C’è un filo conduttore invisibile, ma di una nitidezza spaventosa, che lega le macerie di una protesta studentesca svuotata di ogni valore e la penombra luccicante di un privé. A prima vista sembrano due Mondi opposti: la rabbia da un lato, il lusso patinato dall'altro. Ma se si gratta la superficie, ci si rende conto che sono semplicemente due facce della stessa identica moneta, coniate dal vero ed unico sovrano della Milano di oggi: il dio denaro.
Una città che ha perso la bussola morale e che spinge i suoi ragazzi, sempre più giovani, ad annullarsi e a svilire qualsiasi traccia di umanità in nome della superficialità più spietata.
I ragazzini che svaligiano per un marchio e le ragazzine che vendono l'anima al tavolo
Guardate quello che è successo in centro. Si parlava di cortei, di valori studenteschi, di rivendicazioni e di diritti. Ma quale ideale resta quando a guidare la folla sono minorenni che non cercano la giustizia, ma la scorciatoia per ostentare? Ragazzini che usano lo schermo della protesta solo per prendersi con la forza quello che il dio denaro impone di avere: felpe firmate sfilate con rapacità, scarpe d'alta moda infilate nello zaino e persino razie di bevande gassate nei supermercati.
Non c'è politica, non c’è pensiero. C'è solo l'esigenza malata di possedere per apparire, di rubare l'oggetto per sentirsi qualcuno.
E poi fate qualche metro, cambiate scenario e spostatevi di notte al Club 55. Troverete la controparte esatta di questa stessa deriva. Ragazzine, spesso giovanissime, vestite — o meglio, svestite — come delle "poco di buone", che si prestano a fare le ragazze immagine o ad animare i tavoli centrali di chi sfoggia bottiglie da migliaia di euro. Ragazze che fingono di essere donne mature, che si lasciano toccare, baciare e "succhiare" la giovinezza da uomini molto più grandi di loro, i soliti "giovani vecchi" pronti a elargire soldi pur di comprarsi uno spettacolo.
I ragazzini in piazza rubano la felpa firmata per elemosinare uno status; le ragazzine al Club 55 svestono il proprio corpo per elemosinare gli stessi soldi. Sono due Facce della stessa tragedia giovanile: da una parte si devasta la città per accaparrarsi il bene materiale, dall'altra si devasta la propria dignità per offrirsi come merce di scambio al cliente di turno.
Non c’è alcuna differenza. È un unico, grottesco mercato delle illusioni dove i maschi si trasformano in predatori d'assalto per un marchio e le femmine in intrattenitrici a pagamento per fare cassa nel locale.
La nausea della realtà e il silenzio delle famiglie
Sentire la mia compagna sabato sera, seduta accanto a me con un senso di autentica nausea e disgusto, mi ha confermato quanto la misura sia colma:
«Sembrava più un posto dove intrattenere il cliente, magari anche per soldi... Cazzo, si vedeva che erano ragazzine, con un trucco da "poco di buone" oltre all'outfit incommentabile. Ma le famiglie di queste ragazze lo sanno cosa fanno il sabato notte? Mah... Comunque mi ha schifato parecchio.»
Questa frase condensa tutto il vuoto che ci circonda. Dove sono i genitori di questi minorenni che di giorno devastano i negozi per una Red Bull o un paio di scarpe, e la notte si svendono nei privé per compiacere l'approccio di uomini viscidi? Possibile che nessuno si accorga che stiamo crescendo una generazione a cui è stato insegnato che tutto si compra, tutto si ruba e tutto si liquida per qualche banconota o per un momento di effimero esibizionismo?
Lo specchio di una Milano svenduta
Milano è diventata questa roba qui. Una metropoli scintillante che sotto le luci della rivalutazione e del business nasconde un'anima cinica, dove la superficialità ha divorato la sostanza.
Il dio denaro ha vinto su tutto: ha trasformato la protesta sociale in uno scippo di scarpe da ginnastica e la spensieratezza dei vent'anni in una sadica forma di prostituzione esibita e normalizzata.
Guardare questi ragazzini e queste ragazzine non fa più soltanto arrabbiare: fa schifo. Fa provare una profonda, amara nausea per una città che per fare profitto ha deciso di vendere, pezzo dopo pezzo, il futuro e la dignità dei propri figli.

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