mercoledì 4 febbraio 2026

Il Mondo dell'IPOCRISIA e Maria la Regina

 










L'odore della polvere e il freddo dei LED

Se dovessimo dare un volto a questo sistema, dovremmo guardare gli occhi di chi siede dietro le quinte, lontano dall'occhio rosso della telecamera. Lo studio è un luogo strano: sotto le luci accecanti tutto sembra vibrante e vivo, ma appena ci si sposta nell'ombra dei corridoi, l’aria diventa pesante, viziata dal ronzio dei condizionatori che cercano invano di rinfrescare un ambiente saturato dal nervosismo.

Gianni, ad esempio. Lo abbiamo visto spesso sistemarsi la giacca con un gesto meccanico, il volto segnato da una fissità che il trucco pesante fatica a nascondere. È un uomo che ha barattato il proprio mistero per un posto in prima fila nel tribunale del nulla. Quando attacca con ferocia, come ha fatto con Andrea Nicole, le sue vene del collo si gonfiano e lo sguardo si fa vitreo; non è la rabbia di chi difende un valore, è il riflesso incondizionato di chi deve proteggere il proprio privilegio. In quel momento, la sua "privacy" non è un diritto, è un muro di cinta che lui stesso ha costruito per non ammettere che, fuori da quell'arena, il silenzio sarebbe assordante.

E poi c’è Lei. Maria si muove nello spazio con la grazia distaccata di un’entità superiore. Spesso si siede sugli scalini, un gesto che vorrebbe comunicare prossimità, "umanità", ma che in realtà le permette di dominare la scena dal basso, come un predatore che non ha bisogno di stare in piedi per incutere timore. La sua espressione è una maschera di neutralità benevola: un leggero inclinare del capo, un mezzo sorriso che non raggiunge mai gli occhi, rimasti freddi e analitici come quelli di un croupier che osserva l'ultima puntata di un giocatore disperato.

Il rito del sacrificio

L'episodio di Andrea Nicole è stato il punto di rottura della narrazione. Ricordo ancora la sua espressione in quella puntata: le spalle piccole, il respiro corto che le faceva tremare leggermente la collana sul petto. Era la personificazione della vulnerabilità. In quel momento non era più la "bandiera" del progresso; era un essere umano che aveva scelto il battito del cuore invece delle clausole contrattuali.

La ferocia con cui è stata demolita è stata quasi catartica per il sistema. Era necessario punirla non perché avesse mentito, ma perché aveva dimostrato che il sentimento può ancora essere anarchico, indisciplinato, non catalogabile in un foglio Excel.

"In quel circo, la verità è un'ospite sgradita che viene invitata solo per essere derisa se non indossa l'abito della festa."

Una riflessione necessaria

Forse, la vera tragedia non è in chi produce questo spettacolo, ma nel vuoto che esso va a riempire. Utilizziamo questi frammenti di vite altrui per non guardare le crepe delle nostre. Ci convinciamo di essere giudici giusti mentre, dal divano di casa, partecipiamo al banchetto della dignità altrui. In fondo, siamo tutti un po' colpevoli di aver scambiato il voyeurismo per empatia.

A pensarci bene, l'unico atto di vera ribellione in quel contesto sarebbe il silenzio. Ma il silenzio non produce share, e lo share, in questa chiesa sconsacrata, è l'unica forma di redenzione concessa.

Adesso io non sopporto quell'egocentrico di Corona, ma se sta dicendo solo falsità, perché oscurarlo?


lunedì 2 febbraio 2026

Grammy 2026: Carne in Vetrina. Il Genere Donna che umilia se stesso












 

Mi trovo spesso a riflettere su questo strano teatro dell'assurdo che è diventato il mondo del pop. Guardando le immagini degli ultimi Grammy, ho provato un senso di disagio profondo, quasi una punta di amarezza che va oltre il semplice giudizio estetico. Mi chiedo come sia possibile che, in un’epoca in cui giustamente chiediamo agli uomini un rispetto sacrosanto e una nuova profondità nello sguardo verso il femminile, siano proprio le donne, su quel palcoscenico mondiale, a presentarsi in modo così sguaiato.

Non è moralismo, è la sensazione che si stia perdendo il senso del limite e, paradossalmente, della propria dignità.

Lo spettacolo dell'eccesso

Camminando idealmente tra quei flash, vedo scene che mi lasciano perplesso:

  • Addison Rae che, con quel gonnellino ridotto al minimo, sembra cercare lo scatto rubato quasi per contratto, evidenziando ciò che dovrebbe essere privato con una naturalezza che mi spiazza.

  • Chappell Roan, avvolta in una nudità che sembra voler scimmiottare l’estetica di Bianca Censori, trasformando l’arte in una mera esposizione di pelle.

