martedì 5 maggio 2026

MJ canta ancora, ma stavolta ha la laringite e Anne Hathaway s'innamora di suo nonno (lol)







Ehilà, gente. Settimana di grandi ritorni e poltrone rosse, ma usciamo dalla sala con un mix di sentimenti che manco un episodio di This Is Us dopo tre caffè forti. Parliamo dei due pesi massimi che stanno monopolizzando il botteghino: il biopic su Michael Jackson e l’attesissimo (o temutissimo?) sequel de Il Diavolo veste Prada.

Partiamo dal Re. Entrare in sala per vedere Michael è un po’ come fare un viaggio nel tempo, di quelli che ti stringono lo stomaco. La prima parte, quella dedicata ai Jackson 5, è pura poesia visiva. Ti trovi catapultato in quelle atmosfere polverose e sberluccicanti degli esordi, scoprendo chicche e curiosità che ti fanno dire: "Ah, ma allora è andata davvero così!". È emozionante, profondo, un tributo che scava nel vissuto di una leggenda che ha riscritto le regole del pop. Ma — e c’è un "ma" grosso come il Neverland Ranch — dobbiamo parlare della scelta del nipote.

Allora, parliamoci chiaro: il ragazzo balla, ci prova, ci mette l’anima. Ma farlo cantare? Raga, no. Stiamo parlando di MJ, l'uomo che aveva le corde vocali baciate dagli angeli e il ritmo nel DNA. Sentire le canzoni interpretate dal nipote mi ha fatto sanguinare le orecchie. Va bene l’omaggio in famiglia, va bene il passaggio di testimone, ma la velocità di esecuzione e quel timbro inarrivabile sono sacri. Certe icone non si imitano, si celebrano e basta.

Voltiamo pagina e passiamo al glamour, o presunto tale. Il Diavolo veste Prada 2 è arrivato con tutta la sua carica di seta e cattiveria, ma stavolta il sapore è un po’ troppo... Disney. Se il primo film era una favola urbana con i piedi ben piantati nel cemento di Manhattan, qui siamo nel regno del "ma davvero?". La trama scorre, Miranda è sempre la regina indiscussa del ghiaccio, ma la sottotrama amorosa di Anne Hathaway è da facepalm immediato.

Vederla flirtare con questo "nonno" che sembra uscito direttamente da un servizio di Men’s Health: Speciale Over 50 è una forzatura che toglie ossigeno alla narrazione. Lui è lì, impeccabile, con la tartaruga d'ordinanza e il capello brizzolato tattico, ma la chimica tra i due è credibile quanto un maglione di ciniglia ad agosto. Troppo favoleggiante, troppo costruito a tavolino per strappare un sospiro facile.

In sintesi? Andate a vedere Michael per la storia e le lacrime (portatevi i tappi per le orecchie nei pezzi cantati), e guardate il sequel della moda se avete voglia di un po' di sano cringe patinato. Ma non dite che non vi avevo avvisato: la perfezione è un'altra cosa.#Michael#IlDiavolovestePrada2

LIDL: Se la cassiera sono io, perché il conto non cambia mai?




C’è un silenzio strano che sta invadendo i corridoi dei nostri supermercati di fiducia, un vuoto che sa di efficienza asettica e che, se ci riflettiamo un secondo tra uno scaffale e l’altro, ha il sapore amaro della beffa. Mi è capitato di recente, entrando nel punto vendita Lidl di Buccinasco: luci accese, scaffali pieni, ma davanti alle casse il deserto umano. Al posto del solito saluto, del gesto rapido e ritmato di chi scansiona la nostra spesa ogni giorno, c’era solo il riflesso bluastro dei monitor delle casse automatiche. E lì, mentre maneggiavo confezioni di pasta e barattoli sotto l’occhio vigile di un sensore, mi sono sentito addosso tutto il peso di un paradosso moderno: stavo lavorando gratis per chi, di profitti, ne macina già a miliardi.

