C'è una guerra silenziosa che si combatte ai piani alti della finanza europea, e non si combatte a colpi di Opa ostili o scalate di mercato, ma nelle stanze felpate di una holding lussemburghese: la Delfin S.à r.l., la cassaforte che custodisce l'impero da decine di miliardi di euro lasciato in eredità da Leonardo Del Vecchio.
Fino a ieri la regola d'oro era una sola: equilibrio perfetto. Otto eredi, otto quote paritarie al 12,5%. Nessuno contava più dell'altro, e per muovere una foglia serviva la maggioranza bulgara dell'80% dei voti. Un meccanismo perfetto per costringere tutti all'accordo. Almeno fino ad oggi.
Nelle ultime settimane questo equilibrio di cristallo è andato in frantumi. E per capire dove stiamo andando, dobbiamo unire i puntini di una trama che farebbe invidia a una serie tv.
La mossa dello scacco matto: il fattore Clemente
Tutti gli occhi erano puntati su Leonardo Maria Del Vecchio, il trentunenne ex Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, che ha rotto pubblicamente con l'amministratore delegato Francesco Milleri – il custode del testamento operativo del fondatore – dimettendosi e chiedendo un'ispezione giudiziale sulla holding per "gravi irregolarità".
Ma mentre Leonardo Maria faceva rumore sui media, lo scacco matto è arrivato dal silenzio. Il ventiduenne Clemente Del Vecchio, studente al Politecnico di Milano, ha acquistato per una cifra simbolica una piccolissima frazione di quote da Rocco Basilico (figlio del primo letto di Nicoletta Zampillo). Risultato? Clemente è diventato ufficialmente il primo azionista di Delfin, superando la soglia psicologica e tecnica del 12,5%.
Guardando freddamente la scacchiera, è difficile pensare all'iniziativa isolata di un ventiduenne. Dietro l'operazione si intravede la regia geopolitica dello stesso Milleri e del management storico, supportati dall'esperienza di Sabina Grossi (madre di Clemente ed ex investor relator di Luxottica). Sfilando quella quota a Rocco Basilico, il management ha disinnescato il "blocco Zampillo", impedendo a Nicoletta e a Leonardo Maria di blindare un pacchetto azionario potenzialmente di minoranza bloccante.
Mediobanca: la vera posta in gioco del Risiko italiano
Ma perché questa faida familiare è così cruciale per l'intera economia italiana? La risposta sta negli asset strategici che Delfin custodisce. Oltre al colosso EssilorLuxottica, la holding controlla quasi il 20% di Mediobanca (e di riflesso una quota gigantesca di Assicurazioni Generali).
In questa partita, Piazzetta Cuccia non è solo un investimento finanziario: è la vera cassaforte del potere industriale del Paese. Ecco quali sono i tre scenari che si aprono adesso:
- Scenario 1: Lo status quo e la trinceramento di Milleri. Con il blocco Grossi (Clemente e Claudio) saldamente posizionato a fare da ago della bilancia e tendenzialmente vicino alla stabilità aziendale, Milleri blinda la sua governance. Delfin continuerà a esercitare un ruolo di azionista stabile ma esigente in Mediobanca, senza scossoni immediati nei vertici bancari guidati da Alberto Nagel.
- Scenario 2: La guerra totale in tribunale. Se l'esposto e l'ispezione giudiziale chiesta da Leonardo Maria dovessero trovare sponda nei giudici lussemburghesi, potremmo assistere a un congelamento dei diritti di voto o alla nomina di un amministratore terzo per la quota contestata. Questo creerebbe un vuoto di potere dentro Delfin proprio a ridosso delle scadenze dei rinnovi dei consigli di amministrazione delle partecipate bancarie e assicurative, esponendo Mediobanca a forti turbolenze e speculazioni di mercato.
- Scenario 3: La pace armata e lo spezzatino delle quote. Per evitare che la faida distrugga il valore del titolo in Borsa, i grandi grandi soci storici e i rami familiari potrebbero sedersi a un tavolo per ridisegnare i patti parasociali. Leonardo Maria potrebbe decidere di farsi liquidare la sua quota per finanziare le sue personali avventure imprenditoriali, lasciando Delfin più snella, ma politicamente più allineata alle decisioni strategiche del grande management milanese e parigino.
Una cosa è certa: la battaglia per l'eredità Del Vecchio non è più una questione di faide familiari. È la ridefinizione dei confini del capitalismo italiano. E il bello deve ancora cominciare.

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