lunedì 19 ottobre 2026

Se scambiamo un Levis ed una Red Bull rubati per una protesta studentesca



Stamattina ho visto in tv i servizi sui disordini in centro. Sullo schermo scorrevano immagini concitate, fotogrammi sgranati di vetrine infrante, scaffali messi a soqquadro e volti giovanissimi nascosti dai cappucci. Ragazzini di dodici o tredici anni al massimo, con la rabbia negli occhi e l'adrenalina a fior di pelle, intenti ad assaltare negozi per strappare un capo di marca o a scappare dai supermercati con qualche bibita sottobraccio.

Mentre guardavo quelle immagini, ho avvertito un senso di profonda amarezza, una stretta allo stomaco che nasce spontanea quando vedi l'immaturità usata come spettacolo. Avevano sguardi carichi di una spavalderia fragile, quella maschera che s'indossa quando il bisogno di apparire brucia più di qualsiasi senso del limite.

Poi, puntuale come un copione già scritto, la voce del giornalista ha iniziato a ricamare la solita narrazione piatta, mettendo nello stesso calderone la devianza di quella bravata e le ragioni delle piazze studentesche.

I dati ufficiali emersi nelle ultime ore delineano un quadro fin troppo chiaro, che merita di essere osservato senza ipocrisie:

  • L'età giovanissima: Dei circa 200 ragazzi fermati e accompagnati in Questura, circa l'80% è composto da minorenni. Parliamo di ragazzini di 12, 13 e 14 anni, sfilati via dalle proprie camerette per inseguire un trend virale su TikTok.

  • La composizione sociale: Un mosaico frammentato in cui i cittadini stranieri e gli italiani di seconda generazione rappresentano quasi il 70% dei fermati e degli arrestati, affiancati da tanti coetanei italiani arrivati dai quartieri della periferia e dei comuni dell'hinterland. Un gruppo eterogeneo che non risponde a una bandiera o a un'ideologia, ma a un senso di vuoto e al richiamo della trasgressione.

Fermiamoci un secondo, perché è proprio davanti a questi numeri che perdiamo la bussola della realtà.

Come si fa a confondere un fenomeno del genere — una devianza giovanile da social trend, dove l'occupazione della strada serve solo a registrare un video o ad appropriarsi di uno status symbol — con le rivendicazioni di chi chiede attenzione e risorse per il sistema scolastico?

Significa cedere a una pigrizia d'analisi disarmante. Significa fare un torto enorme alla verità e, soprattutto, a chi la scuola e le istituzioni le vive con rispetto.

La realtà, se la si guarda senza le lenti della semplificazione, mostra anche ben altro. Chi viaggia per l'Italia sa quali e quanti passi avanti siano stati fatti negli ultimi anni. Ho ancora negli occhi il ricordo di certi plessi di provincia, specialmente al Sud, dove fino a poco tempo fa l'intonaco cadeva a pezzi e le aule avevano il sapore stantio dell'abbandono. Oggi molte di quelle strutture sono cambiate: ci sono ambienti rinnovati, spazi digitali, palestre messe in sicurezza dove prima c'erano solo crepe e incuria. C'è stato un investimento vero, concreto, che ha restituito dignità a tante realtà periferiche.

Certo, la scuola è un organismo vivo e chi la frequenta ha il diritto di chiedere sempre di più: più continuità, più risorse, più attenzione all'aspetto umano. È il cuore del confronto civile.

Ma scambiare la razzia di un gruppo di ragazzini smarriti per una protesta di piazza è un abbaglio pericoloso. Il primo è un vuoto educativo che chiede risposte ferme, presenza delle famiglie e limiti chiari; la seconda è una voce che merita di essere ascoltata e discussa nel merito.

Se continuiamo a chiamare "protesta" una ragazzata illegale o un saccheggio coordinato su una chat social, finiremo per regalare un'alibi a chi commette reati e, cosa ben più grave, per spegnere la dignità di chi manifesta a viso aperto.

Nessun commento:

condividi