  • Heidi Klum, chiusa in un abito che sembra aver sigillato sotto la plastica non solo le sue forme generose, ma anche la sua classe, riducendo un corpo splendido a un manichino da esposizione.

  • Karol G, dove il pizzo diventa un velo così sottile da non lasciare nulla all'immaginazione, sbattendoci in faccia una sensualità che, a mio avviso, perde ogni mistero per farsi pura ostentazione.


Una dignità che svanisce

Mi fa male vedere questa deriva. C’è qualcosa di umiliante nel pensare che l'unico modo per essere "potenti" sia spogliarsi o rendersi volgari. Mi sembra un cortocircuito: urliamo al mondo che non siamo solo corpi, e poi quegli stessi corpi li trasformiamo in merce da dare in pasto all'opinione pubblica nel modo più chiassoso possibile.

L'espressione di queste donne, spesso fiera ma vuota, mi interroga profondamente. Dove finisce la libertà di espressione e dove inizia l'auto-oggettivazione? Credo che l'eleganza sia un’altra cosa; è fatta di sottrazioni, di silenzi, di quel fascino che emana da uno sguardo intelligente, non da una mutanda esibita a favore di camera.

Vedere queste artiste così "piccole" nonostante la loro fama, ridotte a una gara di centimetri di pelle nuda, lo trovo, per l'appunto, imbarazzante per l'intero genere femminile. Mi piacerebbe che tornasse il tempo in cui a far rumore era la voce, e non il rumore sgradevole di un vestito di plastica che si muove sotto i riflettori.

mercoledì 28 gennaio 2026

L'AVIDITÀ SOPRA OGNI CAPACITA' UMANA






Siamo arrivati a questo punto, in quel luogo oscuro dove le parole smettono di essere solo suoni e diventano armi.

Stanotte, sotto il cielo pesante di Minneapolis, un uomo si è scagliato contro la deputata Ilhan Omar mentre parlava a un comizio. Immaginate la scena: centinaia di persone, la voce di una donna che risuona nell’aria, e all’improvviso il movimento convulso di Anthony Kazmierczak, 55 anni, che le spruzza addosso una sostanza sconosciuta con una siringa. In quel momento, sul volto della Omar, non c'è stata solo la sorpresa, ma il riflesso di un’epoca che ha smarrito ogni barlume di umanità. Il suo "crimine"? Aver chiesto l’abolizione dell’ICE e le dimissioni di Kristi Noem.

Ma per capire davvero il fango che ha generato questo gesto, dobbiamo guardare negli occhi chi quell’odio lo ha coltivato con cura. Per Donald Trump, Ilhan Omar non è una collega, non è una madre, non è nemmeno una cittadina. È la donna che lui ha definito "spazzatura". È quella che, secondo i suoi comizi urlati, dovrebbe "tornare nel suo Paese", la Somalia, quasi come se l'appartenenza fosse un privilegio da concedere e non un diritto vissuto.

È amaro pensare a come la narrazione del potere possa deformare i tratti di una persona fino a renderla un bersaglio. Trump l’ha accusata, senza l’ombra di una prova, di essere corrotta, di aver rubato miliardi, persino di aver sposato suo fratello per la cittadinanza. Ha osservato folle inferocite urlare "Send her back!" e, con un sorriso compiaciuto che ancora gela il sangue, li ha definiti "straordinari patrioti". Anni di insulti, anni passati a seminare veleno contro le sue origini e la sua comunità, hanno trasformato una donna coraggiosa in una sagoma da abbattere.

E ieri, qualcuno ha finalmente deciso che le parole non bastavano più. È passato ai fatti.

E Trump? Qual è la risposta del Presidente degli Stati Uniti davanti a una donna aggredita con una siringa? "Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione". Quando gli hanno chiesto se avesse almeno visto il video, ha risposto con quel solito tono sprezzante, un miscuglio di arroganza e indifferenza: "No, non ci penso nemmeno".

C’è una solitudine terribile in quella risposta. È il rifiuto di vedere l'altro, di riconoscerne il dolore. Questo è ciò che accade quando si sceglie di trasformare la politica in un'arena di gladiatori senza onore: semini odio ogni giorno e, quando il sangue inizia a scorrere, giri lo sguardo dall'altra parte, accusando la vittima di aver inscenato il proprio dramma. Eppure, con un’ironia che sa di cenere, continuano a dirci che il vero problema è "l'odio della sinistra".

Forse, prima di occuparci di chi grida più forte, dovremmo chiederci cosa ne è stato della nostra capacità di provare compassione per una donna che, mentre cercava di parlare di futuro, si è ritrovata a temere per la propria vita.