Le luci accecanti degli studi televisivi, il profumo di lacca, i sorrisi di plastica di chi siede su poltrone troppo comode per aver mai respirato davvero l’odore del fango e del sudore. Ieri sera, mentre il fischio finale di Spagna - Francia sanciva la fine delle ostilità, ho assistito all'ennesimo, desolante spettacolo post-partita.
È incredibile come persone pagate per "analizzare" il calcio riescano, con sistematica precisione, a guardare il dito anziché la luna.
La Scacchiera Invisibile (e gli occhi bendati dei "soliti noti")
Mentre sullo schermo scorrevano i replay, nei salotti TV si celebrava il solito processo alle stelle cadenti. "Mbappé spento", "Dembélé senza inventiva", "La Francia non ha avuto anima". Il solito bignami del qualunquismo.
Nessuno che abbia osato posare lo sguardo sulla vera, spietata realtà geometrica del campo: Luis De La Fuente ha semplicemente spento l'interruttore della Francia.
Il blocco su Olise: Il tecnico spagnolo ha capito che per fermare una macchina non serve colpire la carrozzeria, ma staccare la batteria. Olise, la vera fonte di accensione delle transizioni transalpine, è stato asfissiato fin dai primi minuti.
Il labirinto tattico: Lo abbiamo visto tutti — o almeno, noi dal divano con un minimo di onestà intellettuale. Olise che si allargava, retrocedeva, cercava disperatamente zone d'ombra dove ricevere un pallone pulito, costantemente rincorso e raddoppiato.
E in tutto questo, l'immagine più dolorosa ed empatica della serata: Didier Deschamps.
Lo sguardo fisso nel vuoto, le mani sprofondate nelle tasche della giacca scura, la mascella contratta di chi sente la terra tremare sotto i piedi ma non sa dove spostarsi. Didier, l'uomo dei record, è rimasto pietrificato. Zero contromisure, nessun "Piano B" per ridare ossigeno alla manovra. Un'inerzia tattica quasi drammatica nella sua ostinazione.
Il Teatrino del Cliché
Ma per gli opinionisti d'ordinanza, tutto questo è troppo noioso da spiegare. Richiede uno sforzo, richiede di saper leggere il calcio oltre il nome sulla maglietta. Molto meglio rifugiarsi nella narrazione pigra del "campione in giornata no".
Il dialogo tipo in studio sembrava un copione scritto da un algoritmo svogliato:
"Eh, ma da Mbappé ci si aspetta sempre la giocata che risolve la vita..."
"Sì, concordo, è mancata proprio la leadership emotiva!"
Ma quale leadership emotiva! Se tagli i rifornimenti alla fonte, anche il miglior predatore dell'area di rigore si trasforma in un naufrago che agita le braccia in mezzo al mare.
La mia riflessione: Viviamo in un'epoca che preferisce di gran lunga la narrazione patinata del singolo eroe caduto alla silenziosa, rigorosa e talvolta spietata bellezza della tattica collettiva. È più facile vendere un "Mbappé triste" che spiegare come tre passaggi di schermatura abbiano ridotto al silenzio un'intera nazionale.
Un pizzico di autoironia (prima di perdere la testa)
A volte mi chiedo perché continuo a seguire questi post-partita. Forse c'è in me una vena masochista, o forse spero sempre che, per puro errore statistico, qualcuno tiri fuori una lavagna tattica degna di questo nome invece di discutere del nuovo taglio di capelli di un terzino. (Spoiler: ieri sera ho sperato invano, guadagnandoci solo un leggero mal di fegato e un'andata a letto tardiva).
La verità è che questi "esperti" sono spesso lì proprio perché il calcio reale, quello che si decide nelle stanze dei bottoni e sui campi d'allenamento, li ha gentilmente accompagnati alla porta. Chi capisce davvero il gioco non ha tempo di lucidarsi il trucco davanti a una telecamera; è troppo occupato a studiare come disinnescare il prossimo Olise di turno.
La Spagna vola in finale con merito, De La Fuente dà lezioni di calcio, e a noi non resta che spegnere la TV. Almeno il silenzio, a differenza di certi commenti, ha una sua dignità.

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