mercoledì 7 gennaio 2026

Tragedia Crans Montana : l'abbandono travestito da fiducia.






Ci sono momenti in cui la cronaca smette di essere solo un racconto di fatti e diventa uno specchio spietato delle nostre fragilità. La tragedia di Crans Montana è uno di quei momenti che lasciano addosso una sensazione di gelo, non per il fumo, ma per la vacuità che sembra aver avvolto i legami e gli istinti più profondi.

Il primo pensiero, quello che razionalmente non riesce a trovare una collocazione logica, va alla responsabilità degli adulti. Mi chiedo, con una stretta al cuore: come può la superficialità spingersi fino al punto di permettere a dei minorenni di vivere la notte in una discoteca senza alcuna guida? Vedo in questo una sorta di "abdicazione" educativa. Lasciare che dei ragazzi, nel pieno di quell'età in cui il rischio è un gioco astratto, si immergano in contesti così complessi senza un occhio vigile, non è libertà: è abbandono travestito da fiducia. È la superficie di un rapporto dove il "sì" è più comodo del "no", dove la sicurezza viene barattata con una serata di svago fuori controllo. Forse abbiamo smesso di essere bussole per diventare semplici spettatori della vita dei nostri figli

L’Anestesia dello Schermo

Ma lo sgomento si fa ancora più cupo quando osserviamo la reazione dei ragazzi stessi. Le cronache parlano di giovani che, con il fuoco che già divorava il soffitto e l'aria che diventava irrespirabile, non hanno cercato immediatamente la salvezza, ma hanno impugnato lo smartphone per filmare.

Com’è possibile che l’istinto di sopravvivenza sia stato sorpassato dall'ansia di prestazione digitale? È una superficialità che spaventa, una sorta di dissociazione dalla realtà: il fuoco non è più un pericolo mortale, ma uno sfondo scenografico per un contenuto da postare. In quegli istanti, la percezione del Sé sembra esistere solo attraverso l'obiettivo, come se il dramma non fosse reale finché non riceve una validazione online. Vedere quegli schermi illuminati mentre l’inferno avanza è l’immagine più cruda di una generazione che rischia di annegare nella propria immagine riflessa.

Ironia della sorte: siamo così ossessionati dal documentare ogni istante che rischiamo di non avere più un futuro da raccontare. Mi verrebbe da sorridere, se non ci fosse da piangere nel vedere che un "filtro" conta più dell'ossigeno.

Forse questo evento ci costringerà a guardare oltre la superficie, a capire che la vita non è un video da montare e che la protezione non è un optional. Ma nel frattempo, resta l’amarezza di chiederci se siamo ancora capaci di distinguere ciò che scotta da ciò che brilla soltanto su uno schermo. 

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