martedì 24 marzo 2026

il NO e Gravina - l'ITAGLIA non cambia

 



C’è un paradosso tutto italiano che sfida le leggi della fisica e della logica: quello per cui, quando una comunità dice "No" a un cambiamento, non sta solo difendendo lo status quo, ma sta involontariamente firmando un’assicurazione sulla vita a chi quel sistema lo ha già ridotto in macerie. Hai mai fatto caso a come la vittoria del "No" – in ogni sua forma, politica o sportiva – diventi istantaneamente il paravento perfetto per chi, come Gravina, ha trasformato il nostro sport nazionale in un deserto di risultati?

È un connubio perverso. Da una parte c'è l'immobilismo istituzionale che si nutre della paura del  cambiamento; dall'altra c'è una leadership che ha fallito su ogni fronte – dalla mancata qualificazione ai mondiali allo sfascio economico dei club – ma che rimane lì, marmorea, con l'espressione di chi sa di essere coperto. Non è solo questione di poltrone, è questione di architetture di potere: se le cose non cambiano, se il "No" vince sulla riforma, allora c'è chi ne trae vantaggio.

Guardateli bene: volti sereni, discorsi infarciti di tecnicismi e quella calma olimpica tipica di chi ha le spalle protette da chi ha tutto l'interesse affinché nulla si muova. Perché il fallimento  non è un incidente di percorso per tutti; per qualcuno è una condizione di vantaggio. In un sistema che non funziona, le rendite di posizione valgono oro.

L'immobilismo non è un mistero inspiegabile, è la logica conseguenza di un Paese che preferisce la certezza di un disastro conosciuto all'incertezza di una rivoluzione necessaria. Si dice che il potere logora chi non ce l'ha, ma qui sembra che il potere rigeneri chi lo usa peggio. Finché permetteremo che il "No" al cambiamento sia l'alibi per proteggere chi alimenta il fallimento, rimarremo spettatori di un naufragio gestito da capitani che non abbandonano mai la nave. Semplicemente perché sanno che la loro cabina sarà l'unica a non affondare mai.

Nessun commento: