martedì 16 giugno 2026

Il feticcio del pallone bucato: " ma come cazzo è possibile che Zaniolo giochi all'Udinese, dai!!!"




Sedetevi un momento. Guardatemi negli occhi, o meglio, guardate lo schermo con la stessa disperata intensità con cui fissate il cronometro al novantesimo minuto, quando siamo sotto di un gol e l'arbitro ha già il fischietto in bocca. Vi siete mai chiesti quale strano oracolo abbia decretato che ventidue gambe tese a rincorrere una sfera di cuoio debbano custodire il segreto millenario della nostra identità?

Il calcio ha questo potere occulto, quasi sciamanico. Non è solo uno sport, è un rito di possessione collettiva. Incarna lo spirito di un popolo, il nostro faticoso processo di crescita, le nostre miserie e i nostri improvvisi, fulminei colpi di genio. Prima di baciare quella maglia azzurra, un ragazzo ha dovuto masticare la polvere della provincia, fare gruppo, sognare la fama e, infine, caricarsi sulle spalle il peso di una nazione intera. Quando scende in campo, non sta giocando: ci sta rappresentando davanti al tribunale del mondo.

Eppure, camminiamo tra le macerie di un'identità smarrita. Abbiamo perso l'origine del mito. Ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più nei volti ordinari, geometrici e spenti scelti per comporre l'undici titolare. Dove è finita la nostra vera anima?

Prendete un nome, un nome che risuona come un accordo minore in una notte di mezza estate: Nicolò Zaniolo. Ecco lo stereotipo perfetto, la fotografia vivente e pulsante dell'Italia. È fantasioso, estroso, irriverente. Ha quell'aria smargiassa di chi sa di essere un peccatore ma non ha nessuna intenzione di pentirsi. È quel tipo di calciatore che ti fa disperare per ottantanove minuti e poi, all'improvviso, inventa una giocata "da pazzi" che ti fa godere l'anima e riconciliare con l'universo. Un talento puro, a tratti tragico nella sua stessa sregolatezza.

Chiunque sieda sulla panchina della Nazionale, avvolto nel suo cappotto scuro da stratega, dovrebbe comprendere questo mistero: convocare uno così non è solo una scelta tecnica. È un esorcismo. Significa riappropriarsi di ciò che siamo, di quell'istinto teatrale e profondo che oggi ci manca come l'aria.

Invece, assistiamo al dramma dell'assurdo. Un patrimonio del genere viene confinato, quasi messo ai margini della narrazione principale. Con tutto il rispetto per la dignità del calcio di provincia, vederlo lì fa stringere il cuore, come un dipinto del Caravaggio appeso nel corridoio buio di un condominio di periferia.

Forse abbiamo paura della nostra stessa ombra, o forse preferiamo la rassicurante mediocrità di una sconfitta pulita alla gloriosa follia di un trionfo sporco. Ma finché non torneremo a scommettere sul nostro caos creativo, continueremo a vagare nel limbo dei ricordi, gridando al vento il nome di un'identità che abbiamo paura di schierare in campo.

lunedì 8 giugno 2026

Il giorno in cui Michael Jackson ha smesso di essere un mito



Ciao a tutti. Oggi voglio confidarvi un pensiero intimo, un cambio di rotta che non avrei mai immaginato di vivere. Chi mi segue sa quanto io sia un appassionato viscerale di Michael Jackson. Per anni ho assorbito qualunque cosa lo riguardasse: musica, video, interviste. Ero il classico fan totale.

Poi, l’altra sera, ho guardato il documentario "The Michael Jackson story". E per la prima volta nella mia vita, ho provato qualcosa di totalmente nuovo, quasi spaventoso: la repulsione.
Non sto parlando solo degli ultimi, tragici anni della sua vita. La sensazione è nata molto prima, tornando indietro fino ai tempi d'oro di Thriller. Guardando quelle immagini con occhi diversi, ho percepito chiaramente un essere umano completamente staccato dalla realtà. Un uomo imprigionato in un delirio di onnipotenza che, contrariamente a quanto ho sempre voluto credere, non aveva nulla di ingenuo o spontaneo. Era tutto studiato. Tutto calcolato.
Prendiamo la celebre intervista con Oprah Winfrey del 1993. Rivederla oggi, sapendo quello che sappiamo, mi ha fatto accapponare la pelle. In quel momento storico Michael doveva assolutamente recuperare il mercato afroamericano, perché era evidente a tutti che stesse diventando bianco. Per farlo, ha messo in piedi una narrazione perfetta. Ma facciamo un bagno di realtà: parliamo di un uomo che si faceva cucire i toupet sul cuoio capelluto, che si è sottoposto a innumerevoli plastiche facciali e che, come è emerso in seguito, abusava di cocktail chimici di ogni tipo per dormire o per darsi la carica. Vi pare che un uomo così avrebbe avuto problemi a distruggere la propria pigmentazione per motivi di immagine o personali?
Questo pezzo del puzzle, per me, si è incastrato perfettamente con un altro dettaglio che conservavo in mente. Tempo fa vidi un documentario sulla Motown. Un magazziniere raccontò che, al momento della storica scissione quando i Jackson 5 passarono alla Epic, la Motown trattenne i loro costumi di scena. Ebbene, nelle tasche dei vestiti di Michael trovarono tantissime creme per i brufoli, ma anche flaconi di creme schiarenti.
Io, a essere onesto, alla storia della vitiligine non ci ho mai creduto. Fino a quell'intervista con Oprah, quella parola non era mai, mai emersa. Com'è possibile che un uomo sotto i riflettori mediatici da quando aveva dieci anni non avesse mai menzionato questa patologia? Com'è possibile che non l'avessero mai fatto i giornalisti o i suoi stessi familiari?
Dire quelle cose davanti a milioni di persone, in quel modo, con quello sguardo apparentemente indifeso, mi ha provocato un profondo disgusto. Mi è crollato un castello di carte. Se ha potuto mentire al mondo intero in quel modo, con quella freddezza calcolata, chi mi garantisce che non abbia mentito allo stesso modo su tutto il resto della sua vita?

