C’è un limite oltre il quale il baraccone non dovrebbe spingersi, un confine invisibile che separa il business dall’indecenza pura. Quel limite è stato polverizzato in una notte d'estate. Quello che è successo con Folarin Balogun ai Mondiali non è semplicemente un "precedente pericoloso", è la certificazione di morte dei valori sportivi, firmata e timbrata in diretta mondiale.
Un giocatore espulso sul campo con rosso diretto per un brutto fallo sulla caviglia di un avversario. La regola parla chiaro: squalifica automatica. Ma poi, la magia. Uno squillo di telefono proveniente dalla Casa Bianca, la voce pesante di Donald Trump che chiede spiegazioni a Gianni Infantino, e come per incanto la FIFA si inventa una "sospensione della squalifica con la condizionale" per un anno. Una decisione irrituale, grottesca, mai vista. Una giravolta ridicola per non scontentare il potente di turno e prostrarsi ai piedi di "Donaldone", assicurando alla Nazionale di casa la presenza della sua stella nell'ottavo di finale contro il Belgio.
Il Belgio è furioso, e come dargli torto? Dov’è il garante? Dove sono le regole scritte che dovrebbero valere per tutti, dal Qatar agli Stati Uniti, passando per l’ultimo dei campi di periferia?
Un Sistema Calcio Senza Più Pudore
La verità è amara e ha il volto di chi gestisce il calcio globale come un feudo privato. Michel Platini lo aveva detto tempo fa, ammonendo sui rischi di una deriva commerciale e politica priva di freni. E oggi quelle parole risuonano come una profezia tristemente avverata. Questo colpo di spugna su una squalifica sacrosanta è solo la punta di un iceberg fatto di favoritismi sfacciati e zone d’ombra che coinvolgono la gestione Infantino ormai da anni.
Non c'è più neanche il pudore di nascondersi. Negli ultimi anni abbiamo assistito a:
Mondiali assegnati a tavolino e riforme dei calendari pensate solo ed esclusivamente per moltiplicare i profitti, calpestando la salute dei calciatori e la passione dei tifosi.
Incontri opachi e diplomazie parallele con i leader politici più influenti del pianeta, trattando il pallone come merce di scambio geopolitica.
Un'ingerenza politica costante che toglie credibilità ai comitati disciplinari, ridotti a organi di facciata pronti a cambiare idea non appena si muove una pedina nello scacchiere del potere globale.
E poi ci si chiede perché l’Italia, e non solo, si trovi sempre ad affrontare percorsi tortuosi nei gironi di qualificazione, tra arbitraggi discutibili e decisioni politiche che sembrano spingere sempre i soliti noti. Forse è vero: chi versa meno nelle casse della FIFA o chi non ha il peso politico per alzare il telefono e dettare le sentenze, è destinato a subire il "regolamento", mentre per i padroni del vapore le regole diventano semplici raccomandazioni.
Lo sport dovrebbe essere l'unico luogo in cui il figlio di un re e il figlio di un operaio partono esattamente dalla stessa linea di partenza, con le stesse identiche regole. Se togli questo, togli tutto.
Vedere Infantino piegarsi così, senza un briciolo di vergogna, lascia un senso di nausea profondo. Hanno trasformato il calcio in una succursale della diplomazia dei miliardari. Rimane solo l'amarezza per un gioco meraviglioso che milioni di persone amano, ma che chi sta in cima continua, giorno dopo giorno, a infangare.


1 commento:
Tra l'altro la cosa più disgustosa è che questo va a favore di un popolo anglosassone, per cui la "lealtà sportiva, è simbolo primario in ogni disciplina sportiva. Da sempre alcuni atteggiamenti che infangano l'etica sportiva, da questo popolo sono banditi e giudicati come vergognosi, quindi non dovrebbero mai e poi mai accettare questo. Potrebbero dare una grandissima dimostrazione di rispetto dello sport, mettendosi contro la gestione politica, e lasciando volontariamente, Balogun, fuori dalla partita
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