lunedì 4 maggio 2026

Narcisista e violento non sono la stessa cosa, e smettiamola!!!!




Ma  guardati intorno. Apri i social, accendi la TV o ascolta una conversazione al bar: oggi sembra che il mondo sia improvvisamente popolato da un’unica, inquietante figura: il narcisista. Se un uomo tradisce è un narcisista, se è egoista è un narcisista, se è violento è un narcisista.

Ma siamo sicuri che sia così? O stiamo solo seguendo una moda terminologica che ci impedisce di vedere la realtà dei fatti?
Diciamocelo chiaramente: il Narciso del mito e della clinica è un uomo perdutamente innamorato della propria immagine. È un esteta, spesso ossessionato dal bisogno di essere desiderato come una bella donna, sempre a caccia di uno specchio – o di un partner-pubblico – che gli restituisca un’immagine grandiosa di sé. Per il vero narcisista, l’altro spesso non esiste nemmeno come individuo; è solo un accessorio del suo ego.
La violenza, però, è un’altra cosa.
Quando parliamo di uomini che non accettano di essere lasciati, che perseguitano o che usano le mani per "ristabilire l’ordine", non stiamo quasi mai parlando di un disturbo della personalità raffinato come il narcisismo. Stiamo parlando di possesso. Stiamo parlando di un’idea barbara della donna come proprietà privata.
Questa non è psicologia clinica, è formazione limitata. È il frutto marcio di un’educazione ricevuta da padri e madri che hanno tramandato l’idea che l’amore sia dominio e che il rifiuto sia un’offesa intollerabile al proprio onore, non una libera scelta dell’altro.
Chiamarli tutti "narcisisti" è un errore pericoloso per due motivi:
  1. Diamo un alibi ai violenti: Trasformiamo un comportamento brutale e frutto di ignoranza culturale in una "malattia" o in un "disturbo", quasi come se non potessero farne a meno.
  2. Sminuiamo il problema educativo: Se pensiamo che sia tutta colpa di un gene o di un trauma infantile imprecisato, smettiamo di chiederci come stiamo educando i nostri figli maschi a gestire un "no".
Dobbiamo smetterla di psicologizzare ogni cattivo comportamento. La violenza di possesso non è una posa davanti allo specchio; è un deficit di civiltà. È ora di distinguere chi si ama troppo da chi non ha mai imparato a rispettare la libertà altrui.

mercoledì 29 aprile 2026

TRA PUTTANE E PUTTANATE - SE LA GRAZIA ALLA MINETTI DIVENTA LA PRIORITÀ DI UN PAESE


 

C’è qualcosa di profondamente ipnotico, e ammettiamolo, quasi commovente, nel modo in cui questo Paese riesce a fermare le lancette dell’orologio. Mentre il mondo corre, l’intelligenza artificiale riscrive i confini del possibile e le famiglie fanno i conti con un carrello della spesa che sembra diventato un bene di lusso, noi cosa facciamo? Ci accomodiamo in poltrona per l'ennesima puntata della "Saga Minetti".


Sì, avete letto bene. Nicole Minetti. Un nome che riemerge dalle nebbie del passato come un reperto archeologico che, invece di stare in un museo, finisce dritto in prima serata.

Ne parlavo proprio oggi con alcuni colleghi, osservando i loro volti tra lo smarrito e l’esasperato. Ci siamo chiesti, con una punta di amara ironia: ma davvero, nel 2026, la nostra priorità nazionale è discutere della grazia per una condanna di oltre dieci anni fa, per fatti avvenuti quando ancora usavamo i primi smartphone? Ma soprattutto, la grazia per cosa, se il carcere è stato solo un’ipotesi teorica mai sfiorata?

La risposta tecnica esiste, certo: serve a ripulire la fedina, a cancellare l’interdizione dai pubblici uffici, a rimettere in gioco chi era stato messo in panchina dalla magistratura. Ma la risposta politica e mediatica è quella che fa male: è una colossale, coloratissima cazzata.

È ridicolo assistere al solito balletto delle appartenenze. Da una parte chi grida al martirio e alla riabilitazione necessaria, dall'altra chi brandisce il moralismo come una clava. Un confronto muscolare tra tifoserie che serve solo a una cosa: occupare spazio. Occupare tempo. Distogliere lo sguardo.

