mercoledì 18 marzo 2026

Femminicidio a Bergamo. poi tenta di uccidersi!!! Ma uccidetevi prima così risolviamo il problema




È l’ennesimo titolo che scorre sullo schermo, freddo come il marmo: Bergamo, 42 anni, un’altra vita spezzata. E poi il solito copione, quello del "tentato" suicidio. Ma parliamoci chiaro: è ora di smetterla di chiamarlo il gesto della disperazione. Perché, guarda caso, questa presunta disperazione arriva sempre un secondo dopo aver distrutto tutto, mai un secondo prima.

C'è un'efficienza chirurgica, quasi militare, quando si tratta di colpire una donna, una ex, una compagna. Lì la mira non sbaglia, lì la mano non trema. Ma quando arriva il momento di rivolgere quell’arma, o quel peso, contro se stessi, improvvisamente si diventa degli inetti. Si diventa goffi, incerti, quasi a voler restare a guardare il disastro appena compiuto.

Allora facciamo un patto di onestà: se quella "carica emotiva" è così insopportabile, se il mondo vi sembra davvero crollare addosso, usatela subito su voi stessi. Fatelo prima. Risparmiateci la cronaca nera, il dolore di una famiglia, il vuoto incolmabile di una vita che aveva ancora tutto da dire.

Un pirla in meno nel mondo, una donna in più viva. Il calcolo è semplice, quasi banale nella sua logica. Invece di diventare "letali" contro chi dicevate di amare, provate a essere altrettanto risoluti con il vostro stesso destino, se proprio non riuscite a gestire il rifiuto o la fine.

È inutile piangere dopo. È inutile cercare la pietà di un tribunale o di un pubblico attraverso un tentato suicidio che puzza di farsa. Se volete davvero porre fine a un tormento, fatelo da soli, in silenzio, senza portarvi dietro chi non c'entra nulla con i vostri mostri. Sarebbe l'unico, vero atto di responsabilità in una marea di vigliaccheria.

Coppa d'Africa ma come si fa a rendere tutto così schifoso???!!!



È difficile restare in silenzio quando vedi la polvere nascondere la bellezza di un campo da gioco. Ci sono momenti in cui lo sport smette di essere quella zona franca dove il merito dovrebbe essere l'unica legge, per diventare l'ennesimo ufficio dove si firmano sentenze già scritte.

Stiamo parlando di una ferita aperta: quello che è successo al Senegal non è solo un errore tecnico o una svista arbitrale. È un sopruso che colpisce al cuore l'essenza stessa della competizione. Lo sport nasce per unire, per offrire una disciplina che sia giustizia pura, dove chi corre di più e chi mette la palla dentro vince. È quel bisogno profondo di sentirsi parte di qualcosa di pulito, una tregua dal cinismo di un mondo dominato da interessi e avidità.

Eppure, eccoci qui. Prima il tentativo di seppellire la realtà con un rigore inesistente a tempo scaduto, come se la giustizia potesse essere manipolata a comando. E poi, visto che il campo non voleva piegarsi, la decisione politica. Una mossa senza senso, priva di ogni valore sportivo, che annulla la supremazia dei meriti per far spazio a logiche che con il calcio non hanno nulla a che fare.


Il peso di una vittoria senza merito

Mi chiedo, e lo chiedo a chi mastica ancora un briciolo di onestà intellettuale: come possono i giocatori del Marocco o i loro tifosi sentirsi campioni legittimi? Come si fa a festeggiare un trofeo sapendo che sul campo, lì dove batte il cuore della sfida, il risultato diceva 1-0 per gli avversari?

  • La vittoria è un sapore, non solo un trofeo in bacheca. Se non è condita dal merito, resta amara.

  • La competizione è un patto, e oggi quel patto è stato tradito davanti agli occhi di tutti.