domenica 7 giugno 2026

Il Paradosso Leclerc-Ferrari , Voi lo avete capito???



Avete presente quelle coppie che passano l'anno a lanciarsi piatti in cucina, a guardarsi con il broncio sul divano e a lamentarsi con gli amici di quanto sia diventato invivibile il rapporto? Quelle che guardi da fuori e pensi: "Ok, tempo tre giorni e ognuno per la sua strada". Ecco, immaginate la mia perplessità quando, dopo mesi di musi lunghi, sguardi spenti davanti alle telecamere e una costante frustrazione per una macchina che non rispecchiava il suo indiscutibile talento, Charles Leclerc si siede davanti ai microfoni e dichiara, con un sorriso d'ordinanza: "La Ferrari è casa mia", firmando il rinnovo di contratto.

Lì per lì ammetto di aver vacillato. Ho pensato che forse, sotto sotto, noi da fuori non capiamo nulla, che l'amore per la scuderia della vita cancella ogni colpo di sottosterzo.

Poi, però, arriva il Gran Premio successivo. E la magia svanisce più velocemente di un treno di gomme soft su una pista abrasiva. "Non ho nessuna fiducia in questa macchina", dice testualmente via radio. Un fulmine a ciel sereno? Nemmeno per idea, semmai un brusco ritorno alla realtà.

Ed è qui che la trama, da film romantico, si trasforma in un thriller psicologico dalle tinte decisamente grottesche. Gara successiva: una corsa passata nell'anonimato, lontana anni luce dal podio, condita da un battibecco via radio degno di una sitcom. Il pilota si lamenta, chiede spiegazioni sul perché lo abbiano richiamato ai box subito dopo la Safety Car – mossa che, di fatto, gli ha fatto scontare la penalità di Hamilton facendogli perdere posizioni – e, nel bel mezzo del nervosismo, la frittata è fatta. Finisce dritto contro il muro, tradito da una zona di asfalto visibilmente deteriorata da giri, visibile a tutti tranne, evidentemente, a chi in quel momento guidava con la mente offuscata dai fumi della frustrazione.

Rimango a guardar lo schermo, a Gran Premio finito, con una sola, gigantesca domanda che mi frulla in testa: ma perché?

È un paradosso che razionalmente non riesco a decifrare. Da un lato abbiamo una scuderia, la Ferrari, che manda segnali contrastanti, dando l'impressione di non credere più ciecamente e incondizionatamente in quel pilota, gestendo le strategie in pista con una disattenzione che rasenta l'apatia. Eppure, gli offre un rinnovo blindato. Dall'altro abbiamo un pilota che sembra vivere ogni weekend di gara come un calvario, scontento di come viene gestito e palesemente deluso dalle prestazioni del mezzo. Eppure, firma e giura fedeltà eterna.

Forse la risposta non sta nella logica sportiva, ma nel cinismo del business moderno. A volte, un matrimonio di facciata conviene a entrambi. La Ferrari mantiene il suo "predestinato", l'uomo copertina che scalda il cuore dei tifosi a prescindere dai risultati; Leclerc mantiene il sedile più prestigioso del mondo, convinto che prima o poi la ruota girerà, o forse semplicemente consapevole che le alternative vincenti, là fuori, al momento non esistono.

Resta il fatto che guardare questa soap opera a 300 all'ora è diventato stancante. Tra dichiarazioni d'amore eterno il giovedì e accuse al veleno la domenica, l'unica certezza è che quel muro, alla fine, lo ha colpito un pilota che non ha più la serenità necessaria per guidare al limite. E finché continueranno a fare finta che vada tutto bene, temo che i pezzi di carbonio da raccogliere sull'asfalto saranno ancora parecchi.