Diciamocelo con quella schiettezza che non ha bisogno di troppi giri di parole: questo passaggio forzato al "fai da te" non è un favore alla nostra velocità, ma un regalo infiocchettato per i bilanci aziendali. Ogni volta che passiamo quel codice a barre sul vetro laser, stiamo sostituendo una persona, una competenza, un pezzo di welfare. Il risparmio sulla manodopera è cristallino, matematico, enorme. Eppure, guardando lo scontrino finale, non c’è traccia di questo nostro "servizio" prestato all'azienda. Se il supermercato decide che il cliente deve trasformarsi in cassiere, allora quel cliente sta offrendo una prestazione professionale che meriterebbe, come minimo, un riconoscimento economico. Dove è finito il mio sconto percentuale per aver battuto la spesa, insaccato la merce e gestito l'ennesimo errore di lettura del peso?

Non è solo una questione di soldi, ma di dignità del consumatore. Ci hanno convinti che la tecnologia sia libertà, ma qui la libertà sembra solo quella di faticare al posto di qualcun altro mentre i prezzi restano inchiodati, se non in ascesa. Siamo diventati ingranaggi invisibili di una macchina che massimizza i ricavi togliendo umanità al servizio. Se dobbiamo essere noi il braccio operativo della grande distribuzione, allora è tempo di pretendere che quel risparmio sulle buste paga dei dipendenti non finisca solo nei dividendi dei soci, ma torni almeno in parte nelle nostre tasche, sotto forma di un bonus "self-service". Altrimenti, l'unica cosa che resta automatica non è la cassa, ma la sensazione di essere, ancora una volta, quelli che pagano il conto più salato.

lunedì 4 maggio 2026

Narcisista e violento non sono la stessa cosa, e smettiamola!!!!




Ma  guardati intorno. Apri i social, accendi la TV o ascolta una conversazione al bar: oggi sembra che il mondo sia improvvisamente popolato da un’unica, inquietante figura: il narcisista. Se un uomo tradisce è un narcisista, se è egoista è un narcisista, se è violento è un narcisista.

Ma siamo sicuri che sia così? O stiamo solo seguendo una moda terminologica che ci impedisce di vedere la realtà dei fatti?
Diciamocelo chiaramente: il Narciso del mito e della clinica è un uomo perdutamente innamorato della propria immagine. È un esteta, spesso ossessionato dal bisogno di essere desiderato come una bella donna, sempre a caccia di uno specchio – o di un partner-pubblico – che gli restituisca un’immagine grandiosa di sé. Per il vero narcisista, l’altro spesso non esiste nemmeno come individuo; è solo un accessorio del suo ego.
La violenza, però, è un’altra cosa.
Quando parliamo di uomini che non accettano di essere lasciati, che perseguitano o che usano le mani per "ristabilire l’ordine", non stiamo quasi mai parlando di un disturbo della personalità raffinato come il narcisismo. Stiamo parlando di possesso. Stiamo parlando di un’idea barbara della donna come proprietà privata.
Questa non è psicologia clinica, è formazione limitata. È il frutto marcio di un’educazione ricevuta da padri e madri che hanno tramandato l’idea che l’amore sia dominio e che il rifiuto sia un’offesa intollerabile al proprio onore, non una libera scelta dell’altro.
Chiamarli tutti "narcisisti" è un errore pericoloso per due motivi:
  1. Diamo un alibi ai violenti: Trasformiamo un comportamento brutale e frutto di ignoranza culturale in una "malattia" o in un "disturbo", quasi come se non potessero farne a meno.
  2. Sminuiamo il problema educativo: Se pensiamo che sia tutta colpa di un gene o di un trauma infantile imprecisato, smettiamo di chiederci come stiamo educando i nostri figli maschi a gestire un "no".
Dobbiamo smetterla di psicologizzare ogni cattivo comportamento. La violenza di possesso non è una posa davanti allo specchio; è un deficit di civiltà. È ora di distinguere chi si ama troppo da chi non ha mai imparato a rispettare la libertà altrui.