mercoledì 29 aprile 2026

TRA PUTTANE E PUTTANATE - SE LA GRAZIA ALLA MINETTI DIVENTA LA PRIORITÀ DI UN PAESE


 

C’è qualcosa di profondamente ipnotico, e ammettiamolo, quasi commovente, nel modo in cui questo Paese riesce a fermare le lancette dell’orologio. Mentre il mondo corre, l’intelligenza artificiale riscrive i confini del possibile e le famiglie fanno i conti con un carrello della spesa che sembra diventato un bene di lusso, noi cosa facciamo? Ci accomodiamo in poltrona per l'ennesima puntata della "Saga Minetti".


Sì, avete letto bene. Nicole Minetti. Un nome che riemerge dalle nebbie del passato come un reperto archeologico che, invece di stare in un museo, finisce dritto in prima serata.

Ne parlavo proprio oggi con alcuni colleghi, osservando i loro volti tra lo smarrito e l’esasperato. Ci siamo chiesti, con una punta di amara ironia: ma davvero, nel 2026, la nostra priorità nazionale è discutere della grazia per una condanna di oltre dieci anni fa, per fatti avvenuti quando ancora usavamo i primi smartphone? Ma soprattutto, la grazia per cosa, se il carcere è stato solo un’ipotesi teorica mai sfiorata?

La risposta tecnica esiste, certo: serve a ripulire la fedina, a cancellare l’interdizione dai pubblici uffici, a rimettere in gioco chi era stato messo in panchina dalla magistratura. Ma la risposta politica e mediatica è quella che fa male: è una colossale, coloratissima cazzata.

È ridicolo assistere al solito balletto delle appartenenze. Da una parte chi grida al martirio e alla riabilitazione necessaria, dall'altra chi brandisce il moralismo come una clava. Un confronto muscolare tra tifoserie che serve solo a una cosa: occupare spazio. Occupare tempo. Distogliere lo sguardo.

Mentre la politica si accapiglia su questi fantasmi del passato, le questioni determinanti per il futuro del Paese restano lì, nell'ombra, a prendere polvere:

  • Una sanità che arranca e che avrebbe bisogno di visione, non di slogan.

  • Un mercato del lavoro che somiglia sempre più a un percorso a ostacoli per i giovani.

  • Una visione industriale che latita, lasciandoci in balia degli eventi globali.

Ma no, è molto più facile, quasi rassicurante, tornare a scannarsi su Ruby-bis e dintorni. È un terreno conosciuto, un fango confortevole dove ognuno sa già che parte recitare.

Mi chiedo, e vi chiedo: non provate anche voi una stanchezza infinita? Quella sensazione di trovarvi davanti a un palcoscenico dove gli attori sono invecchiati, il copione è logoro, ma le luci restano accese perché nessuno ha il coraggio di guardare fuori dal teatro, dove la pioggia sta bagnando tutti.

Forse sarebbe ora di pretendere che la politica torni a occuparsi di ciò che è "concreto". Perché tra una grazia discussa nei salotti e una riforma che cambia la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese, io non ho dubbi su cosa sia davvero importante. E voi?

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