C'è un momento preciso, dopo una sconfitta sul campo da tennis, in cui il corpo stanco cerca solo due cose: un po’ di riposo e un piatto di carne alla brace.
Eravamo a Lecco, nello splendido centro tennis di via Giotto, sotto la supervisione attenta, solare e sempre simpaticissima della bravissima Sara. L'ennesima sconfitta del mio circuito TPRA è arrivata anche questa volta, ahimè, ma devo spezzare una lancia a favore del mio avversario, il buon De Consoli. Una vera "vecchia volpe" della racchetta che, per una volta, ha deciso di fare uno strappo alla solita regola non scritta dei tornei amatoriali: niente ragnatele di pallonetti stremati o smorzate snervanti, ma un gioco d'attacco, a viso aperto. Perdente sì, ma ci si è divertiti. E non è poco.
Per riprenderci dalle fatiche del match, la meta prescelta è stata Moggio, in Valsassina. Il posto è davvero notevole: ben strutturato, immerso nel verde, con quel classico profumo di montagna che ti rimette al mondo e un piccolo ruscelletto che gli scorre accanto. Certo, il torrente era completamente in secca e non abbiamo potuto fare a meno di notare strani tubi che sembravano fare da indiziati speciali per quel letto di pietra vuoto... Ma l'atmosfera c'era tutta.
Dopo qualche fisiologico momento di assestamento, ci siamo divisi i compiti con una sinergia impeccabile: la mia compagna si è occupata di alimentare il fuoco con una maestria encomiabile, mentre io mi sono dedicato alla griglia. Devo ammettere che mettersi a fare il mastro fuochista con le gambe ancora pesanti per i recuperi a fondo campo è stata una discreta faticaccia, ma il sapore della carne e la bellezza del luogo hanno ripagato ogni singola goccia di sudore.
L'amaro in bocca, però, non è arrivato dalla brace, bensì dal momento dei saluti.
Raccogliamo tutto con cura, pronti a lasciare l'area pulita, e cerchiamo con lo sguardo un cestino. Uno qualunque. Nemmeno l'ombra. In compenso, l'area è costellata da cartelli il cui succo suona più o meno così: "Siete pregati di lasciare pulito dopo l'uso, altrimenti saremo costretti a chiudere il parco. I rifiuti tornano a casa con voi".
Ora, fermiamoci un attimo a riflettere. Quando un'amministrazione ti chiede civiltà e rispetto per l'ambiente, la prima cosa che ti aspetti è che ti metta nelle condizioni di esercitare questa civiltà. Invece no. Il messaggio sottinteso, spogliato da ogni retorica istituzionale, sembra essere un altro: "Noi non abbiamo voglia di gestire la spazzatura, di passare a svuotare i contenitori o di sostenere i costi di pulizia, quindi il problema lo scarichiamo interamente su di te". Ti viene chiesta l'onestà, ma dall'altra parte ti viene mostrata la totale disimpegno.
Senza altre opzioni, carichiamo la spazzatura in macchina. Chiunque abbia mai viaggiato per un'ora sotto il sole estivo con un sacchetto di umido post-grigliata nel bagagliaio può facilmente immaginare l'aroma persistente che ha iniziato a invadere l'abitacolo. Convinti che di lì a poco avremmo incrociato un punto di raccolta lungo la strada, continuiamo la discesa. Il nulla.
Guidiamo fino a Barzio, quando finalmente intravediamo una speranza di salvezza davanti a un bar "Stube": ci sono dei cassoni. Avvicinandomi noto che due sono chiusi a chiave con il lucchetto, ma accanto ce n'è uno verde con dentro della polenta. Penso: "Perfetto, è l'umido". Ci infilo il nostro sacchettino, tiro un sospiro di sollievo e mi avvio verso l'auto.
Nemmeno il tempo di aprire la portiera che dal locale esce di gran carriera il gestore.
— «Cosa sta facendo?!» — «Ho buttato l'umido nel cestino apposito,» rispondo con calma. — «Ma non ha visto che sono privati?!» — «In che senso privati? Siamo su suolo pubblico...» — «Ma lei da dove viene?» — «Da Milano.» — «E a Milano andate a buttare l'immondizia nei cassonetti dei condomini?»
Sorrido amaro, cercando di mantenere la razionalità di fronte all'assurdo. — «No, ma questo non è un condominio e la questione non è Milano. Il suo comune mi chiede di lasciare tutto pulito quando vado al parco, ma non mi dà modo di farlo, perché questi sono gli unici cestini che abbiamo trovato nel giro di chilometri!» — «E allora scriva all'amministrazione!» mi liquida lui.
A quel punto la logica vacilla del tutto. — «Ma mi scusi... dovrei essere io, che vengo da Milano per passare una domenica sul vostro territorio, a scrivere all'amministrazione di Moggio e Barzio per far mettere dei cestini?! Ma cosa sta dicendo?»
La soluzione finale del cortese gestore? — «Si riprenda il suo sacchetto e lo vada a buttare in quel cestino situato alla fermata dell'autobus.»
Ecco. Un sentito ringraziamento al gestore dello Stube di Barzio per questa perla di accoglienza turistica e per l'illuminante suggerimento.
Ce ne siamo tornati verso casa con il nostro sacchetto dell'umido ben salco a bordo, riflettendo su come a volte basti poco per rovinare la bellezza di un luogo: la totale assenza di servizi base da un lato, e l'assoluta mancanza di empatia e accoglienza dall'altro. La montagna è bellissima, per carità. Ma la sensazione che certi territori vogliano il turismo solo fino a quando si tratta di incassare, lasciando ai visitatori l'onere di gestirsi perfino i propri scarti, è un peccato che fa più male di una palla corta a filo rete.




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