Il polverone sollevato da Alessia Tarquinio non è solo una polemica tra colleghi; è la crepa che si allarga su un muro di vetro, rivelando quanto sia fragile l'immagine di asettica imparzialità che il giornalismo sportivo cerca di vendere.
Le parole di Alessia sono state una sferzata di verità necessaria. Commentando il licenziamento dei due stagisti di Sky, "colpevoli" di aver esultato al gol dell'Inter, ha puntato il dito contro un’ipocrisia che gela il sangue: “Ho visto fare a miei esimi colleghi cose ben peggiori... non puoi usare due pesi e due misure”...
Il volto dell'ipocrisia
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel colpire due ragazzi alle prime armi, mentre i "colonnelli" dell'informazione restano saldi sulle loro poltrone, nonostante le loro appartenenze siano il segreto di Pulcinella.
Viene quasi da sorridere, di un sorriso amaro, pensando a quanto sarebbe liberatorio se Alessia facesse i nomi che tutti sussurriamo. Vogliamo parlare di Caressa, di De Grandis (e della sua anima profondamente laziale) o di Assogna? O magari di Bonan, la cui simpatia per la Fiorentina emerge con la naturalezza di chi non sa — e non vuole — nascondere la propria essenza.
Eppure, il punto non è il tifo in sé. Il tifo è il motore del calcio, è linfa vitale. Il vero paradosso è questo:
Si cerca di insegnare l'educazione sportiva annullando il senso di appartenenza, come se per essere obiettivi si dovesse diventare dei robot senza cuore.
Si confonde il distacco professionale con l'asetticità, dimenticando che chi sceglie di schierarsi in una competizione lo fa perché quel fuoco lo sente dentro.
Il polverone sollevato da Alessia Tarquinio non è solo una polemica tra colleghi; è la crepa che si allarga su un muro di vetro, rivelando quanto sia fragile l'immagine di asettica imparzialità che il giornalismo sportivo cerca di vendere.
Le parole di Alessia sono state una sferzata di verità necessaria. Commentando il licenziamento dei due stagisti di Sky, "colpevoli" di aver esultato al gol dell'Inter, ha puntato il dito contro un’ipocrisia che gela il sangue: “Ho visto fare a miei esimi colleghi cose ben peggiori... non puoi usare due pesi e due misure”.
Il volto dell'ipocrisia
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel colpire due ragazzi alle prime armi, mentre i "colonnelli" dell'informazione restano saldi sulle loro poltrone, nonostante le loro appartenenze siano il segreto di Pulcinella.
Viene quasi da sorridere, di un sorriso amaro, pensando a quanto sarebbe liberatorio se Alessia facesse i nomi che tutti sussurriamo. Vogliamo parlare di Caressa, di De Grandis (e della sua anima profondamente laziale) o di Assogna? O magari di Bonan, la cui simpatia per la Fiorentina emerge con la naturalezza di chi non sa — e non vuole — nascondere la propria essenza.
Eppure, il punto non è il tifo in sé. Il tifo è il motore del calcio, è linfa vitale. Il vero paradosso è questo:
Si cerca di insegnare l'educazione sportiva annullando il senso di appartenenza, come se per essere obiettivi si dovesse diventare dei robot senza cuore.
Si confonde il distacco professionale con l'asetticità, dimenticando che chi sceglie di schierarsi in una competizione lo fa perché quel fuoco lo sente dentro.
Il merito sacrificato alla convenienza
Ciò che emerge dal racconto della Tarquinio — che ricordiamo lasciò il Club quando il merito fu messo in secondo piano rispetto all'estetica — è un quadro allarmante. Se la linea editoriale diventa un elastico che si tende per i deboli e si ammorbidisce per i potenti, la lealtà sportiva muore.
Eseguire "ordini di convenienza" per nascondere le proprie preferenze non crea giornalisti migliori; crea professionisti meno autentici. Quando si cerca di nascondere il merito dietro una facciata di finta imparzialità, si finisce per determinare una totale mancanza di obiettività.
Forse dovremmo smettere di chiedere ai giornalisti di non essere tifosi e iniziare a chiedere loro di essere onesti. Perché l'obiettività non sta nel non amare una squadra, ma nel non permettere a quell'amore di accecare il giudizio.

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