Ho guardato quella foto e il primo pensiero, quasi un sospiro di sollievo, è stato: "Per fortuna, non so chi sia Michele". Non è cattiveria, è proprio una forma di igiene mentale. È incredibile come, anno dopo anno, la TV continui a propinarci lo stesso identico copione, un diario ingiallito che conosciamo a memoria ma che qualcuno si ostina a rileggere ad alta voce, convinto di svelarci chissà quale verità profonda.
Ma quanto tempo dovrà passare prima che i palinsesti smettano di riciclare format che non hanno più nulla, ma proprio nulla, da dire? Siamo prigionieri di un loop temporale fatto di lacrime a comando, abbracci studiati al millimetro e quell'estetica patinata che puzza di vecchio. Guardate quell'abbraccio nella foto: è la quintessenza del già visto. Un’emozione confezionata in serie, pronta per essere servita al pubblico del televoto come se fosse l'evento del secolo.
La mia parte razionale capisce il business, ma quella più umana si ribella a questa narrazione pigra. Michele sarà anche un bravo ragazzo con un sogno, ma è diventato l'ennesimo ingranaggio di una macchina che macina identità per riempire i buchi tra una pubblicità e l'altra. È tutto già scritto, tutto prevedibile fino alla nausea. Forse la vera sfida non è chi arriva in finale, ma quando noi spettatori avremo il coraggio di chiudere questo libro polveroso e pretendere qualcosa che non sembri uscito da un archivio degli anni Novanta. Meritiamo storie vere, non sondaggi su Instagram che cercano di dare un senso a un vuoto pneumatico di idee.

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