Le luci della notte degli Oscar filtrano attraverso lo schermo, ma quest’anno il riflesso sembra più freddo, quasi metallico. Guardavo quei sorrisi perfettamente simmetrici, quegli abiti che costano quanto il PIL di un piccolo comune, e non riuscivo a scrollarmi di dosso un senso di profonda dissonanza. Mentre il mondo si interroga su come far quadrare i conti, su come evitare che i venti di guerra diventino tempeste globali e su come resistere a un’economia del profitto che ci vuole tutti spettatori paganti, a Los Angeles si celebrava il trionfo dell'apparenza.
È il paradosso americano, incarnato oggi più che mai da figure divisorie come Donald Trump, che sembrano trattare la geopolitica come un reality show di pessimo gusto. Un’intera nazione che, per diritto acquisito o presunto, decide le sorti economiche e belliche del pianeta, costringendo gli altri Stati a rincorrere soluzioni d'emergenza per riparare i danni prodotti altrove. Eppure, nonostante le crepe evidenti, il diktat rimane lo stesso: the show must go on. Lo spettacolo deve continuare, anche se il palco sta bruciando.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in questa capacità di ignorare il peso umano delle proprie scelte. Ci hanno insegnato a guardare a Ovest come al faro della civiltà, ma oggi quel faro sembra proiettare solo ombre lunghe, fatte di esclusione e cinismo. È una politica che ha svuotato il sentimento, sostituendolo con il fatturato, e che pretende che il resto del mondo batta le mani a tempo.
Forse il vero atto di ribellione oggi non è spegnere la TV, ma iniziare a pensare fuori da quel perimetro dorato. Distaccarsi da un modello che mette il profitto davanti alla sopravvivenza dell'altro non è solo una scelta politica, è una necessità spirituale. Abbiamo bisogno di ritrovare una misura umana, una razionalità che non sia schiava del mercato e una sensibilità che non si faccia incantare dagli allori di una serata di gala. Perché se è vero che lo spettacolo deve continuare, è altrettanto vero che siamo noi a poter scegliere di cambiare canale, o meglio ancora, di scrivere un’altra storia.
Trionfa e conquista la statuetta più ambita per un attore, come miglior attore non protagonista, ma al Dolby Theatre, non si fa vedere. La Notte degli Oscar 2026 è orfana di un grande protagonista, Sean Penn.( ma per fortuna, questo ti fa onore, non ci si può sempre piegare allo show biz e fare finta di nulla, un minimo di denuncia sociale è sacrosanto)


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