Ancora qui a parlare di poltrone, di veti incrociati e di nomi che sanno di naftalina mentre il nostro calcio è un cumulo di macerie fumanti. Fa quasi sorridere, se non fosse che viene voglia di piangere, vedere come il sistema riesca a ignorare la realtà anche quando questa ti urla in faccia da anni. Siamo diventati lo zimbello d'Europa, capaci di inciampare su Macedonia e Bosnia come se fossimo noi la piccola Cenerentola del girone, eppure l'unica cosa che sembra contare davvero nei palazzi del potere è chi si siede a capotavola.
La verità è che la Serie A è diventata un porto di mare dove l'identità è un concetto sbiadito. Quando tre quarti dei giocatori che scendono in campo sono stranieri, è inutile stupirsi se poi la Nazionale non trova più la bussola. Non è razzismo, è aritmetica: se non seminiamo nel nostro giardino, come possiamo pretendere di raccogliere frutti? Ma a certi dirigenti questo non interessa. Loro guardano i bilanci dei loro interessi privati e i giochi di sponda con la politica.
E ora ecco che spunta di nuovo Giancarlo Abete. Una mossa che puzza di vecchio, di conservazione, di quella politica che preferisce il controllo alla competenza. Candidarsi per sbarrare la strada a Giovanni Malagò è l'ennesimo schiaffo al merito. Malagò ha dimostrato coi fatti, al CONI, di saper gestire la macchina dello sport con una visione moderna; ma la logica del "nostro interesse sopra tutto" deve sempre prevalere. Vedere Lotito e compagni ancora lì a manovrare fili invisibili fa venire la nausea.
Siamo stanchi di sentirci inferiori a Svizzera o Norvegia, nazioni che un tempo guardavamo con la sufficienza dei grandi e che oggi ci danno lezioni di organizzazione e dignità. Vogliamo tornare a respirare l'odore dell'erba senza il retrogusto amaro dei compromessi da corridoio. Signori, fate un favore a questo sport: spazzatevi via. Lasciate che il merito torni a essere il motore di tutto. Andate a fare i vostri "affari" altrove, perché i tifosi hanno finito la pazienza e il calcio italiano ha finito il tempo.

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