mercoledì 26 agosto 2026

Carburanti: il vicolo cieco dei tagli a tempo e la sfida mancata della svolta elettrica

 


Il continuo ricorso al taglio delle accise sui carburanti non è altro che un'illusione d'ottica. Una misura d'emergenza, riproposta a singhiozzo, che finge di sollevare le tasche dei cittadini ma di fatto ne prolunga soltanto l'agonia finanziaria.

Non esiste una strada di ritorno. Il mondo basato sui combustibili fossili, insieme all'intero impianto industriale e commerciale che vi gravita attorno, ha già un destino segnato. Continuare ad accanirsi terapeuticamente su questo modello serve solo ad alimentare una volatilità folle, destinata inevitabilmente a far salire la tensione sul prezzo al barile e a pesare, alla fine, sempre sulle stesse spalle.

Un governo lungimirante non dovrebbe tamponare le falle di una nave che affonda, ma finanziare la costruzione di una nuova rotta. Invece di bruciare risorse pubbliche per scontare qualche centesimo al litro alla pompa, la vera priorità politica ed economica deve essere un cambio strutturale della mobilità.

Nel breve termine, ecco cosa occorre fare con decisione:

  • Sostegno diretto alla conversione: Destinare i fondi attualmente sprecati nei tamponi fiscali a incentivi continui, accessibili e trasparenti per cittadini e aziende che scelgono di passare all'elettrico (full ed ibrido).
  • Defiscalizzazione e contributi per la flotta aziendale: Agevolare fiscalmente e coprire parte dei costi di acquisto e leasing per le imprese che convertono i propri veicoli commerciali e la propria flotta al trasporto pulito.
  • Infrastrutturazione rapida e capillare: Sostenere capillarmente le imprese che investono in colonnine di ricarica ad alta velocità e nella produzione locale di energia da fonti rinnovabili, per rendere la transizione sostenibile anche nei costi di gestione.

Insistere con la politica dei cerotti sui carburanti significa rimanere ancorati a un passato che sta scomparendo. Finanziare subito chi ha il coraggio di passare all'elettrico significa invece costruire oggi la competitività del Paese e tutelare davvero il potere d'acquisto di domani.

martedì 25 agosto 2026

Stellantis e Peugeot: tra la resa dei conti coi difetti di fabbrica e la transizione elettrica



Guardiamoci in faccia: prima o poi al cambio automatico e all'elettrico—o quantomeno all'ibrido—ci dovremo arrivare tutti. È un passaggio obbligato, un cambio di passo che in Oriente hanno già digerito da un pezzo. Il mondo dei trasporti sta per essere stravolto dalle fondamenta, e battersi per tenere in vita vecchi sistemi a combustibile fossile ha lo stesso senso che arrampicarsi sugli specchi. Persino la figura del tassista è destinata a sfumare, sostituita gradualmente da mezzi a guida autonoma. Un lustro, forse poco più, e il paesaggio urbano sarà irriconoscibile.

Ma il vero nodo non è solo il futuro tecnologico: è il modo in cui veniamo accompagnati verso questo cambiamento. Quando ti ritrovi a combattere contro la gestione miope delle grandi case automobilistiche, la fiducia svanisce prima ancora che la batteria della tua prossima auto si sia caricata.

Prendete la mia esperienza con una Peugeot 3008. Per ben due volte di fila mi sono ritrovato a sborsare migliaia di euro—quasi 4.000 euro in totale—per un difetto arcinoto alla cinghia di distribuzione. Una cinghia "a bagno d'olio" che si sfalda progressivamente, rilasciando detriti nella coppa dell'olio fino a mandare il motore in recovery e a bloccare l'auto di colpo. Una sensazione di impotenza pura, con il cruscotto che si illumina come un albero di Natale e il motore che si spegne, lasciandoti a piedi e con il cuore in gola.

La cosa grave? Il difetto era riconosciuto dalla casa madre, con tanto di campagne di richiamo per lo specifico modello. Io, però, non ho mai ricevuto alcuna segnalazione. E quando provi a dialogare con Stellantis, inviando PEC e cercando un contatto umano, ti sconti contro un muro di gomma fatto di burocrazia e condizioni capziose.

La risposta standard? "Doveva prendere appuntamento da noi. Se ha riparato l'auto altrove o se in passato ha fatto un tagliando fuori dalla rete ufficiale, niente rimborso."

Ma se parliamo di un difetto strutturale di fabbricazione, che senso ha tutto questo? È davvero questo il modo di offrire supporto a chi vi ha dato fiducia acquistando una vostra vettura?

Ci spingono a guardare avanti, verso una mobilità pulita e iper-tecnologica, ma continuano a gestire il presente con logiche che lasciano il cliente da solo a pagare il conto degli errori altrui. E forse la vera transizione di cui abbiamo bisogno non è solo quella energetica, ma quella del rispetto verso chi guida.


