mercoledì 28 gennaio 2026

L'AVIDITÀ SOPRA OGNI CAPACITA' UMANA






Siamo arrivati a questo punto, in quel luogo oscuro dove le parole smettono di essere solo suoni e diventano armi.

Stanotte, sotto il cielo pesante di Minneapolis, un uomo si è scagliato contro la deputata Ilhan Omar mentre parlava a un comizio. Immaginate la scena: centinaia di persone, la voce di una donna che risuona nell’aria, e all’improvviso il movimento convulso di Anthony Kazmierczak, 55 anni, che le spruzza addosso una sostanza sconosciuta con una siringa. In quel momento, sul volto della Omar, non c'è stata solo la sorpresa, ma il riflesso di un’epoca che ha smarrito ogni barlume di umanità. Il suo "crimine"? Aver chiesto l’abolizione dell’ICE e le dimissioni di Kristi Noem.

Ma per capire davvero il fango che ha generato questo gesto, dobbiamo guardare negli occhi chi quell’odio lo ha coltivato con cura. Per Donald Trump, Ilhan Omar non è una collega, non è una madre, non è nemmeno una cittadina. È la donna che lui ha definito "spazzatura". È quella che, secondo i suoi comizi urlati, dovrebbe "tornare nel suo Paese", la Somalia, quasi come se l'appartenenza fosse un privilegio da concedere e non un diritto vissuto.

È amaro pensare a come la narrazione del potere possa deformare i tratti di una persona fino a renderla un bersaglio. Trump l’ha accusata, senza l’ombra di una prova, di essere corrotta, di aver rubato miliardi, persino di aver sposato suo fratello per la cittadinanza. Ha osservato folle inferocite urlare "Send her back!" e, con un sorriso compiaciuto che ancora gela il sangue, li ha definiti "straordinari patrioti". Anni di insulti, anni passati a seminare veleno contro le sue origini e la sua comunità, hanno trasformato una donna coraggiosa in una sagoma da abbattere.

E ieri, qualcuno ha finalmente deciso che le parole non bastavano più. È passato ai fatti.

E Trump? Qual è la risposta del Presidente degli Stati Uniti davanti a una donna aggredita con una siringa? "Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione". Quando gli hanno chiesto se avesse almeno visto il video, ha risposto con quel solito tono sprezzante, un miscuglio di arroganza e indifferenza: "No, non ci penso nemmeno".

C’è una solitudine terribile in quella risposta. È il rifiuto di vedere l'altro, di riconoscerne il dolore. Questo è ciò che accade quando si sceglie di trasformare la politica in un'arena di gladiatori senza onore: semini odio ogni giorno e, quando il sangue inizia a scorrere, giri lo sguardo dall'altra parte, accusando la vittima di aver inscenato il proprio dramma. Eppure, con un’ironia che sa di cenere, continuano a dirci che il vero problema è "l'odio della sinistra".

Forse, prima di occuparci di chi grida più forte, dovremmo chiederci cosa ne è stato della nostra capacità di provare compassione per una donna che, mentre cercava di parlare di futuro, si è ritrovata a temere per la propria vita.

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