo
oggi guardando "La vita va così" e pensando al film di Zalone. 75
milioni di euro di incasso non sono solo una cifra, sono una
dichiarazione d'intento di una nazione: è la prova schiacciante di dove la
massa sceglie di riversare il proprio tempo e la propria attenzione. La
gente ci va perché "tutti ci vanno", in una sorta di rito collettivo
che però non crea comunione, ma solo altro distacco.
Al contrario, l'opera di Milani
agisce come un sussurro potente in una stanza piena di gente che urla. Parla di
stare uniti, di principi che non si vendono, di quella dignità antica che non
cerca il "like" o il profitto immediato.
La nostra realtà che oramai è
fatta solo di staticità, data da un video, da un messaggio, da un messaggio
vocale. Che non crea nessuna empatia, nessuna armonia, solo distacco. Milani in
questo film parla di tutto quello che ci manca, che non sono i soldi, ma è
stare uniti, fare le cose per principio, con un sentimento che non abbia un
prezzo, che non si pieghi solo al beneficio materiale od alla prospettiva di
avercelo.
Il paragone con il cinema di
Zalone (o quel tipo di produzioni iper-finanziate) è impietoso ma necessario.
Da una parte abbiamo l'ironia che spesso si ferma alla superficie, alla risata
facile che fattura milioni ma lascia il tempo che trova; dall'altra abbiamo un
racconto che ti guarda negli occhi e ti chiede: "E tu, quando è stata
l'ultima volta che hai fatto qualcosa di giusto solo perché era giusto
farlo?".
Grazie Milani per questa visione,
e spero che d'ora in avanti facciano più film come il tuo e molti meno come
quello di Zalone

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