Guardiamoci in faccia: prima o poi al cambio automatico e all'elettrico—o quantomeno all'ibrido—ci dovremo arrivare tutti. È un passaggio obbligato, un cambio di passo che in Oriente hanno già digerito da un pezzo. Il mondo dei trasporti sta per essere stravolto dalle fondamenta, e battersi per tenere in vita vecchi sistemi a combustibile fossile ha lo stesso senso che arrampicarsi sugli specchi. Persino la figura del tassista è destinata a sfumare, sostituita gradualmente da mezzi a guida autonoma. Un lustro, forse poco più, e il paesaggio urbano sarà irriconoscibile.
Ma il vero nodo non è solo il futuro tecnologico: è il modo in cui veniamo accompagnati verso questo cambiamento. Quando ti ritrovi a combattere contro la gestione miope delle grandi case automobilistiche, la fiducia svanisce prima ancora che la batteria della tua prossima auto si sia caricata.
Prendete la mia esperienza con una Peugeot 3008. Per ben due volte di fila mi sono ritrovato a sborsare migliaia di euro—quasi 4.000 euro in totale—per un difetto arcinoto alla cinghia di distribuzione. Una cinghia "a bagno d'olio" che si sfalda progressivamente, rilasciando detriti nella coppa dell'olio fino a mandare il motore in recovery e a bloccare l'auto di colpo. Una sensazione di impotenza pura, con il cruscotto che si illumina come un albero di Natale e il motore che si spegne, lasciandoti a piedi e con il cuore in gola.
La cosa grave? Il difetto era riconosciuto dalla casa madre, con tanto di campagne di richiamo per lo specifico modello. Io, però, non ho mai ricevuto alcuna segnalazione. E quando provi a dialogare con Stellantis, inviando PEC e cercando un contatto umano, ti sconti contro un muro di gomma fatto di burocrazia e condizioni capziose.
La risposta standard? "Doveva prendere appuntamento da noi. Se ha riparato l'auto altrove o se in passato ha fatto un tagliando fuori dalla rete ufficiale, niente rimborso."
Ma se parliamo di un difetto strutturale di fabbricazione, che senso ha tutto questo? È davvero questo il modo di offrire supporto a chi vi ha dato fiducia acquistando una vostra vettura?
Ci spingono a guardare avanti, verso una mobilità pulita e iper-tecnologica, ma continuano a gestire il presente con logiche che lasciano il cliente da solo a pagare il conto degli errori altrui. E forse la vera transizione di cui abbiamo bisogno non è solo quella energetica, ma quella del rispetto verso chi guida.
L'assurdo nel ridicolo: una chiamata surreale
La ciliegina sulla torta? Dopo tre PEC inviate e oltre un mese di silenzio assoluto, vengo finalmente contattato per telefono. Dall'altro capo del filo, un operatore francese che faticava persino a parlare l'italiano.
Quando gli ho fatto presente che per quel medesimo difetto la casa madre aveva avviato un richiamo ufficiale in fabbrica, la sua risposta ha superato ogni immaginazione: mi ha liquidato dicendo che il richiamo riguardava la catena di distribuzione, non la cinghia.
Siamo al limite del ridicolo. Non solo non conosceva le campagne di richiamo del gruppo per cui lavora, ma ignorava persino l'architettura base dell'auto: quel motore non ha mai visto una catena in tutta la sua esistenza. Risposte approssimative per un problema da quasi 4.000 euro scaricato interamente sulle spalle del cliente.

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