Vedere ambienti così carichi di tensione trasformarsi in teatri di ingiustizia fa male. Guardo i volti dei giocatori, immagino le loro espressioni: lo sguardo fisso di chi ha dato tutto e si vede scippare il risultato da una penna su un foglio, non da un gol subito. È un'immagine che stride con l'idea di fratellanza che il calcio dovrebbe promuovere. Forse sono un illuso a credere ancora nella purezza del tifo, ma se smettiamo di indignarci per queste derive, allora abbiamo davvero perso tutti, non solo il Senegal.

martedì 17 marzo 2026

Chi muove i fili dietro lo schermo? Una riflessione sul Referendum e Sky




Seguo spesso Skytg24. Mi piacciono i ritmi, la grafica pulita e, soprattutto, apprezzo la lucidità chirurgica di Mariangela Pira. È una delle poche che riesce a spiegare le Borse senza fartele sembrare un club d'élite per pochi eletti; ti fa capire davvero chi muove i flussi del mercato e perché. Eppure, osservando il canale in queste settimane, ho notato qualcosa che prescinde dall'analisi tecnica della Pira.

Ho la sensazione che i vari "contenitori" politici ed economici della rete stiano spingendo sull'acceleratore, indirizzando discussioni e considerazioni verso una scelta precisa per il prossimo referendum: il NO.

Mi sono fermato a riflettere, con quella punta di sano scetticismo che serve a non prendere tutto per oro colato. Chi è, oggi, l'editore di Sky? E soprattutto, che interesse concreto avrebbe a ottenere una vittoria del NO, impedendo l'applicazione della legge?

Sappiamo che dietro il brand c'è Comcast, un gigante americano che ragiona su scala globale. In un mondo dove i capitali si spostano con un clic, la stabilità è il bene più prezioso. Forse una grande multinazionale teme che un cambiamento radicale delle regole del gioco possa innescare un’incertezza capace di spaventare gli investitori? O c'è dell'altro, magari legato a equilibri normativi che noi, da spettatori, fatichiamo a decifrare tra un servizio e l'altro?

Non è un’accusa, sia chiaro. È una domanda che pongo a voi, perché a volte, per capire davvero chi muove i mercati, bisogna guardare non solo cosa viene detto, ma anche chi paga il microfono.


Ma chi c’è davvero dietro le quinte?

Spesso mi chiedete: "Ma non è che sotto sotto ci sono i soliti noti? Gli Agnelli, i De Benedetti, i grandi salotti buoni dell'industria italiana?". La risposta, carte alla mano, è un po' più complessa e, per certi versi, ancora più interessante.

Sky Italia è 100% americana. Dal 2018 il proprietario è Comcast, un colosso di Philadelphia che fattura oltre 120 miliardi di dollari. Se guardiamo l'azionariato di Comcast, non troviamo i cognomi della nostra storia industriale, ma i "padroni del vapore" della finanza globale:

  • Vanguard Group e BlackRock: i due fondi d'investimento più potenti al mondo (quelli che la Pira, appunto, definisce spesso i "market mover").

  • Brian Roberts: il CEO che detiene il controllo effettivo tramite azioni speciali.

Quindi, zero legami con l'Italia? Non esattamente. Sebbene non ci siano quote azionarie di Agnelli o De Benedetti in Sky, esiste una "comunanza di interessi" che viaggia su binari paralleli.

  1. L'élite economica: Comcast e i grandi gruppi italiani (come Exor degli Agnelli) frequentano gli stessi ambienti finanziari globali. Se una riforma in Italia viene percepita come un rischio per gli investimenti esteri, BlackRock e i grandi capitalisti italiani reagiscono allo stesso modo: con estrema prudenza.

  2. Stabilità vs. Cambiamento: Un editore americano non ha un interesse "politico" nel senso nostrano del termine (non tifa per un partito per ottenere una poltrona), ma ha un interesse regolatorio. Vuole che le regole del gioco non cambino. Se il referendum viene visto come un elemento di instabilità istituzionale, la linea editoriale rifletterà naturalmente questo timore.

Insomma, forse non dobbiamo cercare il "patto segreto" tra famiglie, ma guardare a quella che gli americani chiamano Corporate Governance. L'interesse di Sky è l'interesse dei grandi fondi che la possiedono: meno scossoni, più certezze.