L'assurdo nel ridicolo: una chiamata surreale

La ciliegina sulla torta? Dopo tre PEC inviate e oltre un mese di silenzio assoluto, vengo finalmente contattato per telefono. Dall'altro capo del filo, un operatore francese che faticava persino a parlare l'italiano.

Quando gli ho fatto presente che per quel medesimo difetto la casa madre aveva avviato un richiamo ufficiale in fabbrica, la sua risposta ha superato ogni immaginazione: mi ha liquidato dicendo che il richiamo riguardava la catena di distribuzione, non la cinghia.

Siamo al limite del ridicolo. Non solo non conosceva le campagne di richiamo del gruppo per cui lavora, ma ignorava persino l'architettura base dell'auto: quel motore non ha mai visto una catena in tutta la sua esistenza. Risposte approssimative per un problema da quasi 4.000 euro scaricato interamente sulle spalle del cliente.

mercoledì 29 luglio 2026

Infantino, la malattia del calcio: è ora di estirpare il male



Oggi non avevo nessuna intenzione di aprire il foglio bianco. Ci sono giornate in cui si preferisce far decantare i pensieri, lasciare che il rumore del mondo sfumi in sottofondo mentre ci si gode il silenzio. Poi, però, l’occhio cade sullo schermo del telefono, scorre l'ennesima rassegna stampa e si imbatte nell'editoriale di Xavier Jacobelli su Tuttosport: il piano di Gianni Infantino per svendere quote del Mondiale di calcio a fondi d'investimento privati e speculatori della finanza americana. Compresa la galassia familiare di Donald Trump, tramite il fondo guidato dal fratello del genero Jared Kushner.

A quel punto, la voglia di tacere svanisce d'un colpo, sostituita da un nodo allo stomaco e da un profondo senso di nausea.

È un’immagine surreale, ma tristemente tangibile: immaginate una stanza dalle pareti a specchio in un grattacielo di New York o Zurigo, illuminata da luci a LED fredde e asettiche. Attorno a un tavolo in mogano lucido si siedono uomini in abiti sartoriali perfetti, che sfoggiano sorrisi a trentadue denti stampati per le telecamere. Tra loro c’è Infantino, con quell’espressione perennemente impostata da imbonitore di piazza, mentre stringe mani e illustra lucidi finanziari come se non stesse maneggiando la passione di miliardi di persone, ma un pacchetto azionario di una catena di supermercati.

Sembra la versione moderna e distopica di The Founder. Ray Kroc che guarda i fratelli McDonald e non vede l'artigianalità del cibo o il calore della ristorazione locale, ma solo un algoritmo per velocizzare il processo, confezionare tutto e replicarlo in serie fino a svuotarlo di qualsiasi anima. La logica del "cotto e mangiato", dell'esperienza preconfezionata da servire con mega-pause pubblicitarie e panini unti da vendere a peso d'oro.


La tentazione di rassegnarsi è forte. Si finisce per pensare: "Tanto ormai va tutto così, decidono loro con i loro miliardi." Ed è proprio qui l'inganno. Perché se ci adeguiamo a diventare semplici clienti di uno spettacolo anziché i custodi di una passione, abbiamo già perso.

«Signore e signori, non stiamo vendendo il calcio, stiamo solo valorizzando il brand su scala globale» — sembra quasi di sentirli parlare, con quel tono patinato da aziendalisti che scambiano il sacro per una trimestrale di cassa.

«Il brand? Questo non è un brand, è la vita della gente» — verrebbe da rispondergli in faccia, guardando quegli occhi freddi che calcolano solo il ritorno sull'investimento.

Il calcio appartiene al bambino che calcia un pallone sgonfio contro il muro di un cortile periferico, al papà che si aggiorna alla radio, ai ragazzi che si abbracciano sugli spalti sotto la pioggia battente. Non appartiene alla FIFA, né tantomeno a Infantino. La FIFA è solo un'istituzione nata per amministrare un bene collettivo, non un'azienda padrona che può impacchettare la Coppa del Mondo e cederne il 20% a un fondo d'investimento per fare cassa. La ferma presa di posizione dell'UEFA e di diverse federazioni dimostra che una linea d'ombra è stata valicata.

È il momento di dire basta a questo scempio. Serve una presa di coscienza collettiva che unisca tifosi, calciatori, allenatori e dirigenti ancora dotati di dignità: quest'uomo e la sua visione mercantile devono essere allontanati da questo sport. Bisogna riprendersi il campo, rimettere al centro il valore sociale, emotivo e popolare del gioco e spazzare via chiunque pretenda di trasformare i nostri sogni nel proprio dividendo societario.