
La luce del campo da tennis a fine giornata ha un modo tutto suo di mettere a nudo la verità. È radente, allunga le ombre e, se hai appena finito di giocare, sembra quasi voler illuminare i detriti emotivi che ti sei lasciato alle spalle tra una linea e l’altra. Oggi, uscendo dalla sala dopo aver visto Il Maestro, ho provato quella stessa sensazione di stordimento e lucidità.
Il film di Pierfrancesco Favino e del giovanissimo Tiziano Meninchelli non è solo un racconto sullo sport; è una disamina spietata e dolcissima di quello che siamo quando siamo soli davanti a un ostacolo.
Mi è capitato spesso, e so che è capitato anche a molti di voi, di vivere quel paradosso assurdo del "secondo set". Perdi il primo 6-0. Sei annichilito, svuotato. Eppure, improvvisamente, nel secondo set inizi a dominare. Perché?
Credo che la risposta risieda in un momento di rottura psicologica che il film dipinge magnificamente nel rapporto tra il Maestro (un Favino monumentale, capace di trasmettere il peso di ogni singolo rimpianto con un solo sguardo contratto) e il bambino (un Meninchelli che è pura istintività).
Quando tocchi il fondo, accade qualcosa di magico: l'inibizione muore.
L'addio all'assillo: Non hai più nulla da perdere. L’ossessione del risultato, quel rumore bianco che ti sporca il gesto tecnico, svanisce perché il "peggio" è già accaduto.
Il colpo leggero: Senza il peso del pensiero, il braccio si scioglie. Non è più la materia — la racchetta, la pallina, il muscolo — a comandare, ma l'Essere.
L'estraniazione: Ti guardi da fuori e, in quell'assenza di giudizio verso te stesso, diventi finalmente efficace.
Nel film, il legame tra Favino e Meninchelli è il cuore pulsante di questa teoria. Il Maestro porta sul campo le sue cicatrici, le sue paure che sono diventate corazze rigide; il bambino, invece, è ancora in quella fase in cui la paura è un’emozione fluida, non ancora trasformata in blocco.
Vederli interagire è stato come osservare due fasi della stessa vita che provano a comunicare. Il Maestro insegna la tecnica, ma è il bambino a ricordare al Maestro (e a noi) che il tennis, come l'esistenza, diventa complesso solo quando smettiamo di accettarne la semplicità.
Il tennis è uno sport terribile perché ti costringe al monologo interiore costante. Ma è proprio in quel dialogo, a volte feroce, che scopriamo che la vittoria non è mai un punteggio, ma il momento in cui smettiamo di combattere contro noi stessi e iniziamo, semplicemente, a colpire.
Uscendo dal cinema, mi sono portato dietro una certezza: siamo tutti quel Maestro stanco che cerca di ritrovarsi, e siamo tutti quel bambino che colpisce la palla senza chiedersi dove andrà a finire, finché non scopre che, proprio non chiedendoselo, la palla finisce esattamente dove deve stare.
In fondo, la vita è tutta qui: un set perso malamente e la forza, meravigliosa e illogica, di ricominciare il successivo con la leggerezza di chi non ha più paura di sbagliare.
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