lunedì 21 settembre 2026

La ghigliottina di San Siro: perché la fascia sinistra dev’essere sempre un calvario?




Ieri ero a San Siro. Un regalo alla mia compagna, certo, ma anche un dovere morale da compiere prima che la storia decida di abbattere le sue mura per far spazio al futuro. Ma mentre guardavo il campo, mi sono ritrovato ad assistere a un film già visto, a una vera e propria ossessione collettiva.

Il bersaglio di turno? Pervis Estupiñán.

Ogni singolo pallone toccato dall'ecuadoriano — sì, ecuadoriano, titolarissimo e colonna della sua Nazionale — si trasformava nell'innesco per un'esplosione di nevrosi di massa. Fischi sordi, sbeffeggi, insulti sparsi ad ogni tocco, fino al "gran finale": una bordata di fischi da tutto lo stadio al momento del cambio.

E la cosa paradossale? Ha giocato una partita del tutto decorosa (un 6,5 abbondante, sfiorando il 7): attento, puntuale nel chiudere i buchi e nell'eseguire le diagonali per metterci una pezza dove il compagno di reparto — un De Winter palesemente ancora privo della necessaria lucidità tattica e di esperienza — si concedeva amnesie difensive. Estupiñán ha coperto la linea e si è pure buttato negli spazi.

Ma a San Siro non importa. Se finisci nel mirino, la realtà dei 90 minuti si annulla.

Una maledizione lunga vent'anni

Chi frequenta questo stadio lo sa bene: la fascia sinistra a San Siro è una trappola psicologica, una specie di tribunale permanente senza possibilità di appello. Sarà per il fantasma ingombrante di Paolo Maldini, o per la memoria di Andreas Brehme dall'altra sponda del Naviglio, sta di fatto che le due tifoserie condividono lo stesso brutto vizio: trovare il terzino sinistro di turno e farlo a pezzi.

Guardando Estupiñán stasera, mi sono passati davanti agli occhi tutti i "dannati" della corsia mancina degli ultimi vent'anni:

  • I fantasmi rossoneri: Da Taiwo, accolto tra i boati per le sue diagonali fuori tempo, fino alle stizzite proteste riservate a Ricardo Rodríguez, "colpevole" di non puntare mai l'uomo e di riappoggiare sempre la palla all'indietro per evitare rischi. Passando per il povero Kévin Constant, adattato a terzino da Allegri e finito stritolato dai mugugni ad ogni palla persa, fino alla triste parabola di Mattia De Sciglio, massacrato di fischi fino all'addio.

  • Le ferite nerazzurre: Dall'incubo Greško, diventato un trauma psichico collettivo, ai cross sballati di Pierre Womé, fino ad Álvaro Pereira e alle sue sbilenche cavalcate. E che dire delle ultime stagioni di Nagatomo, o dell'inquietante caso Dalbert, entrato in un loop di panico dove persino uno stop elementare sembrava scatenare l'apocalisse sugli spalti?

  • E persino i mostri sacri: Ricordiamocelo sempre, persino un certo Roberto Carlos pagò dazio al Meazza. Messo fuori ruolo da Roy Hodgson e inghiottito dal brusio di uno stadio impaziente prima di essere regalato al Real Madrid per farne la storia. 

  • Per non parlare di ciò che hanno fatto a Mauro Milanese, letteralmente crocifisso e inghiottito dalla stronzaggine  di quel pubblico.

Il cortocircuito di Estupiñán

Ed eccoci arrivati a oggi. A questo accanimento contro Estupiñán che ha davvero del grottesco.

Facciamo un bagno di realtà: Estupiñán è un calciatore integro, rapido, generoso. Va bene, concediamolo: forse non avrà i piedi delicatissimi di un trequartista preso in prestito sulla fascia, ma ha corsa, posizionamento e uno spirito di sacrificio enorme.

La domanda da farsi è semplice: ma cosa pretendiamo esattamente?

Se fosse stato un fenomeno assoluto, un "Maradona della fascia", probabilmente oggi giocherebbe da titolare inamovibile al Real Madrid, al Manchester City o al Paris Saint-Germain. Non farebbe il binario in una squadra da metà classifica del campionato italiano.

San Siro sembra aver dimenticato che il calcio è fatto anche di mestiere, di terzini che devono correre a coprire i buchi lasciati dai compagni meno esperti e garantire equilibrio. Pretendere che ogni proprietario della maglia numero 3 metta la palla all'incrocio o pennelli cross perfetti da 40 metri è diventato un cortocircuito tossico.

Continuare a scaricare la propria frustrazione sul terzino sinistro di turno non rende la squadra più forte; crea solo un clima di ansia da prestazione in cui persino uno stop normale diventa una montagna da scalare. Non trovate?

Road to Bologna: Cechia da sballo, gli USA vanno a casa e l'Italia trema (con l'ombra del forfait di Sinner)




Che weekend pazzesco per la Coppa Davis. Il secondo turno dei Qualifiers ha decretato le sette sorelle che raggiungono l’Italia per le Final Eight di Bologna (24-29 novembre).

Il capolavoro assoluto porta la firma della Repubblica Ceca. A Praga, sotto 1-2 contro il gigante USA dopo il doppio, la giovanissima squadra ceca firma il miracolo ribaltando la sfida per 3-2. Con Menšík e Lehečka in uno stato di grazia, la Cechia diventa la favorita numero uno per il titolo sul veloce indoor della BolognaFiere Arena.