Mentre la politica si accapiglia su questi fantasmi del passato, le questioni determinanti per il futuro del Paese restano lì, nell'ombra, a prendere polvere:

  • Una sanità che arranca e che avrebbe bisogno di visione, non di slogan.

  • Un mercato del lavoro che somiglia sempre più a un percorso a ostacoli per i giovani.

  • Una visione industriale che latita, lasciandoci in balia degli eventi globali.

Ma no, è molto più facile, quasi rassicurante, tornare a scannarsi su Ruby-bis e dintorni. È un terreno conosciuto, un fango confortevole dove ognuno sa già che parte recitare.

Mi chiedo, e vi chiedo: non provate anche voi una stanchezza infinita? Quella sensazione di trovarvi davanti a un palcoscenico dove gli attori sono invecchiati, il copione è logoro, ma le luci restano accese perché nessuno ha il coraggio di guardare fuori dal teatro, dove la pioggia sta bagnando tutti.

Forse sarebbe ora di pretendere che la politica torni a occuparsi di ciò che è "concreto". Perché tra una grazia discussa nei salotti e una riforma che cambia la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese, io non ho dubbi su cosa sia davvero importante. E voi?

lunedì 27 aprile 2026

Basterebbe giusto "fare qualcosa" per non veder morire il nostro calcio - Mettete Malagò e toglietevi dalle palle




Venerdì sera. Un orario insolito per lanciare una bomba, non trovi? Eppure, l’avviso di garanzia a Rocchi per frode sportiva è piombato sui nostri smartphone proprio mentre ci preparavamo al weekend di campionato. Perché non lunedì mattina, a bocce ferme? La risposta è quasi banale nella sua evidenza: bisognava incendiare il dibattito, occupare i talk show, saturare l’aria mentre la gente ha tempo di ascoltare. Chi muove i fili voleva che il rumore diventasse assordante.

E il messaggio che è filtrato tra le righe, tra un caffè al bar e un post sui social, è uno solo: la strada verso il commissariamento della FIGC è ormai tracciata. L’obiettivo? Eliminare Giovanni Malagò, il candidato che evidentemente toglie il sonno al ministro Abodi. Ma la domanda che dovremmo farci tutti, con un briciolo di onestà intellettuale, è: perché? Perché la politica deve ancora una volta decidere chi deve guidare una baracca che cade a pezzi da decenni?

Siamo fermi al 1990. Ricordate l'euforia di quelle "Notti Magiche"? Doveva essere il volano del nostro Rinascimento, l'occasione per rifare gli stadi e modernizzare il sistema. Invece, quei miliardi sono serviti solo a gonfiare tasche per un lustro, lasciandoci poi con le pezze al culo e una scia di fallimenti societari che ancora oggi non accenna a fermarsi. Abbiamo trasformato il credito sportivo in un bancomat per pochi: l'unico stadio moderno in Italia è quello della Juventus, mentre il resto del Paese gioca in cattedrali nel deserto che cadono a pezzi, specchio fedele di un settore giovanile ormai ridicolo e privo di visione.

È uno spettacolo deprimente vedere Abodi e i suoi "amici di merende" giocare a scacchi con le poltrone mentre il Paese non ha una Nazionale degna di questo nome dai tempi di Lippi. Vent'anni di nulla. Nessuna idea di sviluppo, nessuna strategia per il futuro, solo una caccia disperata e sterile ai milioni della Champions per tappare buchi di bilancio causati da acquisti senza senso. Vedere investimenti folli su profili come Davids o Openda, mentre le nostre scuole calcio boccheggiano, fa male al cuore di chi ama questo sport.

Viene voglia di urlarlo: basta! Toglietevi di mezzo, mettete da parte gli affari e gli interessi personali. Il calcio non è il vostro parco giochi privato, è un patrimonio culturale e sociale che state distruggendo. Fate i seri, per una volta. Eleggete Malagò o chiunque abbia una parvenza di competenza e lasciatelo lavorare. Non servono miracoli, non serve inventare l'acqua calda: in questo deserto di idee, basterebbe giusto "fare qualcosa" — anche una sola cosa sensata, una sola riforma strutturale — per andare finalmente e decisamente meglio.