ci ritroviamo qui, uniti da una passione che ci fa svegliare presto la domenica mattina, con i borsoni pesanti sulle spalle e quella leggera tensione allo stomaco che solo il profumo dei campi in terra rossa o il rimbalzo regolare sul cemento sanno dare. Guardiamo i nostri avversari negli occhi, stringiamo la racchetta con le mani sudate e cerchiamo, in quei sedici o trentadue partecipanti, lo stimolo per superare i nostri limiti nei gironi all'italiana. Il meccanismo sulla carta è semplice, quasi perfetto. Paghiamo la nostra quota di 10 €, aspettiamo il tabellone e via, si gioca.
Ma c'è un "ma". Un "ma" grande quanto un campo da gioco.
Giocare un torneo amatoriale significa accettare una sfida nella sfida. Quando non c'è un arbitro di sedia a decretare se una palla è dentro o fuori, quando non c'è una figura neutra che vigila sul punteggio o sulla correttezza, la partita si sposta su un altro livello. Diventa una questione di compromesso logistico – venirsi incontro sugli orari, sulle superfici, sulle distanze – e, soprattutto, di lealtà sportiva.
Chiunque passi ore a guardare il tennis professionistico in TV sa benissimo che il campo è una pentola a pressione. Sotto l'effetto dell'adrenalina, i volti si contraggono, le espressioni si fanno dure, i respiri affannati. Abbiamo visto tutti racchette scagliate a terra, bottigliette prese a calci o proteste vibranti sull'ennesimo out millimetrico. A volte, un atteggiamento un po' sopra le righe serve persino a darsi la sveglia, a scrollarsi di dosso il torpore di un set iniziato male.
Intendiamoci: di Rafa Nadal, algido, perfetto e impeccabile nella sua etica d'acciaio, ce n'è uno solo. Tutti gli altri, compresi i campioni da cui compriamo le racchette, sono umani che lottano con i propri demoni sul rettangolo di gioco.
A me è capitato spesso di incrociare lo sguardo di avversari con la bava alla bocca, pronti a fare la guerra su ogni punto, contrariati da una deviazione del nastro. Eppure, finita la partita, non sono mai tornato a casa a "piangere da mammina". ( certo ci sono alcuni che non crescono mai, che si comportano eternamente come fossero all'asilo) - Ricordo alcuni episodi, uno con con un certo Finzi, che ha un negozio di ottica a Milano, Prima di organizzare la partita, per cui mi ero già occupato di trovare campo, giorno ed orario, mi chiamò svariate volte perché era uno di quei periodi in cui il clima era variabile, ed i campi appena scoperti. Mi fece chiamare anche il centro, più di una volta, per chiedere se i campi fossero praticabili, e lo stesso continuava ad affossarmi l'anima anche dietro rassicurazioni ( perché lui doveva esserne certo prima di chiudere il negozio), inoltre fece pagare a me l'intera del campo perché lui non voleva usare la app Playtomic - per non parlare della partita, un pallettaro che si metteva a fondo campo. Quelli con cui ti chiedi ( ma lo sai che stai giocando un amatoriale??? Cazzo almeno divertiamoci!!!). Un altro con un certo Arata, sembrava di giocare alla moviola, ma caspita può capitare che ti "cadono i coglioni", se fai un'amatoriale, per cui a parte la simbolica vittoria per un girone, o per un torneo che ha come unica validità quella di aumentare la capacità economica di Giuliani, non ti diverti, no?
Fa parte del contesto competitivo. Se accetti di giocare senza supervisione, accetti anche la ruvidezza del confronto umano.
Ed è qui che il discorso si sposta su chi questa piattaforma la gestisce. Caro Giuliani, il tuo ruolo non può limitarsi a raccogliere le quote e far partire i playoff automatizzati. Gestire una community di sportivi richiede qualcosa in più del semplice inserimento di dati in un algoritmo.
Allo stato attuale, il sistema non prevede verifiche sui punteggi né sulla reale correttezza delle votazioni successive. Di conseguenza, assistiamo a uno scenario paradossale: basta che qualcuno perda un match, o incontri un avversario che mantiene una legittima autorità senza farsi condizionare, per veder partire lamentele infondate. E tu, senza alcun riscontro fattivo, senza aver visto le espressioni dei giocatori o sentito lo schiocco della palla, decidi di ascoltare l'unica campana che suona per prima, arrivando persino a estromettere le persone.
Se si vuole squalificare o allontanare un utente, bisognerebbe farlo sulla base di prove concrete, non sulle recensioni emotive di chi non sa accettare una sconfitta o un confronto acceso. Per governare il gioco, bisogna anche masticarlo, conoscerne le dinamiche psicologiche e i momenti di tensione.
Sorrido al pensiero che, applicando questo metro di giudizio così severo e privo di verifiche nel circuito professionistico, probabilmente oggi nessun tennista potrebbe più scendere in campo. Resterebbe solo Nadal a giocare da solo contro il muro. Un po' noioso, non trovi?
Amiamo questo sport proprio perché è vero, sporco, appassionato e a volte spigoloso. Chiediamo solo che chi gestisce i fili di questa piattaforma dimostri la stessa maturità che noi, ogni volta, cerchiamo di portare sul campo da gioco.
Ci vediamo al prossimo match. Di persona, s'intende.
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