In casa azzurra le prospettive impongono riflessioni: Jakub Menšík arriverà a Bologna riposato, mentre Jannik Sinner affronterà la tournée asiatica, il Six Kings Slam e il logorio psicofisico delle Finals di Torino. Un calendario d'acciaio che potrebbe costringerlo al forfait in Davis per il secondo anno di fila. In tal caso, l'Italia dovrebbe aggrapparsi al cuore della vecchia guardia con Berrettini e Sonego (oppure Musetti - che sicuramente si è riposato parecchio durante la stagione, subito dopo aver quantificato mezzo milione di dollari con i quarti degli Australian Open - e Cobolli) per tentare l'impresa.

Ecco l'esito completo delle qualificazioni:

  • Cechia - USA 3-2: Lehečka da applausi e Menšík eroico nel singolare decisivo contro Shelton.

  • Cile - Spagna 0-3: Spagnoli straripanti a Santiago anche senza Alcaraz, grazie ai giovani Mérida e Jódar.

  • Germania - Croazia 3-1: Zverev fa il leader ad Hannover e guida i tedeschi alle Finals.

  • Gran Bretagna - Ecuador 4-0: Passeggiata a Londra, qualificazione già chiusa il sabato.

  • Austria - Belgio 3-1: Miracolo austriaco a Vienna con Rodionov che stende Bergs.

  • Corea del Sud - India 3-1: I coreani s'impongono a Seul e si confermano la vera mina vagante.

  • Canada - Francia 3-2: Shapovalov e Auger-Aliassime piegano i francesi al doppio decisivo.

Domani il sorteggio dei quarti a Bologna. La Cechia fa paura, e per l'Italia la strada si preannuncia decisamente in salita.

In mezzo a tanta grande Davis, nel mio piccolo sono riuscite a prendermi la mia personalissima soddisfazione di tappa: incamerata un'altra vittoria in torneo, che aggiorna il mio pallottoliere a 20 finali giocate con 7 sigilli portati a casa. Non sarà Bologna, ma il sapore del trofeo alzato al cielo è sempre deliziosamente lo stesso.

venerdì 18 settembre 2026

"La fine di Oak Street" e la fine del Cinema: autori, stop al brodo in streaming e ridate un senso ai film




C’è un dolore quasi fisico nell'andare al cinema, sedersi in sala con quel misto di sacra aspettativa e speranza, per poi guardare due giganti come Ewan McGregor e Anne Hathaway trascinati a forza dentro un disastro senza capo né coda. Quando ho visto La fine di Oak Street — tra dinosauri lanosi catapultati negli anni '80 a colpi di walkman arancioni, portali temporali usati come porte scorrevoli e paradossi risolti con la disinvoltura di un video su TikTok — ho sentito una stretta allo stomaco. È la sensazione amara di un’arte che sta smarrendo la sua bussola, sacrificata sull'altare del vuoto.

Oggi, allora, voglio rivolgermi direttamente a voi. Sì, proprio a voi: autori, sceneggiatori, produttori, creativi di questa enorme macchina da guerra dell'intrattenimento.

Fermatevi. Ve lo chiediamo con il cuore in mano: fermatevi.

Ci avete sopraffatti. Ci avete riempito le giornate e le serate di un flusso ininterrotto di serie TV, miniserie, spin-off, prequel e reboot, fino a farci venire la nausea. Aprire una piattaforma streaming è diventato un atto di pura fatica mentale. Ci troviamo di fronte a un catalogo infinito di tessere colorate e, invece di provare desiderio, sentiamo solo un’apatica saturazione. Non c'è più la gioia della scelta, ma la noia della quantità. Avete trasformato la narrazione in una catena di montaggio, dove la qualità viene diluita in otto, dodici, venti episodi pensati solo per trattenere l'utente davanti allo schermo qualche minuto in più, a scapito della consistenza.

E la cosa più grave è cosa sta succedendo nel frattempo al grande schermo.

Il cinema, quello con la C maiuscola, sta diventando il luogo dei cliché stanchi e delle idee bizzarre assemblate senza anima. Si prendono attori straordinari, capaci di muovere le corde più intime dell'animo umano con un solo sguardo, e li si catapulta dentro sceneggiature che sembrano parodie involontarie, un puzzle impazzito dove gli elementi nostalgici — i vestiti anni '80, le bici, la musica d'epoca — non sono scelte stilistiche, ma meri stereotipi usati come specchietti per le allodole.

Il grande schermo non può essere il cestino dei rifiuti di idee scartate o la caricatura di un romanzo di genere montato al contrario. Il cinema è — o almeno dovrebbe tornare a essere — il luogo della magia condensata. È il posto dove una storia di due ore può cambiarti la vita, farti uscire dalla sala con le gambe che tremano e il cuore pieno di domande, meraviglia o malinconia.

Avete tra le mani uno degli strumenti umani più potenti mai inventati per esplorare la complessità, l'empatia e la bellezza. Ridateci storie che abbiano un peso, un valore, un significato. Tornate a rischiare sulla profondità anziché sulla stravaganza fine a se stessa. Smettetela di allungare il brodo nelle serie e tornate a curare la sostanza di un film.

Noi siamo ancora qui, al buio, pronti a emozionarci. Ma voi tornate a darci un motivo per farlo. 

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