Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.
Poi, l’altra sera, ho guardato il documentario "The Michael Jackson story". E per la prima volta nella mia vita, ho provato qualcosa di totalmente nuovo, quasi spaventoso: la repulsione.
Non sto parlando solo degli ultimi, tragici anni della sua vita. La sensazione è nata molto prima, tornando indietro fino ai tempi d'oro di Thriller. Guardando quelle immagini con occhi diversi, ho percepito chiaramente un essere umano completamente staccato dalla realtà. Un uomo imprigionato in un delirio di onnipotenza che, contrariamente a quanto ho sempre voluto credere, non aveva nulla di ingenuo o spontaneo. Era tutto studiato. Tutto calcolato.
Prendiamo la celebre intervista con Oprah Winfrey del 1993. Rivederla oggi, sapendo quello che sappiamo, mi ha fatto accapponare la pelle. In quel momento storico Michael doveva assolutamente recuperare il mercato afroamericano, perché era evidente a tutti che stesse diventando bianco. Per farlo, ha messo in piedi una narrazione perfetta. Ma facciamo un bagno di realtà: parliamo di un uomo che si faceva cucire i toupet sul cuoio capelluto, che si è sottoposto a innumerevoli plastiche facciali e che, come è emerso in seguito, abusava di cocktail chimici di ogni tipo per dormire o per darsi la carica. Vi pare che un uomo così avrebbe avuto problemi a distruggere la propria pigmentazione per motivi di immagine o personali?
Questo pezzo del puzzle, per me, si è incastrato perfettamente con un altro dettaglio che conservavo in mente. Tempo fa vidi un documentario sulla Motown. Un magazziniere raccontò che, al momento della storica scissione quando i Jackson 5 passarono alla Epic, la Motown trattenne i loro costumi di scena. Ebbene, nelle tasche dei vestiti di Michael trovarono tantissime creme per i brufoli, ma anche flaconi di creme schiarenti.
Io, a essere onesto, alla storia della vitiligine non ci ho mai creduto. Fino a quell'intervista con Oprah, quella parola non era mai, mai emersa. Com'è possibile che un uomo sotto i riflettori mediatici da quando aveva dieci anni non avesse mai menzionato questa patologia? Com'è possibile che non l'avessero mai fatto i giornalisti o i suoi stessi familiari?
Dire quelle cose davanti a milioni di persone, in quel modo, con quello sguardo apparentemente indifeso, mi ha provocato un profondo disgusto. Mi è crollato un castello di carte. Se ha potuto mentire al mondo intero in quel modo, con quella freddezza calcolata, chi mi garantisce che non abbia mentito allo stesso modo su tutto il resto della sua vita?

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